II.
«Prendi, vecchio mio», dice Philippe, «questa è la tua lettera. Mica male. Ci sai fare! “Una lunga bestia carezzevole con occhi d’uomo” mi hai messo un brivido nella schiena, caro mio. Sono leggermente umiliato dal fatto che tu non abbia trovato un posto per me in questo delizioso quadro. Il nipote del Maestro, diavolo! meriterebbe almeno cinque righe».
Tendeva al compagno, con aria scanzonata, i fogli un po’ spiegazzati nella bella mano col polso cerchiato da una catena d’oro.
«Stammi a sentire», disse Olivier Mainville pacatamente, «a volte mi domando dove puoi avere preso questo tono da commediante. E poi, ti è andato a vuoto il colpo di scena, ragazzo mio. Sapevo benissimo che mi avevi rubato la lettera, neanche più la cercavo».
«Santo cielo», fece l’altro con la stessa indifferenza, «è possibilissimo, non mi importava di sbalordirti. Abbastanza buono, comunque, il tuo pezzo sul Maestro… Egli ha avuto soltanto per poche settimane la perseveranza notevole di sopportarmi come segretario, ma ne so abbastanza: non si sarebbe potuto dire meglio con poche parole. Disgraziatamente non sarai mai capace di trarre profitto dalla minima cosa. Con la metà delle idee che vi sono lì dentro potresti diventare presto il padrone qui, mettertelo in tasca quell’odioso di mio zio. Ma se non era per la tua provvidenziale storditezza, ti saresti accontentato di spedire questa epistolare meraviglia a tua zia, e lei, dopo averla offerta all’ammirazione del notaio e del curato, l’avrebbe usata per coprire, suppongo, i suoi vasi di marmellata».
Con la punta dell’attizzatoio, pur continuando a parlare, sparpagliava la cenere, il capo gentile chino verso la fiamma con un melanconico sorriso.
«Non ti ho rubato la lettera, vecchio mio, l’avevi lasciata aperta sullo scrittoio del Maestro in mezzo alle copie del giorno prima, bella balordaggine! Mi domandavo però, se tu non lo abbia fatto di proposito».
«E lui l’ha letta?» disse Olivier pallido d’ira.
«Ti meraviglia? Mi ha pregato di restituirtela. Te ne parlerà presto, senza il minimo impaccio. Figurati! Un documento sulla gioventù! Da farne dodici pagine di volume! Sta gongolando».
«E tu? Non dispiace neppure a te, immagino. Detto tra noi, zio e nipote, fate il paio».
«No, scusa. Se riflettessi un attimo, per piacere, invece di scalciare come un poppante, comprenderesti come la mia indiscrezione, per parlare la lingua della tua austera provincia, è perfettamente giustificata. Ho agito nel tuo interesse, caro mio. Prevedo infatti che secondo la tua abitudine, dopo esserti bene sfogato a moraleggiare, finirai col chiedermi consiglio».
Nel dire questo, batteva a piccoli colpi, come di rito, un’estremità della sigaretta sul coperchio dell’astuccio lucente sul quale guardava, non senza compiacenza, tremolare l’immagine sempre più torbida dei suoi occhi, due ombre azzurre, inafferrabili.
«Non ho bisogno dei tuoi consigli. Il troppo è troppo, sai, Philippe, ne ho abbastanza. E nota bene che non faccio commedie. La storia della lettera mi offrirà un ottimo pretesto, questo è tutto. Se io taglio la corda, ricordatelo bene, sarà perché lo avrò voluto io, per gusto mio».
«Sì, sì, conosco l’antifona, l’hai ripetuta tante volte. Anch’io ti rendo un piacere per niente, per gusto mio… ridi pure! In fondo siamo perfettamente uguali tu e io, terribilmente; tu sei per lo meno l’uomo che sarei io se non fossi quello che sono… l’uomo che diventerò domani, forse chi sa? Ero come te, parola mia, quando sono arrivato dallo zio Ganse, un ragazzo così graziosamente fuori moda, un gingillo prezioso, insomma proprio il tipo da fare girare la testa al vecchio Maestro, inaridito; da trentacinque anni di vita letteraria, coriaceo adesso come carnaccia secca, quel porco! Ti credi ingenuamente imbevuto fino al midollo dei liquori de L’immoralista, un vero angioletto nero, e quello che porti qui, nella nostra atmosfera, ingenuo, è un buon odore di vecchia casa morigerata, di piastrelle a cera, di naftalina e tela di Jony… Mai il naso volgare di Ganse aveva fiutato roba simile… Suo padre era lattaio in via Saint-Georges!»
Da un pezzo Mainville aveva lasciato il suo posto, vicino alla finestra. Seduto di sghembo sul tavolo, con le gambe penzoloni, i gomiti appoggiati alle ginocchia, ascoltava ora senza rancore, approvava perfino qualche frase con un battito delle lunghe palpebre.
