PER COSA UCCIDE UN MILITARE

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PER COSA UCCIDE UN MILITAREdi Antonio “Spettro” Amodeo Il primo runner venne preso dritto in fronte. Per il secondo, il ragazzo lasciò cadere il fucile di precisione per afferrare le armi che teneva nelle fondine. Pur non essendo mancino, colpì il primo zombie per amputargli una gamba con il tomahawk impugnato nella mano sinistra. Felice di non aver utilizzato il manganello che stringeva nella destra, poté concentrarsi meglio sul secondo runner, riuscendo a compiere un attacco inconsue­to per un oggetto poco appuntito: un affondo. Conficcò la punta del manganello militare in uno degli occhi dello zombie. Tenne ferma la testa dell’essere come se stesse utilizzando uno spiedo, poi decapitò il non morto con un fendente dell’agile ac­cetta indiana. Il primo zombie, quello che aveva precedente­mente azzoppato, cercò di avvicinarsi a lui strisciando, ma non era una minaccia al momento: aveva imparato a temere la velo­cità degli infetti e a guardarsi attorno mentre riprendeva fiato. Comprese di aver fatto bene quando alle sue spalle si avvicinò un infetto con un’enorme pancia. Provò a decapitarlo, ma l’arma restò conficcata sul grasso collo del non morto. Dovette lasciarla per evitare di essere investito in pieno dal getto di sangue dell’essere. Tentò di colpirlo con il manganello, ma non riuscì a sortire alcun effetto utile. Si voltò per fuggire e inciam­pò quando il runner strisciante a sorpresa gli afferrò le caviglia. Quando cadde, piuttosto che utilizzare le braccia per protegger­si come avrebbe fatto chiunque d’istinto, si voltò, mirando allo zombie strisciante con l’unica arma che gli era rimasta in mano. Fu fortunato, la spinta rafforzò l’attacco al punto che il manganello riuscì a spezzare il cranio dell’infetto. Il ragazzo perse qualche secondo per riprendersi dal dolore causato dall’impatto, poi tolse qualcosa dalla giacca: un pugnale da lancio rubato durante l’ultima visita in un campo di nomadi. Lo lanciò verso il grassone che si accingeva a chinarsi verso di lui. Non fu difficile, ebbe il tempo di prenderlo per la punta, soppesare la lama e tirare il coltello con un movimento che indicasse la testa del bersaglio. Anche questa volta la fortuna lo aiutò, non tanto per la precisione del colpo frutto di passati allenamenti, quanto per la tempistica: qualche altro istante e lo zombie si sarebbe piegato abbastanza da cadere sopra di lui piuttosto che all’indietro. Una vittoria di Pirro, comunque: un ragazzino infetto stava già correndo verso di lui e il corpo del ciccione si dimostrò un ottimo trampolino per il piccolo zombie. Non lo raggiunse in tempo, il dardo che centrò la testa dell’infante lo spinse via da lui. Il gio­vane ebbe appena il tempo di vedere l'infante non morto rim­balzare con una pupilla che scappava da un’orbita e le cervella che si spargevano nel suolo all’impatto con esso, ma non perse i sensi: la caduta gli causò solo qualche piccolo ema­toma alla schiena e il dolore cominciava a essere sopportabile. Guardò i sopravvissuti che erano giunti in quel momento per fare a pezzi i runner rimanenti, in particolare si concentrò sul vecchio che portava una balestra sotto il braccio e un taccuino su cui stava scrivendo qualcosa. Si alzò e raggiunse il gruppo di uomini vestiti da pompieri. Tese la mano verso uno di loro, ma come risposta ricevette solo una tanica di benzina e un cenno verso i corpi degli zombie. Quando il fuoco venne appiccato fu proprio il vecchio con la balestra a presentarsi. Spiegò di essere il leader del gruppo, uscito dal rifugio giusto per eliminare qualche infetto ed evitare che si accumulassero e salissero uno sopra l’altro, scavalcando le recinzioni. Gli disse anche il suo nome. «Taccuino?» chiese il giovane quando sentì il soprannome «Dai, non prendermi in giro. Ti chiamano così per il block notes?» «Non è un block notes qualunque», rispose il vecchio, «nel taccuino scrivo gli zombie che eliminiamo e le munizioni che utilizzo, anche quelle che vanno a vuoto. Quando la differenza fra i due valori è troppo alta inizio a preoccuparmi. In ogni caso, ho scelto io questo soprannome. Non volevo che mi des­sero qualche nomignolo