Capitolo 3

1535 Parole
Capitolo 3A migliaia di chilometri, in una caverna isolata dei monti Hindu Kush dell’Afghanistan, si stava svolgendo una riunione alla presenza di personaggi con diversa provenienza: capi tribù, talebani, rappresentanti del mondo islamico. Scopo dell’incontro, la diffusione del credo dei neocostituiti Tafuri, un gruppo fondamentalista che si ispirava alle pratiche sanguinarie degli Hashashin, i fanatici che mischiavano aneliti di indipendenza nazionale con estremismo religioso secondo una pratica aggressiva che imperversò per secoli in Asia e Medio Oriente. Nemico comune: l’Occidente, la sua religione, la sua “corruttrice” civiltà e i governi islamici cosiddetti moderati. Distanti da qualsiasi centro abitato, nessuno aveva rinunciato alle armi: kalashnikov e automatiche di fabbricazione russa bottino di guerra risalente all’invasione sovietica. Prese la parola un anziano mullah; alzò gli occhi spiritati al cielo e urlò con voce strozzata: Malak Ghenva! Seguì una prolungata meditazione. Al termine, un personaggio fin allora rimasto in disparte sfoderò una scimitarra. Brandendo l’arma, pronunciò una sequela di parole nelle quali il nominativo di Allah si alternava al nome di una città, stavolta pronunciato in modo corretto: Genova... Cadde una tenda posta in un angolo della caverna; apparve una cassa metallica di color verde scuro con scritte in caratteri cirillici. Uno dei capi fece magnanimi gesti di offerta. Il recipiente con parvenze di manufatto militare fu in tal modo donato in segno di adesione alla nuova setta. Il “regalo” proveniva dagli arsenali sovietici saccheggiati. Nelle mani dei terroristi cadde in tal modo un’arma dagli effetti catastrofici; un ordigno che doveva esplodere in occasione di avvenimenti particolari. Vitale non lo avrebbe mai saputo, ma l’invasato della caverna che fendeva l’aria con una scimitarra era uno dei quattro da lui notati su una macchina con targa straniera. La medesima sulla quale vide salire il giovane che offriva preziosi a donne incontrate per strada. ***** L’incontro con i colleghi conosciuti fu caloroso, da reduci che si rivedono, anche se di tempo non ne era per la verità passato molto. Particolarmente cordiale quello con Calogero Piazza, giovane maresciallo dei ROS. “Ué Calo’, come ti va?”. “Abbastanza bene, e voi?”. “Siamo alle solite: di darmi del tu manco ti viene in mente. Ormai ci ho fatto l’abitudine...”. “Come sta tua moglie e la piccirilla...”. “Tutti bene. E la vostra?”. “Bene pure noi, non possiamo lamentarci. Sei sempre a Torino? È lì che tua moglie lavora come psicologa, se ricordo bene”. “Esatto. La bambina ha ormai quasi due anni. Un diavoletto, non sta mai ferma...”. “Sono proprio contento... Dunque, pure te t’hanno chiamato. Vedo che ci sono Marchetti di Reggio Emilia, Vullo di Alessandria. Tu sai di preciso perché siamo qua?”. Calogero fece la faccia del pesce lesso, come se volesse dire e allo stesso momento non dire. Compresa la perplessità originata con ogni probabilità da motivi di sicurezza, dal momento che i ROS ne sapevano sicuramente più di lui, Sebastiano buttò lì. “È per la nostra conoscenza della città?”. “Può darsi”, rispose laconicamente Calo’. “Ho bell’e capito. Quando sarà il momento ce lo faranno sapere... Piuttosto, perché proprio in questi locali? Sembra una scuola in disuso”. “Per ragioni di riservatezza”, rispose Calo’ stringendosi nelle spalle. “Una cosa almeno puoi dirmela: c’entra col G8? Se è così, non vedo che segreto ci possa mai essere...”. “Vi posso soltanto dire che noi siamo stati chiamati a far parte d’un gruppo collaterale di supporto, molto speciale...”