«E, quanto alla tua famosa signora Alfieri, mio… piccioncino, può darsi valga più di tutta la casa insieme, ma diabolicamente pericolosa quella santa, caro mio! Piuttosto strana come santa! Per quanto inverosimile possa sembrarti, Ganse non se la lascerà scappare. Ingenuo che non sei altro! Ha impiegato cinque anni a impregnarla della sua letteratura e ora che stilla dei suoi succhi, letteralmente, dovrebbe perdere il frutto del suo risparmio proprio quando lui stesso sarà svuotato fino in fondo! Marameo! Ora spreme il favo di miele e lo spremerà fino all’ultima goccia. Ma non vedi, dunque, che senza averne l’aria, lei gli sta distillando il suo libro? Sì, anche dando la loro parte alle esigenze dello stile epistolare, il tuo ritratto… eh! eh!… Una certa santità, sia, ma quale? Vi sono santità proibite, cuor mio, proibite quanto il frutto dell’albero della Scienza del bene e del male. Dopo tutto, naturalmente, farai come vorrai».
Tolse un’altra sigaretta dall’astuccio, flettendo il capo leggermente, come per udire meglio la risposta che non venne.
«In ogni caso», riprese, «avresti torto a piantare tutto e andartene per una stupidaggine. Leggere una lettera che gli capita per caso sottomano è naturale nel vecchio Ganse quanto ascoltare una conversazione in treno, in trattoria, al caffè, è una questione professionale, la discrezione non è il suo forte. E quanto a me, non prendermi per un imbecille; la tua fantasia epistolare è un trucco dalla prima all’ultima riga, un vero pezzo di bravura, fatto per essere pubblicato un giorno o l’altro, un capitolo del tuo prossimo romanzo, non dirmi di no».
Fingeva di trattenere il riso fra le sue lunghe palme, lo sguardo un poco falso, la fronte solcata da una grossa vena azzurra.
«Credi pure quel che vuoi», disse Mainville. «Meriteresti un buon ceffone».
«Ma guarda!» fece l’altro con una smorfia insolente. «Impulsi da signore, eh? Quando si ha la fortuna di avere ancora del temperamento, bisogna essere proprio cretini per ficcarsi eroina nel naso. A proposito! Ne vuoi un tubetto?»
«Me ne infischio del tuo tubetto».
«Si fa presto a dirlo… E nota bene che potrei fare un affarone con questo tubetto, ma oramai ho smesso di occuparmi di affari, lo regalo per niente. Cento franchi per dieci grammi, ti va?»
«Non ne fiuto più», disse Olivier con freddezza. «No».
«Sul serio? Comunque non mi farebbe meraviglia, sarebbe abbastanza adatto a un tipo del tuo genere. Però, tesoro, con la droga perdi il tuo tempo. Non vale la pena di fare il bambino viziato, cuor mio».
Andava e veniva per la stanza, attento però con molta cura a mettere il tavolo tra sé e il suo compagno. Dopo tacque e guardandolo subdolamente, al di sopra del braccio sollevato all’altezza della fronte, finse di riallacciare al polso la catena d’oro.
«Smettila con le buffonate», disse Olivier, ma ora sorrideva, «non sono tanto ingenuo da credere che Ganse ti abbia semplicemente incaricato di restituirmi la mia lettera, dopo averla letta. Sputa! cosa vuole da me, precisamente?»
«La pace. O per lo meno quello a cui egli dà questo nome, lo sai, no?… Insomma ha tentato di farmi entrare in capo una specie di nota diplomatica all’indirizzo della Signoria Vostra: necessità del lavoro, buon accordo, collaborazione senza secondi fini, rispetto dell’attività comune, ordine, disciplina, eccetera, eccetera. Per farla breve, ti accusa, in conclusione, della pretesa di volerti accaparrare, per te solo, la sua indispensabile segretaria…».
Lo sguardo del giovane filtrò di nuovo attraverso le ciglia un luccichio dolce, equivoco.
«Se la tenga, figurati, non domando altro. Ma Simone non è donna da tradire così. E d’altronde…».
Con tutt’e due le mani, stese accuratamente la piega dei pantaloni e continuò con voce dolce quanto lo sguardo:
«È difficile, ammetterai, essere villano con una donna con la quale non si è andati a letto».
«Giusto», rispose l’altro sullo stesso tono. «E per essere sincero, mi domando se il Maestro sa quel che vuole. In fatto di donne, ha idee elementari e mai due alla volta. Per di più adopera un vocabolario impossibile, parole tutte sue, devono essergli state fornite nel millenovecento dal suo tappezziere insieme col resto dell’arredamento; rivestimenti di panno, poltrone imbottite, parole fatte per tenere al caldo lo spirito come il sedere. Insomma, quanto mi è rimasto in mente dei suoi discorsi è questo: la signora Alfieri è una donna superiore e come tutte le donne superiori della sua età, attraversa una crisi. Una crisi che supererà coraggiosamente in virtù del nutrimento spirituale attinto dai libri di Ganse, a meno che la Signoria Vostra non metta bastoni fra le ruote, vale a dire non la trascini ad atti irreparabili…».
«Quali atti?»
«L’evasione, mio caro. L’evasione a due, verso certi paradisi alla Baudelaire. I precedenti non mancano: Liszt e la signora d’Agoult, sebbene io non ti faccia l’onore di paragonarti a questo becco idealista e melomane».