come Diecimila o Mister Balestra.» Il ragazzo non si trovava molto a suo agio in mezzo a quel gruppo di veterani. Erano tutti con la divisa da pompiere mentre lui era vestito come un metallaro, con tanto di T-Shirt raffigurante lo zombie degli Iron Maiden. «Combatti bene, ragazzo, non sembri uno di quei dannati nomadi», disse Taccuino mentre entravano. «Non sono un nomade e non appartengo a nessuna fazione, se proprio vuoi saperlo.» «Be’, forse è arrivato il momento», continuò il vecchio per poi voltarsi verso uno dei suoi. «La domanda è: vuoi andar via o arruolarti?» Il ragazzo guardò il vecchio per un attimo. Era stanco, cerca­va un riparo da giorni e fuori si sentivano già le urla degli infet­ti, ansiosi di sostituire i compagni caduti. «Non credo di avere scelta», rispose. «Avete almeno delle docce funzionanti?» * * * Una doccia. Non immaginava che ne avrebbe mai fatta un’altra. Fuori dalle docce non ritrovò i suoi vestiti ma una divisa da pompiere e le sue armi ben pulite e lucidate. Si vestì e cercò di non perdere l’orientamento: era lì da quasi un’ora ma quella caserma era davvero enorme. Alla fine trovò la mensa. Raggiunse Taccuino al tavolo. «Cosa offre lo chef?» chiese. «SSSh…» lo zittì Taccuino. Le luci si spensero e un proiettore che non aveva nemmeno notato rifletté sul muro bianco un filmato. Prima che una voce cominciasse a commentare il documentario, una scritta riempì lo schermo: PER COSA UCCIDIAMO «Salve, mi chiamo John Paul e sono qui per porvi dei quesi­ti: Per cosa uccide un militare? Per rubare agli innocenti, sostiene il nomade. Per sterminare i poveri, risponde il reietto. Per disobbedire alla divinità, ribatte il religioso. Io la penso diversamente. Penso che il militare uccida per cercare qualcosa e quel qualcosa è la pace. Una pace dove il nomade potrà morire senza essere inse­guito dal vagante, una pace che non costringerà il reietto a mi­schiarsi con il mutante, una pace che toglierà al religioso l’illusione di convivere con il posseduto. Questa è la nostra pace. Preparatevi a morire per essa.» L’applauso di tutti i pompieri presenti, circa una dozzina, fece tornare le luci. «Ero convinto che voi militari odiaste principalmente i nomadi o i reietti, ma dal video mi sembra che ce l’abbiate con tutti», disse il ragazzo. «Sicuramente i religiosi sono quelli che ci infastidiscono di meno, ma li temiamo quanto gli altri», rispose Taccuino con la bocca ancora piena, per poi continuare: «Sai che non siamo veri pompieri? Ci troviamo qui solo perché sapevamo che la caserma era stata invasa da infetti.» «E cosa siete allora?» chiese il giovane. «Io ero un vigile stradale, quello lì un agente di polizia, l’altro è proprio un pompiere. Un paio di noi sono addirittura dei normalissimi civili. Non teniamo conto di ciò che eravamo nella vita passata, il nostro interesse è quello di sterminare qualsiasi infetto sulla faccia della Terra. Ne avevi mai incontra­ti?» chiese Taccuino. «A essere sincero sì, ma questi erano particolarmente nume­rosi», rispose il ragazzo. «Voi perché eravate fuori?» «Per decimarli. Se non lo facciamo si accumulano e quando sono troppi sono anche in grado di salire uno sopra l’altro fino ad arrivare ai piani più alti della caserma. Sono bestie, ma come hai notato tu stesso sono anche odiosamente veloci e dan­natamente pericolosi nel corpo a corpo.» Il leader dei militari si alzò dal tavolo, senza ancora aver terminato il piatto di fagioli. «Ho delle cose urgenti da sbrigare, nel frattempo ti lascio finire il pranzo ma voglio che tu sia riposato per stasera. Si pre­annuncia un bell’assedio.» «Altri infetti?» «No», rispose il vecchio con voce grave. «O almeno non solo. Poco distante da qui è presente la base di un gruppo di so­pravvissuti e di tanto in tanto alcuni dei loro zombie si unisco­no agli infetti, aumentando il branco. Solitamente attaccano di sera, quindi è bene prepararsi.» * * * L’alloggio destinatogli non era male. Il ragazzo aveva una camera tutta per sé. A quanto pareva, i militari avevano sfonda­to un muro per accedere al palazzo collegato alla caserma e si erano impadroniti delle stanze. Si stese nel morbido letto e prese il telecomando sopra il cu­scino. Prima di accendere la TV, notò