. “Speciale”: pronunciato a quel modo, era un capolavoro di reticenza; sembrava detto per confondere più che chiarire. Nella sala erano presenti in una cinquantina: senza divisa, come del resto specificato nell’ordine di convocazione. Vitale non fece fatica a indovinare i gradi di ufficiale in alcuni dei presenti. Entrò un non più giovane signore dall’aspetto severo: radi capelli grigi, giacca al braccio e volto sudato. Intorno a lui si fece animazione: “Comodi signori ufficiali e sottufficiali...”. Per Vitale a quel punto non ci furono dubbi: il personaggio che aveva appena preso posto tra le prime sedie doveva essere un pezzo grosso. Nella sala il brusio scemò, fino a dissolversi del tutto. “Vuole introdurre lei, colonnello?”. “Grazie generale. Siete stati scelti per la vostra competenza, conoscenza e attitudine per un incarico di intelligence che dovrà appoggiare l’apparato di difesa e protezione atto a consentire il regolare svolgimento del prossimo G8...”. “Oh! E ci voleva tanto”, disse fra sé Vitale con tono involontariamente alto, al punto di farsi sentire. Nessuno fece commenti, segno evidente che l’osservazione era condivisa. Il colonnello riprese: “Capisco che, a questo punto, vogliate saperne di più. Spero tuttavia comprendiate che al momento altro non vi si può dire”. Intervenne quello che sembrava il capo in testa: “Non vorrei interromperla. Ritengo tuttavia che, pur senza fare premature rivelazioni, qualcosa si possa dire sulla costituzione del vostro gruppo operativo...”. I presenti puntarono gli occhi sul colonnello. “Secondo quanto risulta al nostro servizio informazioni, possiamo aspettarci azioni clamorose, non escluse di attacco e sabotaggio militare; ripeto militare, non di protesta più o meno pacifica...”. Il brusio riprese. Uno di quelli che stava seduto nelle prime file intervenne a sua volta: “Abbiamo che fare con potenze o Stati ostili?”. Rispose il colonnello: “Magari! Sarebbe tutto più semplice... Ci troviamo di fronte non uno Stato belligerante, ma potenze a cui non mancano i mezzi di offesa”. Una voce dal fondo: “E che sarà mai, la Spectre di 007?”. La battuta, tale voleva essere, non fece ridere nessuno. Ci fu un’altra domanda: “Che cosa dobbiamo aspettarci?”. I due ufficiali si guardarono in faccia; riprese il generale: “Qualcosa di forse mai visto e nemmeno immaginabile”. “Andiamo bene!”, commentò Vitale dando di gomito a Piazza. Quando la riunione si sciolse, Sebastiano si rivolse al collega: “Tu che fai, Calo’?”. “Ho un treno per Torino che parte alle diciotto e dieci. Vorrei prenderlo”. “Ti accompagno alla stazione”. Stazione ferroviaria di Porta Principe: vi arrivarono dopo qualche fermata di autobus. Il mezzo pubblico non era il posto più adatto per affrontare certi argomenti. C’era ancora una buona mezz’ora da aspettare prima della partenza. Sebastiano si decise: “M’è capitata per le mani – per puro caso – una squallida storia di malaffare. Vorrei parlartene, anche se dovremmo pensare ad altro”. “Dite, dite. Di che si tratta?”. “In poche parole: un’organizzazione di extracomunitari dediti al ricatto e alla estorsione. Non escluderei inoltre che di mezzo ci possano essere altre attività illecite”. “E dove stanno ’sti galantuomini?”. “Proprio qui, a Genova”. “Come avete fatto a...”