Capitolo 2

1782 Parole
Capitolo 2Il focolare con Marisa era in ogni caso quanto di meglio Vitale potesse desiderare nella sua esistenza di meridionale emigrato al Nord con la valigia di cartone. Fra le poche cose contenute in valigia c’era la divisa di carabiniere: poco, ma meglio di altre esistenze più misere della sua. Il suo incontro con usi e mentalità diverse fu dapprima difficile, poi via via accettabile. Il matrimonio con una ragazza settentrionale e più giovane di lui era la prova del po’ di fortuna che lo stava finalmente toccando. La promozione a maresciallo per meriti di servizio (e non certo per titoli di studio o raccomandazioni di sorta), unitamente al trasferimento in una località dove la gente vive tranquilla senza lesinarsi piacevolezze come la buona tavola e l’ottimo vino, consolidò in lui la convinzione che Cherasco era l’approdo soddisfacente in una carriera di cui cominciava a intravedere il meritato pensionamento. Comandava la locale Stazione, ma gli capitava di assentarsi per motivi di famiglia o per fare visita a parenti e conoscenti; con la differenza che poi, diversamente dai comuni mortali, si trovava impelagato anche senza volerlo in delitti e malaffari che – grazie al suo eccezionale acume – riusciva in qualche modo a scoprire. Una cosa era comunque certa: fosse tornato indietro avrebbe nuovamente fatto domanda nell’Arma. Felicemente sposato e all’apice della carriera di sottufficiale poteva ritenersi contento. Non che il rapporto con sua moglie fosse tutto rose e fiori... Marisa aveva il suo caratterino. Donna bella con tante virtù, era tuttavia da prendere nel modo giusto, da non lisciare contropelo come si fa con i gatti, animali del resto che lei amava in modo smisurato. Qualche esempio di usuale cautela da parte di lui: del tutto sconsigliato rientrare quando era pronto in tavola e annunciare: “Devo subito scappare” e poi rispondere alle domande di lei con frasi vaghe del tipo. “Dove non so, per quanto chi lo sa...”. E no! A Marisa certe cose non gliele poteva dire, anche a costo di infrangere qualche segreto d’ufficio. La sua prossima destinazione era Genova, località confermata dall’amico e collega Piazza la cui appartenenza ai ROS dei Carabinieri conferiva indubbia credibilità. Rimaneva casomai da capire la riservatezza che poteva sembrare eccessiva. L’annuncio della riunione del G8 era stato dato con ampio risalto dai mezzi di informazione; logico che fossero predisposti servizi di sorveglianza e protezione come capita in questi casi; ma che fossero addirittura mobilitati i Corpi Speciali delle Forze Armate – come aveva fatto sapere Calo’ – appariva sorprendente, per non dire eccessivo. Almeno per chi – come un maresciallo di provincia e la maggior parte della gente – non era nelle segrete cose. Il problema più urgente era in quei momenti come tacunare con Marisa, convincerla che l’assenza era necessaria: non solo per i soldini che potevano aggiungersi a fine mese, ma in primo luogo per non tradire le attese di chi, in alto loco, aveva fatto il suo nome. “E poi, che vuoi che sia...”, aggiunse per tranquillizzarla, “In vita mia ho fatto tanti di quei servizi d’ordine”. Marisa se ne era uscita con una delle sue osservazioni che le venivano d’impulso: “Capisco che chiamino un marcantonio grande e grosso come Calo’. Ma uno come te... Scusa sai, ma tu non hai il fisico adatto per fronteggiare disordini di piazza”. Colpito, quasi affondato! Sebastiano non si sentì di controbattere. Fra pro e contro, alla fine rimaneva il problema di fondo: ammesso che Marisa lo avesse seguito, restavano in sospeso gli ultimi lavori a Ciabotti; con la conseguenza che il trasloco si doveva rimandare. Non sarebbero stati tempi biblici, ma tali comunque da modificare i piani, interrompere una entusiasmante rincorsa destinata a concludersi alla soglia della nuova casa. Quando ormai lui non ci faceva più conto, Marisa disse di sì: accettava di seguirlo a Genova, forse guidata da sesto senso e per preservarlo da inopportuni incontri. Marisa fece il suo commento: “Vabbè, ma con quale faccia di tolla glie lo chiediamo un’altra volta...?”