qualcosa nel mobile su cui era poggiata. Si alzò e guardò di cosa si trattava: un vecchio videoregistratore e alcune cassette. Inserì la prima. «Mi chiamo Edgar, Edgar Matheson. Non sono un reietto, ma faccio parte del loro gruppo. Vi dirò a grandi linee cosa ci faccio qui, ma ho poco tempo. In questo momento sono chiuso nella stanza dove filmano i prigionieri, molto a simile a quella che utilizzavano i terroristi tanto tempo fa. L’ho scoperta pro­prio ora, mentre scappavo dai mutanti, gli stessi che in questo momento stanno colpendo la porta che ho barricato. «È iniziato tutto qualche ora fa, sembrava un assedio come un altro. Gli zombie non riuscivano ad abbattere le recinzioni e chi di noi non usava armi da fuoco cercava di ucciderli at­traverso la rete di ferro che circondava l’edificio. «Nemmeno allora ero un reietto, ma i sopravvissuti di quel campo mi hanno sorpreso a uccidere dei posseduti e hanno deciso di ospitarmi. Mi hanno anche donato uno strano fucile a fiocina. I dardi erano molto appuntiti ma avevano un’estre­mità più larga in modo che i dardi si conficcassero fino a un certo punto e fossero più facili da estrarre e recuperare. «Tornando all’assedio, ho fatto fuori anch’io qualche mu­tante ma quando ne ho colpito uno è accaduto qualcosa di ina­spettato. Il corpo non è caduto per terra e la testa di quell’essere è esplosa, rivelando numerosi piccoli tentacoli. L’ho visto gonfiarsi fino a diventare una massa informe grande quanto altri due zombie. Quell’essere ha iniziato a sbattere il proprio corpo contro la recinzione e lo stesso hanno fatto gli altri zombie, posseduti o mutanti che fossero, finché non l’hanno abbattuta. «Poi sono entrati. «Hanno ucciso molti di noi, rimpinguando le loro fila. Sono indietreggiato, ma ormai ero alle strette e l’unica porta vicina era chiusa a chiave. Era di metallo, quindi impossibile da sfondare. Ho puntato la fiocina alla fronte ma prima di preme­re il grilletto la porta si è aperta. «Ho visto una bambina. Avevo sentito parlare di lei, la bimba autistica tenuta prigioniera dai reietti. «Non mi ha degnato di uno sguardo e ha camminato verso gli zombie. È passata fra di loro come se nulla fosse, finché un posseduto non l’ha sfiorata. Ha cominciato a colpirsi le orec­chie e a gridare. Alcuni zombie hanno fatto lo stesso fino a schiacciarsi da soli il cranio. Ho visto un mutante con due teste muoversi verso di lei, per poi spezzarsi come un ramo­scello senza alcun apparente motivo. Da una delle bocche è fuoruscita la lingua e un altro zombie l’ha tirata lentamente fino a strappargliela. Poi il mutante è esploso e pezzi d’ossa si sono conficcati nel corpo degli altri. Alcuni non hanno preso parte allo “scontro” e hanno preferito avvicinarsi verso di me. Sono stato costretto a entrare. «E ora sono qui. Non ho idea di che fine abbia fatto la bam­bina, ma so che presto quella porta cederà. E non voglio di­ventare uno di loro.» Dopo l’ultima frase, l’uomo della cassetta si conficcò un dardo nel cervello. La telecamera continuò a girare finché alcuni zombie non entrarono nella stanza, afferrando la loro prossima vittima. Uno di essi si concentrò sulla testa mentre un altro iniziò a mordergli il collo finché non permise al primo non morto di staccargli la testa. Poi la telecamera cadde, mo­strando il muro e facendo solo ascoltare i lamenti degli zombie. A quel punto il ragazzo spense il videoregistratore e decise di farsi una dormita. Fra qualche ora avrebbe raggiunto Taccui­no. * * * Taccuino era nella balconata intento a pulire la balestra. «È ancora presto», disse al ragazzo alle sue spalle. «Ho dormito abbastanza.» «L’ultimo che mi ha detto questa frase è impazzito dopo quattro giorni per lo sguardo di un posseduto», controbatté il vecchio. «Posseduti?» chiese il ragazzo. «Non avevi mai avuto a che fare seriamente con i posseduti, non conosci i posseduti… Dimmi un po’, ragazzo», disse Tac­cuino, «come hai fatto a sopravvivere fino a questo momento?» «Non lo so neanch’io.» «Va bene, la serata sembra tranquilla, abbiamo il tempo per chiacchierare un po’», continuò il vecchio. «Vedi, siamo qui da un po’ e prima di quei nomadi l’altro edificio era occupato da un gruppo di fanatici, dei devoti a