Capitolo 4Vitale tornò a riflettere sulla sua chiacchierata con Clara Dupino, la donna risoluta da lui incontrara in via Rosselli. La strada si trova a due passi dal mare; non è trafficata e i pedoni che la percorrono sono solitamente pochi: soprattutto badanti, collaboratrici domestiche e qualche signora della buona borghesia che – fatto eccezionale – va a fare la spesa.
“Che cosa voleva da lei quel giovanotto che l’ha fermata per strada?”.
“Diceva che una spilla d’oro era caduta da uno dei miei sacchetti...”.
“Lei non ci ha creduto...”.
“Non solo, ma mi è venuto subito in mente il caso accaduto a una donna”.
“Vuole dire che...”.
“Sì, pure lei era stata avvicinata da un giovane con la faccia di bravo ragazzo, premuroso e gentile; al punto di avvertirla che le era caduto qualcosa dalla borsa: nientemeno che una collana d’oro...”.
“E l’ingenua ci è cascata”, aggiunse Vitale.
“Al punto che la sua vita è poi diventata un inferno”.
Sebastiano aggrottò la fronte:
“Scusi, lei come lo sa? Conosceva quella signora?”.
“Non l’avevo mai incontrata. La sua vicenda mi è stata raccontata dalla donna che è stata al mio servizio fino a sei mesi fa”.
“Potrei sapere il nome?”.
“Diletta Dameto. Ripeto, non l’ho mai conosciuta”.
“E dove abita?”.
“Dove abitava vorrà dire, dal momento che è morta...”.
Vitale non seppe reprimere un tic; ne uscì un involontario occhiolino.
“Quanti anni aveva, i motivi del suo decesso?”.
“Quarantasette anni. L’ho saputo dopo che i giornali avevano scritto che si era tolta la vita...”.
“E quando?”.
“All’incirca un mese fa. Ora di preciso non...”.
“Non mi dica che il caso non l’ha incuriosita, che non ha desiderato saperne di più...”.
Clara si fece seria; riunì le gambe prima accavallate e si allungò la gonna sulle ginocchia. Nel fare quei movimenti suscitò il dubbio di ogni uomo che sorge in quelle circostanze: gesto istintivo o calcolato?
“Maria, la peruviana, mi aveva fatto capire che erano stati i suoi guai a spingere la padrona al suicidio.”
“Era ricattata?”, aggiunse Vitale.
“Qualcosa del genere...”.
*****
Giunto a Bogliasco, Sebastiano pregustò la scena che si sarebbe trovava: tavola apparecchiata, vista del mare fra gli alberi che si frapponevano alla scogliera. Marisa lo accolse con la gioia stampata sul volto. Un bacio di benvenuto e subito dopo:
“Me l’ero dimenticato di come si sta bene qui...”.
“Che cosa hai fatto mentre non c’ero?”, domandò il marito.
“Un po’ di spesa. Il negoziante della strettoia mi ha riconosciuta facendomi tante feste. E tu? Ah già, dimenticavo: top secret...”.
Sebastiano si sentì in colpa; cercò di rimediare:
“Segreto fino a un certo punto. Per esempio, ho incontrato una certa signora. Con lei ho avuto un colloquio molto interessante...”.
La moglie lo guardò storto.
“Adesso non farti venire in mente certe idee...”.
“Chi, io? E perché mai...”, rispose Marisa con espressione poco sincera.
“Come se non ti conoscessi...”.
“Taglia corto: che cosa vuoi dirmi?”.
Sebastiano si pentì delle parole da lui dette. Quel molto interessante poteva pure risparmiarselo. Cercò di salvarsi in corner, ma buttandola sull’ironia peggiorò le cose:
“Quel tuo spasimante...”.
“Quale spasimante? Cosa ti viene in mente!”.
“Ma sì, quello che voleva regalarti l’anello...”.
Stavolta lei non ci vide più:
“Quando ti ci metti, sei proprio uno...”.
“Ma mi hai preso sul serio? Sto scherzando...”.
Marisa s’alzò dal tavolo sbattendo il tovagliolo. Nel vederla in quello stato, Sebastiano si sarebbe dato un pugno in faccia. Conseguenza immediata: i piatti si raffreddarono, a lui passò l’appetito, a lei era già sparito. La serata proseguì in silenzio davanti al televisore. Prima di coricarsi, Marisa accese l’abatjour. Si svestì e rimase con le sole mutandine. Sebastiano si avvicinò senza essere respinto; dimenticò d’un tratto la giornata densa di incontri e i compiti a lui assegnati come componente del GIPA: “robetta” da poco come contrastare certi bei tipi che avevano in animo di far saltare in aria Genova con gli illustri ospiti del G8. Se nessuno lo avesse impedito.
*****
Marisa aprì gli occhi a un nuovo giorno.
“A che cosa stai pensando?”, domandò il marito.