. “Ad accorgermene? In modo del tutto casuale. Stamattina, prima di venire alla riunione, ho voluto fare un salto a trovare certi conoscenti al Comando Provinciale. Mi faccio accompagnare in macchina da mia moglie, che poi lascio al volante in una via laterale. Il tempo di sapere che i colleghi sono stati trasferiti e faccio ritorno. Vedo un giovanotto che parla con lei. Mi avvicino e domando che cosa vuole. Per tutta risposta, quello mi mostra un anello secondo lui trovato nei pressi. Marisa dice: ‘Mi ha domandato se è mio. Gli ho detto di no, ma lui insiste... Avrà avuto venticinque anni. Dalle sue parole m’è sembrato uno straniero animato da ‘onestite’ acuta”. “Di preciso?”, commentò Piazza. “Che volesse apparire extracomunitario perbene mosso da desiderio di restituire al legittimo proprietario qualcosa che non gli apparteneva”. “Alla fin fine: l’anello?”, tagliò corto Calo’. “Me lo ha rifilato e se ne è andato. Come se avesse voluto liberarsi di qualcosa di compromettente”. “E voi che avete pensato?”. “Sul momento, alla sua buona fede. Forse era clandestino; di andare a denunciare non aveva nessuna voglia. Se non che, fatte alcune decine di metri in macchina, me lo vedo ritornare. Decido di seguirlo. In una via di Albaro, si avvicina a una signora che regge due borse della spesa; le mostra qualcosa che da lontano non riesco a distinguere. Lei ha una reazione stizzita, lo manda a quel paese; dopo di che entra in un caseggiato. Poco più avanti, il giovanotto sale su un’auto con targa straniera, con tre uomini a bordo; uno veste alla araba. Confabulano. Dopo qualche minuto, uno di loro scende dalla macchina e si avvia a piedi. Decido di tenerlo d’occhio, fino a quando non entra in un certo palazzo. Guardo il nome della strada: via Casaregis. Chiamo mia moglie e mi faccio venire a prendere”. Calogero cominciava a sentirsi coinvolto: “E poi, che cosa è successo?”. “Sono tornato dove la signora era entrata”. “Io avrei fatto altrettanto”, lo incoraggiò Piazza. “Ho suonato a tutte le porte. All’ultima, mi apre proprio lei. Mostro la tessera, mi fa entrare. Vuota il sacco, giustifica il comportamento da lei tenuto nei confronti di quel bellimbusto che... Indovina?”. “E che mai devo indovinare a ’sto punto”, rispose spazientito Calo’. “Voleva, nientemeno, restituire una spilla d’oro che – secondo lo sfrontato – era caduta da una delle borse della signora”. “Ma allora? Altro che giovane onesto e virtuoso...”. “Puoi ben dirlo. Ma non è finita”. Piazza guardò l’orologio e lo mostrò al suo interlocutore. “Molto interessante. Ora però devo partire. Ecco, stanno annunciando il treno...”. “Ci vediamo domani...”. Uscito dalla stazione, Vitale ebbe un attimo di incertezza. Prima di salire su un autobus diretto a Levante volle fare due passi. Gironzolando nei vicoli, fu avvolto da un’improvvisa zaffata di pesce marcio che per poco non lo fece svenire. Non era del resto una novità: pesci e anche soltanto i loro odori proprio non li sopportava. Proseguì trattenendo il respiro. C’era andirivieni d’automezzi e lavoratori che erigevano barriere. Sembravano reti metalliche, palizzate, qualcosa del genere. Collegò con quanto da lui visto il giorno prima in corso Europa, dove alcuni operai armeggiavano intorno a un distributore di benzina. Le pompe erano state coperte con assi di legno. Spiegazione al momento plausibile: proteggersi da vandalismi. L’annunciato arrivo di tanti manifestanti poteva diventare motivo per fomentare disordini, perfino atti terroristici a sentire almeno quel che dicevano i bene informati. Nel suo piccolo, il gestore della pompa di benzina aveva intanto voluto mettersi – come dicono a Genova – con la prua al vento: un modo per affrontare un’eventuale burrasca. Dopo i preamboli, alla riunione del Gruppo Interforze Prevenzione Antiterrorismo (G.I.P.A.) si era arrivati al sodo. L’eventualità che il G8 di Genova potesse diventare occasione di attentati non era per niente campata in aria.
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