Spectre.» «Chi?» domandò l’altro. «Spectre, ragazzo, Anthony Spectre», gli rispose Taccuino. «Quegli idioti sono convinti che la realtà così come la conce­piamo non sia altro che il racconto di uno scrittore e lo chiama­no con appellativi assurdi come il creatore o l’artefice di tutto, anche se di solito preferiscono proprio lo scrittore. Lo venera­no rifugiandosi in biblioteche e facendo risorgere non morti.» «E ci riescono?» «Sì, ma spesso i posseduti che riescono a resuscitare gli si ri­torcono contro.» Uno sparo riecheggiò nell’aria e Taccuino porse il binocolo al ragazzo. Questi vide uno zombie con la testa spappolata cadere per terra. Riusciva anche a scorgere un altro non morto, molto più lento rispetto agli infetti con cui aveva lottato, che si incamminava verso di loro. «Stavo dicendo», continuò il vecchio riprendendo il binocolo dopo aver segnato qualcosa sul taccuino, «che avevamo questa massa d’imbecilli contro e il loro capo si era convinto che fos­simo dei demoni o qualcosa di simile. Penso fosse per via di certa musica che ascoltavamo, vallo a sapere. Ogni giorno ave­vamo a che fare con alcuni di quei mostri e li vedevamo urlare, ridere e ringhiare mentre si avvicinavano ai loro e ai nostri can­celli. Avevamo diverse armi da fuoco e una buona scorta di munizioni, quindi potevamo difenderci bene. Un giorno, mentre una di quelle cose si avvicinava, notammo un soldato dei nostri immobile intento a prendere la mira con un sorriso idiota. Voglio dire, è normale restare immobili in casi come questi, ma lui era rimasto così per cinque minuti buoni e con un fucile come il suo non era nemmeno difficile far fuori uno zombie che magari è un Osok.» «Osok?» lo interruppe il ragazzo. «Devo proprio dirti tutto», rispose il vecchio, infastidito. «One shot one kill. Hai presente quando spari a uno zombie tanto debole da eliminarlo anche senza un colpo alla testa? In­somma, gli zombie più facili, quelli che non hanno bisogno di colpi d’emergenza.» Un altro sparo interruppe il loro parlare. Il vecchio prese il binocolo e fece una smorfia. Aspettò il secondo sparo e poi scrisse qualcos’altro. «Tornando a noi», disse Taccuino, «il cecchino continuò a ridere e quando si voltò sparò in pieno petto a un soldato vicino. Aveva un Barret, un fucile anticarro. Gli fece un buco così grande nello stomaco da potergli infilare entrambe le mani per allargare il buco che aveva creato e tirare fuori le budella da mordere. Lo fece con gioia e per gioia intendo dire che rideva di gusto mentre masticava! Urlai agli altri di non restare impietriti, ad alcuni persino di smettere di vomitare. Presi quindi l’iniziativa e raggiunsi il posseduto. Questi, notando la minaccia, lanciò il corpo di quel poveraccio su di me.» Un altro sparo. Questa volta il vecchio impiegò del tempo prima di scrivere sul taccuino. Aspettò il nuovo sparo, che il colpo fosse più preciso e annotò il tutto nel piccolo block notes. «Il cadavere di quel soldato si rianimò proprio quando arrivò su di me. Lo colpii d’istinto nello stomaco con il pugna­le, ma il mio braccio restò come bloccato nel buco che si era creato in quella cosa. Insomma, non che il primo posseduto lo avesse aperto tanto da permettere a un braccio come il mio di entrare tranquillamente, sembrava quasi che lo stomaco si fosse allargato come quello di un dannato mutante.» «Ti morse?» chiese il giovane. «Non sarei qui se lo avesse fatto», continuò Taccuino, «ma ci mancò poco. Riuscii ad uscirne colpendolo con l’unica arma che mi rimaneva, quella dentro il taschino.» Il vecchio mostrò la matita con cui fino a quel momento aveva scritto sul piccolo block notes. «Lo colpii al volto. Lo feci alla cieca, non era mia intenzione infilargliela nella pupilla, ma andò così. Premetti con tutta la mia forza e sentii il rumore gelatinoso dell’occhio trafitto. Vidi il bianco riempirsi di sangue e parte di esso mi cadde anche in bocca. Non so proprio come sia possibile che non mi sia infet­tato.» Altri due spari. Gli zombie caduti erano abbastanza vicini da non rendere necessario l’utilizzo del binocolo per scoprire se i militari avevano fatto centro. «Comunque, dopo quell’incidente i cecchini utilizzarono oc­chiali da sole ed evitarono d’incrociare il loro