La banda
La banda del Francese era costituita dai fedelissimi che con lui erano cresciuti in un reticolo di vicoli, spiazzi e slarghi alle spalle del molo. Al centro di questa ragnatela c’era piazza san Bernardo, con il Francese nelle funzioni di capocorda. Piazza Cavour era l’area più commerciale, vicina com’era alle banchine del porto e sempre affollata di gente di ogni sorta. Per questi suoi vantaggi era stata affidata da Enrì a Silvio Canepa, detto il Cinque, perché nelle dita delle mani aveva il tocco delicato e preciso di una merlettaia. Era il più abile borseggiatore della città ma anche un uomo talmente ricco di talenti da essere considerato da tutti il numero due della banda.
La seconda area controllata dalla gang aveva sede in piazza Grillo Cattaneo.
Era il territorio del Cannetta, al secolo Gino Repetto. Il suo nomignolo si riferiva ad una dote che Gino aveva messo in risalto sin da bambino: possedeva una mira eccezionale. Quando era ancora ragazzino era di gran voga sfidare gli avversari armati di una cannetta di alluminio con la quale sparare proiettili di stucco da vetro. Gino aveva un gran fiato e non sbagliava mai un colpo. Il Cannetta era l’esperto di armi della gang del Francese. Salendo per vicolo Basadonne e poi girando in via dei Giustiniani, si arrivava in piazza dei Giustiniani, piccolo slargo impreziosito dallo splendido Palazzo del Cinquecento costruito su commissione del Cardinale Vincenzo Giustiniani. Era la base operativa di Mauro Ivaldi, denominato il Reverendo. Mauro doveva questo appellativo al fatto che nel quartiere girava voce che in gioventù la madre avesse frequentato con una certa assiduità la canonica prima di rimanere incinta e di dare alla luce il suo Maurin. La sua specialità era “la confessione” ovvero una capacità innata a raccogliere informazioni e a convincere anche i più reticenti a spifferare ogni cosa lui volesse sapere. Per questo scopo aveva elaborato una personalissima strategia: picchiava duro con un sacchetto pieno di monetine.
Percorrendo via dei Giustiniani in direzione nord con quattro passi si arrivava in vico Lavezzi, un budello maleodorante che si apriva in piazza Pollaiuoli, dove anticamente fioriva il mercato dei pennuti. Era la piazza di competenza di Aldo Pesce detto il Formula Uno, l’autista della banda. Sapeva condurre tutti i tipi di veicoli con la perizia di un pilota da circuito. Inoltre, essendo un grande appassionato di motori, contatti elettrici e serrature, rappresentava il massimo esponente dei ladri di macchine della città. La piazza era collegata dalla via omonima con piazza Matteotti sulla quale si affacciava il monumentale Palazzo Ducale. A soli duecento metri c’era piazza De Ferrari, con i suoi portici e la fontana, i binari dei tram e la rotatoria, da dove si ramificavano le grandi arterie di circolazione del centro di Genova. Era per questo motivo che nella distribuzione delle aree il Francese aveva assegnato questo settore a lui e alla sua Giulia Sprint GT con motore a doppia accensione, 1600 di cilindrata preparato per sviluppare la bellezza di 175 CV, carrozzeria alleggerita da pannellature in alluminio e vetri in plexiglas, sospensioni modificate, assetto abbassato, cerchi e pneumatici maggiorati. Era una bomba.