Lei si aggiustò il prendisole con il quale si era avvolta, non tanto comunque da nascondere l’intimo a due pezzi: rosso con bordi di pizzo, un accostamento che sembrava fatto apposta per dare risalto alla carnagione chiara e ai biondi capelli.
“Sto pensando a quanto che mi hai detto, a proposito di quella povera donna che si è ammazzata”.
“Sarebbe potuto capitare pure a te...”, si lasciò sfuggire il marito.
Marisa lo guardò atterrita:
“Tu credi...”, aggiunse portandosi la mano alla bocca.
“Beh, non proprio. Ho detto così, tanto per dire. Certo però che il rischio in qualche modo c’è stato”.
“Mi vuoi ripetere cosa ti ha detto quel carabiniere, quando gli hai consegnato l’anello?”.
“È stato categorico: un anello da magnaccia”.
“Se non sbaglio – aggiunse Marisa – magnaccia significa pappone, gargagnano come dicono a Torino”.
“Dici bene”.
Vitale rivisse lo stato d’animo del giorno prima, quando il misterioso giovane se ne era andato lasciandogli un oggetto di valore:
“E adesso, che me ne faccio...”.
Troppo semplice e perfino imprudente pensare di tenerlo. Figurarsi: un prezioso d’incerta provenienza... Decise di fare dietrofront. Al videocitofono del Comando Provinciale disse:
“Sono quello di prima. Fammi parlare con quelli della Stazione”.
A un giovane brigadiere spiegò per filo e per segno quanto accaduto.
“Per non farla troppo complicata, cataloghiamo l’oggetto come smarrito. Così il verbale sarà più semplice”.
Sebastiano non si permise di obiettare. L’imbarazzo suscitato dal possesso dell’oggetto svanì, al punto di sentirsi con la coscienza a posto.
Marisa tornò sull’argomento:
“Quindi secondo te, rifilandomi l’anello, quello sfrontato avrebbe poi potuto procurarmi un sacco di guai...”.
Per pudore, Vitale non ebbe coraggio di proseguire.
Con Calogero fu però diverso. Alla prima occasione tornò a bomba:
“All’inizio la ex colf peruviana non sembrava avere voglia di parlare. Il fatto di trovarsi di fronte a uno come me la preoccupava, al pari della sua datrice di lavoro che forse non l’aveva messa in regola. A un certo punto fu la stessa signora che consigliò: Penelope, di’ tutto quello che sai, non mettere nei pasticci anche me. La poveretta si mise a singhiozzare e tremare come una foglia. Si vedeva compromessa, addirittura già arrestata per complicità in qualcosa di cui nemmeno lei sapeva. Ho dovuto tranquillizzarla. Le mie parole non l’hanno rassicurata e ho poi capito il perché”.
“Sarebbe...”.
“Prova a pensarci. Se la padrona era ricattata, come non escludere che la stessa Penelope non ne fosse in qualche modo coinvolta, magari contro la sua volontà. Come non immaginare che al telefono o alla soglia di casa non si fosse trovata alle prese con brutti ceffi che minacciavano...”.
“Quindi, la peruviana potrebbe aver visto in faccia, potrebbe riconoscere...”.
“Io dico di sì”, sostenne con sicurezza Vitale.
“I delinquenti come avrebbero agito?”.
“Il mascalzone con faccia di bravo ragazzo adocchia la donna giusta e l’avvicina. ‘Signora, guardi che ha perso questa cosa’: un anello, una spilla o altro oggetto di valore. Dopo il primo sguardo, la vittima si rende conto che non si tratta d’una patacca. La tentazione a quel punto diventa forte; dire una bugia non costa molto. Dal momento in cui infila nella borsetta cominciano i guai. I complici in macchina la seguono, scoprono dove abita. I delinquenti fanno poi sapere che l’oggetto è frutto di una rapina e lei può andarci di mezzo. Possiamo immaginare lo spavento. I malviventi si dichiarano disposti al silenzio: in cambio però di qualcosa”.
“La solita ignobile trafila”, aggiunse Calogero.
“Dopo un po’, quelli non si accontentano dei soldi. La stessa Penelope mi dice che una sera, dopo l’ennesima telefonata, la signora esce di casa. La colf capisce che qualcosa non va; segue. Vede la signora salire su una macchina parcheggiata al buio. A bordo ci sono quattro uomini. Come si siano poi comportati l’ho dedotto dalla espressione schifata della peruviana e dal suo commento: Pobre señora... Non mi spiego quel tale vestito da arabo: secondo quanto detto dalla stessa Penelope s’è tenuto in disparte, è rimasto fuori mentre gli altri facevano le loro porcate. A ’sto punto si può capire come la poveretta non abbia retto al calvario e si sia tolta la vita... Ah, un ultimo particolare. Quando ho domandato il modello e il colore dell’auto, mi sono sentito rispondere: bianca, con targa straniera”.
“Simile a quella che avete notato voi...”, concluse Calogero.