sguardo. Ci sa­rebbe da dire dell’altro, ma abbiamo dei cadaveri da bruciare e altri infetti o nomadi da stanare.» Si avviarono entrambi all’uscita, impugnando ognuno le pro­prie armi. Altri militari li stavano attendendo e quando usciro­no dalla caserma chiusero subito le porte alle loro spalle. I primi due zombie sembrarono saltare fuori dal nulla. Uno di loro venne colpito da un tiratore, per l’altro bastò l’ascia che si era portato Taccuino. Il ragazzo si trovò davanti a un vagante, un uomo in sovrap­peso con un cappotto di pelle e una mannaia. Lo zombie cercò di colpirlo, ma il ragazzo deviò prontamente l'arma del non morto con il manganello e affondò la lama del tomahawk nello stomaco del non morto. Poggiò successivamente il piede nello stomaco del vagante per tiralo fuori. Quando il grassone cadde per terra gli si avvicinò per finirlo con il manganello. Nel frattempo Taccuino aveva deciso di utilizzare la balestra mirando allo stomaco degli infetti piuttosto che al volto. A ogni colpo ne faceva cadere uno per terra e finirli calpestando la testa sembrava la soluzione più sicura. Un vagante cercò d’afferrare il ragazzo e ci sarebbe riuscito se questi non gli avesse tranciato le mani con il tomahawk, con cui successivamente trapassò la testa del non morto passando dalla gola. È davvero bravo, pensò Taccuino mentre tornava a utilizzare l’ascia per azzoppare i nemici e poi finirli comodamente mentre erano a terra. Un infetto incappucciato saltò sopra il vecchio e sembrò quasi passargli attraverso. Quando raggiunse il terreno cadde, inizialmente esanime, per poi risvegliarsi pochi istanti dopo. Giusto il tempo di farsi dividere la testa in due dall’ascia dell’anziano pompiere. Quando finirono, un soldato vicino a un mucchio di cadaveri li raggiunse con due taniche di benzina. Fece cenno ai due di avvicinarsi con un braccio e finì di scuoterlo solo quando venne afferrato da uno zombie risvegliatosi subito dopo. L’enorme mano del vagante strinse il braccio del povero mili­tare talmente forte che nemmeno le grida del soldato riuscirono a nascondere il rumore di ossa spezzate. Taccuino sparò con la balestra e colpì le taniche. Fece un cenno al soldato che, nonostante il dolore, ebbe la lucidità di prendere un accendino dalla tasca e compiere un gesto estremo. Il ragazzo non fece nulla, se non restare fermo a osservare lo sguardo di un leader che sacrificava uno dei suoi soldati. Non erano abbastanza vicini da subire danni, ma lo spostamento d’aria li gettò per terra e la nube di polvere non gli diede il tempo di vedere lo zombie che avevano tentato di uccidere av­vicinarsi. Metà del viso era scomparsa, e il grande buco che prima ospitava l’occhio dava una strana impressione vicino a quello ancora intero. Uno degli arti era diventato una sorta di moncherino con al termine un osso spezzato e i pantaloni strap­pati rivelavano schegge d’osso e un grosso testicolo. Il vecchio ricaricò velocemente la balestra ma quando centrò il gigante non ottenne nulla. Lo zombie si avvicinò a lui e lo colpì allo stomaco con l’osso scoperto. Poi il tomahawk lo prese in fronte e altri spari provenienti dalla caserma finirono l’enorme vagante. Il giovane si avvicinò al vecchio per sentire le sue ultime parole. «Dannati vaganti», disse mentre sputava sangue. «Mi dispiace.» «Non avresti potuto evitarlo», rispose il vecchio. «Ti sei bat­tuto con valore.» Il ragazzo fece silenzio e la polvere nell’aria si diradò rive­lando decine di infetti e vaganti intorno a loro. «Non vedo perché avrei dovuto, l’ho deciso io.» Si avviò verso il primo zombie che aveva ucciso, quello con la mannaia. Gli zombie si spostarono per farlo passare. Gli tolse il cap­potto e lo indossò, dando le spalle al vecchio. Il corpo del ra­gazzo sembrò modificarsi e quando si girò comparì un’altra persona, un uomo con un fisico meno palestrato e con uno strano ciondolo al collo. «Sapevo fin dall’inizio che saresti morto», disse l’uomo. «Ma desideravo per te una morte gloriosa.» «Chi sei?» chiese il vecchio. «Il creatore, l’artefice di tutto o, se preferisci, lo scrittore.» L’essere sorrise mentre pronunziava l’ultima frase. «Sono An­thony Spectre.»
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