. Il maresciallo aveva proposto di ricorrere all’amica proprietaria di appartamento a Bogliasco, località a due passi da Genova. L’alloggio era del resto venuto buono nel mese all’incirca di durata del corso. Sebastiano evitò in tal modo l’addensarsi di nubi all’orizzonte familiare, come quando gli capitava – raramente del resto – di assentarsi per il suo lavoro. ***** L’arrivo nella località alle porte di Genova fu se non altro prevedibile. Prima ancora del cartello con il nome del paese, Marisa era già entrata in paranoia al pensiero di dove parcheggiare. Sebastiano se ne stava placido accanto al guidatore, nel caso specifico la guidatrice. “Io adesso vado ad aprire e porto i bagagli. Tu stai in macchina a spiegare eventualmente che ci stiamo per poco. Giusto il tempo di scaricare...”. Le preoccupazioni sembrarono eccessive. “Adesso calmati”. “M’è rimasto il complesso dall’ultima volta. Ti ricordi quel cafone?”, aggiunse Marisa. Sebastiano lo ricordava sì; era non solo cafone, ma pure un assassino, che grazie a lui, era poi stato arrestato per duplice omicidio. “Scendiamo e facciamo con calma. Se arriva qualcuno a rompere, lo mandiamo sulla forca...”. Dopo aver sollevato le avvolgibili delle finestre, apparve uno spicchio di mare contornato di alberi. Al piacere dello spirito seguì quello – più materiale ma non meno gratificante – della tavola apparecchiata al fresco dell’ombrellone. ***** “Dove vi trovate?”, domandò Marisa appena sveglia dopo una notte di sonno beato. Sebastiano era già in piedi; si poteva anzi dire che non avesse chiuso occhio, come del resto gli capitava quando doveva coricarsi in un letto diverso dal solito. Nelle ore di veglia aveva contato i treni che passavano vicini, tenuto a mente i battiti della campanella del passaggio a livello. Si sentiva un invitante profumo di caffè, bevanda senza la quale Marisa non riusciva a ‘carburare’. Sebastiano pose la tazza su un vassoio ai piedi del letto. “Grazie, sei un tesoro!”, esclamò dimenticando la domanda da lei posta poco prima. Il marito l’aveva fatto apposta: la sua premura poteva evitargli una risposta, perlomeno immediata. La convocazione tramite cellulare gli era arrivata la sera prima. La comunicazione lasciava pochi margini di interpretazione: massima riservatezza, non parlarne con nessuno. Il chiarimento aveva tutti i crismi dell’ordine perentorio; come dire che quel ‘nessuno’ comprendeva i familiari più stretti. Anche soltanto rivelare il luogo di incontro sarebbe stata una specie di violata consegna. Per quanto riguardava l’ora di convocazione (le undici di mattino), Sebastiano poteva fare uno strappo. “Per non rimanere troppo sola, potresti accompagnarmi alla Stazione Carabinieri di Foce, dove vorrei salutare alcuni conoscenti; ammesso siano ancora lì”. Dopo le cortesie del marito, seguirono quelle della moglie. Sulla tavola del terrazzo comparvero scodelle di caffellatte, fette di pane tostato, burro e marmellata. Marisa aveva di buon grado accolto la proposta che le consentiva d’andarsene a zonzo senza preoccupazioni di fare pranzo; dal momento che, se la riunione del marito cominciava alle undici, chi sa quando sarebbe poi finita... I due raggiunsero la macchina parcheggiata sull’Aurelia. “Vuoi che guidi io?”, domandò lei. “Se non ti dispiace...”, fu la prevedibile risposta. L’auto prese la direzione di Nervi. “Dunque, vediamo un po’: via Gobetti...”. La carta della città coprì il cruscotto. Ferma al volante, Marisa resistette stoicamente alle strombettate. Dopo qualche incertezza, la vettura giunse a destinazione. Come prevedibile, di parcheggiare non se ne parlava nemmeno. Per non mettersi in seconda fila, Marisa svoltò alla prima via a destra e salì con le due ruote sul marciapiede. “Ci metti tanto?”, domandò con un po’ di trepidazione. “Credo di no. Se dovesse passare qualche vigile, spostati e tienti nelle vicinanze”. Marisa rimase con il patema. Sarà forse stato per l’agitazione: fatto sta che sul momento non badò a un passante che le stava battendo sul vetro. Era giovane; mostrava qualcosa che subito Marisa non riuscì a distinguere. Abbassò e si sentì dire: “È suo questo anello? L’ho trovato qui accanto alla macchina...”