Da piazza Pollaiuoli, leggermente in pendenza, si apriva piazza delle Erbe, antico largo dove nel XVII Secolo si teneva il mercato ortofrutticolo all’aperto. Al tavolino di uno stretto bar, sempre con un libro in mano, sedeva Attilio Dodero detto il Professore. Della banda lui era il letterato, l’esperto di antiquariato, di toponomastica, di topografia, di usi e costumi, di gastronomia e di casseforti. Nella piazza c’erano una libreria antiquaria, un buon ristorante e un fabbro, tutte attività lecite che con classe e distinzione il Professore era solito frequentare. Dalle Erbe, percorrendo salita del Prione – una rampa da prendere di buon passo – si arrivava in piazza delle Lavandaie. Questa meritava il nome di piazza solo ed esclusivamente per la particolare tipologia del centro storico; in realtà era un ridotto spiazzo dove esisteva un lavatoio utilizzato dalle antiche brugaixe, le massaie dedite al lavaggio della biancheria al trogolo pubblico. Seppur non fosse una piazza di prestigio – piuttosto un orinatoio a cielo aperto – era uno dei punti di maggior interesse per la banda del Francese perché essendo attigua a via di Ravecca, rappresentava l’ideale avamposto ad intercettazione del nemico e garantiva la gang da sorprese, permettendo nel contempo le manovre necessarie per entrare in azione.
La zona soprastante, da Porta Soprana a piazza Sarzano, era il territorio dei rivali della banda del Francese, tipi poco raccomandabili e sempre in contrasto con le altre cricche per il dominio dei territori. Alfio, detto il Dobermann, oltre ad esserne il capo, era nemico giurato del Francese. Per coprirsi le spalle, Enrì aveva affidato a Fulvio Penco, chiamato Everest, la responsabilità della copertura della zona. Fulvio era una montagna di uomo al cui confronto il leggendario Primo Carnera faceva un baffo.
Contrariamente a quanto si diceva a Genova: “grande, grosso e abbelinòu”, l’Everest possedeva una mente fine e riusciva, malgrado la lentezza che si attribuisce agli uomini di grossa mole, a giocare di anticipo sia nel dare ceffoni che nel precedere le mosse di qualsiasi avversario. Il suo migliore amico era Piero Parodi soprannominato il Nebbia. A lui era affidato il controllo dei vicoli che si ramificavano intorno a piazzetta dei Tre Re Magi. A differenza dell’Everest, era un tipo che passava inosservato. Di corporatura media e di aspetto comune aveva la capacità di materializzarsi dal nulla e nel nulla scomparire. Vestiva sempre di grigio, si muoveva sempre con lo stesso passo, non alzava mai il tono della voce, non gesticolava, non usava profumi, non fumava e pur essendo un grande osservatore, sembrava non esistesse. Nessuno lo notava. Questa caratteristica lo rendeva il miglior palo della città vecchia e in assoluto l’esperto più in vista in fatto di sopralluoghi. La zona che rappresentava l’ottavo puntello della cinta di protezione e degli affari della banda, era piazza di Santa Croce, collocata esattamente sotto il punto in cui si incontravano le Mura delle Grazie e quelle della Marina. Al civico numero 33, entrando da uno splendido portale in ardesia, si arrivava, salendo una scala in marmo, davanti allo scagno di Alfredo Villa detto l’Avvocato. Pur non essendo propriamente un legale, Villa era l’esperto di diritto amministrativo e penale della banda. Aveva gli agganci giusti per poter intercedere in questura, amministrare con profitto i beni “acquisiti” dalla gang e promuovere i contatti esterni con il mondo della “Genova bene”.
Vestiva con eleganza classica, sartoria genovese su modello inglese, e nella borsa di vacchetta portava sempre con sé una mazzetta di frusciante denaro da distribuire a complici, confidenti e gendarmi.
L’ultimo affiliato alla banda del Francese si chiamava Giovanbattista Pittaluga. Per ironia delle circostanze e dei nomi, a Giovanbattista i genitori avevano affibbiato un nome importante e molto lungo... proprio a lui che diventando adulto non riuscì a raggiungere il metro e mezzo di altezza! I soprannomi per lui, in passato, si erano sprecati: Nano, Tappetto, Pigmeo, Piccoletto, Bassotto, Cucciolo, Rasoterra, Mezzasega fino al più recente Pippa. Ma il suo nome per tutti ora era il Corto. Gio. Batta aveva il suo quartiere generale in piazza delle Grazie e lì, affianco al Santuario, disponeva di un magazzino dove la banda stivava i profitti provenienti dalle banchine del porto. Il Corto era l’agente marittimo della banda del Francese, specializzato nell’importare qualsiasi mercanzia senza pagare dazio.