«L’evasione? Ne ha di belle, tuo zio! E fuggire dove? Tanto vale sospettarmi di voler comprare i gioielli della corona d’Inghilterra. La fuga ha un prezzo inaccessibile».
«Certo. Ma al tempo suo, capirai, il prezzo della faccenda non aveva grande importanza: tanto, non arrivavano mai più in là di Rambouillet. Era una parola convenzionale, press a poco come i fuochi, i ferri, le catene della tragedia antica. Ciò non toglie che dovresti calmare il tuo… la tua… Insomma come la chiami questa roba?»
Riprese in mano sfacciatamente i foglietti che aveva posato sul tavolo.
«La… la… bene, ci sono: “La sola presenza silenziosa, vigile, l’unico sguardo sincero…” È inutile che mi fulmini col tuo, signore: come vedi ho già in pugno la maniglia della porta. Così…».
Ma il volto del suo interlocutore non esprimeva minaccia alcuna. Si piegava a poco a poco verso la spalla destra, con la smorfia tanto commovente e insieme tanto buffa dello scolaro alle prese con un testo difficile.
Come sempre, dopo una breve disputa Mainville doveva cedere a un compagno in apparenza simile a lui, eppure molto diverso, di un’altra razza. E come sempre, la muta confessione della sua sconfitta risvegliava nel suo familiare nemico un senso confuso di amicizia, mescolata al rancore, con un non so che di fraterno.
«Ma via», disse Philippe, «basta con le sciocchezze. Mi domando perché passiamo il tempo ad accapigliarci. L’atmosfera della casa! Diamine, siamo qui come saggi tra i pazzi. I vecchi sono pazzi, ne sono sicuro, la vecchiaia è demenza. Vi sono giorni nei quali mi sveglio con questo pensiero e fino a sera cammino in lungo e in largo in camera mia con la sensazione… No! la certezza, capisci? la certezza di una solitudine spaventosa, e allora decido seriamente di diventare frate o poeta. Tutti questi tipi sono vecchi, qualsiasi età abbiano. E anche noi, Mainville, anche noi lo siamo, forse?… Come fare a saperlo? Non abbiamo nessuno con cui poterci confrontare, dunque nessun mezzo per giudicare… Sono anni e anni, guarda, parola mia, dal collegio, che ho l’impressione di recitare con me stesso la commedia della giovinezza, precisamente come un pazzo si crea l’illusione di ragionare sensatamente, infilando sillogismi irreprensibili sopra un dato assurdo. L’altro giorno, da Rastoli, un autista russo mi ha detto: “Voi avete l’età della vostra classe, sporco borghese!” E se fosse vero?…».
«Magari fosse! Sono pur forti, va là, i vecchi ruderi e tengono duro! Due anni dopo la loro dannata guerra li abbiamo creduti passati di moda, tutti, di colpo, vlan! Che fortuna! Eh, Philippe, te ne rendi conto? Persone che avrebbero potuto essere i nostri padri, quasi nostri fratelli, fratelli maggiori, retrocedendo all’improvviso nel passato, divenuti contemporanei del signor Guizot o del signor Thiers… Perfino i guerrieri, gli eroi della guerra, che sono ritornati nel fondo delle nostre province tanto mogi! I corazzieri di Reichshoffen, guarda, docili come agnelli! Santo cielo, quanto ci sembravano cretini! Ebbene, anche loro hanno tenuto duro. Avevi voglia a prenderli in giro, tenevano duro e ci respingevano tranquillamente, a poco a poco, in un piccolo mondo nostro, soltanto nostro, per nostro uso e consumo, dove loro venivano quatti quatti a ficcare il naso a tempo perso, tanto per dirsi moderni, liberi… La loro politica, quanto abbiamo riso, della loro politica! Non si diffidava, si credeva giocassero fra loro alla politica, come a scopa o a briscola. Ma eravamo noi che essi giocavano, eravamo noi la posta del gioco e non lo sapevamo. Quando il gregge diventava fastidioso, essi spalancavano la porta del pascolo letterario. Ci hanno lasciati entrare là dentro alla rinfusa, uno addosso all’altro, a spintoni come alla fiera. E quei vecchi furboni di editori sbirciavano sulla porta della loro bottega… Largo ai giovani! Non potevamo neppure sbadigliare svegliandoci la mattina, senza trovarci ai piedi del letto un brav’uomo delle Nouvelles littèraires con la stilografica in mano. Ma non perdevano la bussola quelli là, la vedevano venire da lontano, la Crisi. E l’hanno avuta, la Crisi, come avevano avuta la loro Guerra al momento previsto. È venuta come una gelata d’aprile, tutti i germogli bruciati d’un colpo, e addio alla primavera! Ma gli alberi quasi centenari, certi vecchi tronchi cavernosi, come radici cariate in bocca a un avaro, biascicando versi, si sono messi a rinverdire al momento buono… Guarda! chi me lo avrebbe detto, cinque anni or sono, che un giorno mi sarei trovato in casa del vecchio Ganse, come segretario!…».