. La donna si rese conto che effettivamente di anello si trattava, per di più d’oro. Nel medesimo istante apparve il marito. Il giovane esibì l’oggetto dicendo: “Ho chiesto alla signora se è suo...”. “Come ne è venuto in possesso?”, replicò seccato il maresciallo. “Non so, l’ho trovato sul marciapiede; pensavo che la signora lo avesse perso e volevo restituirglielo...”. Le fattezze del viso erano con ogni probabilità slave: occhi chiari, capelli biondastri, sorriso rassicurante tutto da verificare. “Dal momento che lo hai trovato, perché non te lo tieni tu”, fu la prevedibile osservazione di Sebastiano. Il giovane si schermì, sembrò colto da scrupoli. Vitale insistette, ma il ragazzo si allontanò lasciando l’anello. Il maresciallo salì in macchina più che mai perplesso. Osservò l’oggetto: pesante, un ornamento di foggia maschile con una specie di scudetto. Guardò sua moglie e fra i due corse il medesimo pensiero: una fortuna insperata caduta dal cielo o qualcos’altro? Un anello del genere, Sebastiano non lo avrebbe mai messo; nondimeno, a venderlo o farlo fondere, ne sarebbe uscito un guadagno insperato. Troppo bello per essere vero... A un diffidente come lui ci voleva ben altro per fargli credere di essere improvvisamente baciato dalla buona sorte. Un giovanotto dall’apparenza tutt’altro che benestante che si offre di restituire a un’improbabile proprietaria un oggetto prezioso casualmente trovato in terra... Uhm! Da rimanerne diffidenti. “Bè, intanto togliamoci da questa scomoda posizione...”. Marisa ingranò la prima. Più avanti, a una svolta, comparve nuovamente quello di prima; sembrava ritornare sui suoi passi. Aveva l’espressione di bravo ragazzo che si accontenta di fare del bene, anche a costo di rinunciare a qualcosa di prezioso rinvenuto per caso. “È lui”, disse Marisa, “Sembra che non si sia accorto di noi; o fa solo finta...”. “Ferma e fammi scendere”. La donna si rese conto che non era il caso di ribattere; vide il marito sgattaiolare non prima di avere mostrato il telefono portatile; una chiara intesa che voleva significare: mi farò vivo con una telefonata. Il maresciallo seguì il giovane; dopo qualche isolato assistette a qualcosa in un certo senso di prevedibile. A pochi passi da una signora che camminava sul marciapiede reggendo due borse con la spesa, il ragazzo fece finta di raccogliere qualcosa da terra; lo mostrò pronunciando parole che Sebastiano a qualche metro di distanza non riuscì a sentire, ma il cui significato si poteva intuire. Resasi conto, la donna tirò innanzi senza esitazioni, nonostante le insistenze. Il giovane desistette; mise in tasca l’oggetto che finse di avere casualmente trovato e prese la direzione verso corso Italia. Vitale a quel punto rimase incerto: continuare a tallonarlo oppure rivolgersi alla signora per cercare di sapere le intenzioni di chi l’aveva poco prima fermata per strada. Bella alternativa! La fortuna lo aiutò, nel senso che la donna entrò subito dopo in un palazzo di via Rosselli. Nel frattempo, il giovane salì su un’auto con targa straniera. A bordo c’erano tre tipi, di quelli che non passano inosservati. Uno vestiva alla araba. I quattro rimasero a parlottare; poi uno di loro scese e si allontanò. L’auto si mise in moto, con a bordo il misterioso donatore di oggetti d’oro. Vitale mise in bilancio di farsi in una lunga scarpinata; vide l’uomo che aveva deciso di seguire entrare nell’edificio di un viale alberato. A quel punto la sua azione di pedinamento poteva ritenersi soddisfacente. Chiamò la moglie al telefono e si fece venire a prendere. Quando Marisa lo scorse, gli fece un gesto eloquente: con le dita della mano raccolte a pera: “Si può sapere che cosa t’è preso?”.
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