IL CINEMA ZOMBESCO
IL CINEMA ZOMBESCO
di Federico Frusciante
Quando non ci sarà più posto all’Inferno, i morti cammineranno sulla Terra
tratto da Zombie di George A. Romero
Quando mi è stato chiesto di scrivere una prefazione sul cinema zombesco e sulle sue varianti, mi è subito saltata alla testa la sovrascritta citazione dal capolavoro romeriano perché ingloba al suo interno molteplici chiavi di lettura, così come racchiude tutto il cinema del grande maestro americano.
Per la verità il cinema aveva già visto degli zombi prima dell’avvento di Romero e dei suoi morti viventi: si veda White Zombie o Ho camminato con uno Zombie, però si trattava di esseri ancora legati ai riti voodoo ed estranei all’idea del morto vivente moderno: quello di un essere in putrefazione, caracollante e affamato di carne umana che possiede unicamente l’istinto della sopravvivenza e del nutrimento.
Era il 1968 quando La Notte dei Morti Viventi esplose in tutta la sua modernità, in tutto il suo splendore in bianco e nero e in tutta la sua originalità sia di messa in scena che di sostanza politico-sociale.
Romero utilizza lo zombie come metafora di una società americana falsamente democratica e pacifica, nella quale i morti viventi del film sembrano essere solo un collante per la dichiarazione di guerra che il regista fa a un Paese che continua la guerra in Vietnam, condannandolo moralmente per il razzismo e l’arretratezza della cosiddetta cultura sotterranea fatta di violenza e fascismo.
Romero poi continuerà con Zombie del 1978 il suo discorso contro il capitalismo sfrenato attraverso un film dove i non morti sono sempre più noi, dove le differenze tra chi viene mangiato e chi mangia si restringono (ricco o povero quando sei uno zombie non fa differenza per la non-società zombesca) e dove l’attacco frontale al consumismo, rappresentato dal centro commerciale in cui è ambientato il film, diviene pura arte nelle sequenze finali all’interno del grande magazzino dove tutto esplode in un tripudio di frattaglie, manichini e stupidità umana.
Passano diversi anni prima che esca Il Giorno degli Zombie, che difatti è datato 1985, ma la furia romeriana non si è affatto placata con il tempo. Qui il discorso di Romero diviene ancor più chiaro e pessimista: l’uomo è destinato ad auto-distruggersi in un mondo dominato dalla violenza, dalle armi, dall’edonismo sfrenato (non a caso assieme a Essi vivono di Carpenter questo è l’attacco più duro al reaganismo e al suo falso stile di vita democratico) e dall’istinto di sopraffare il più debole.
Un film fenomenale dove lo zombie diviene la chiave di lettura per un ritorno dell’uomo alla sua primordialità e alla sua vera natura.
Chiude la tetralogia classica zombesca romeriana La Terra dei Morti Viventi, nelle sale ben venti anni dopo l’uscita de Il Giorno degli Zombie e che mostra un Romero che attacca l’amministrazione Bush (Jr.) attraverso una storia che stavolta mostra la crescita del classico zombie senza pensieri in un mezzo-uomo che si ribella ai super ricchi che fanno finta di (non) vivere in un mondo devastato in quanto felici nelle loro case lontane dai morti viventi; lontane finché il “popolo” zombesco non decide di attaccare e rendere di nuovo la terra un posto libero da inganni e violenze ai danni dei più deboli, compiendo una vera e propria rivoluzione. Film eccelso non amato dalla critica d’oltreoceano (che mai lo ha apprezzato davvero, con tanto di case di produzione che arrivavano a pagarlo profumatamente per non fargli girare film) che segna il passo ma che non ha molto successo nemmeno di pubblico, ormai abituato a morti viventi velocissimi e sempre più simili a capretti che a zombi.
Quindi, mai sottomesso alle logiche produttive, il buon George decide di autoprodursi nel 2007 il capolavoro mock Diary of the Dead, che mette in scena una nuova epidemia zombesca attraverso lo strumento del falso documentario, ma a differenza di quasi tutti gli altri registi che hanno usato questo espediente per moda o per risparmiare sul budget, Romero lavora sulle nuove tecnolgie e ci informa che ciò che stiamo vedendo è un video montato, musicato e prodotto dall’unica superstite del film che stiamo vedendo. Quindi meta-cinema che diventa realtà che mostra La finzione.
L’ultimo film di Romero sugli zombie (fino ad adesso, sperando che qualche buon produttore gli dia campo libero e lo faccia lavorare ancora) è un sequel non girato in stile mock del film di cui sopra, dove stavolta il grande regista americano mostra un gruppo di soldati (intravisto precedentemente in Diary of the Dead) che cercano una via per rimanere vivi in un’isola semi-deserta. Da qui partono tutte le (dis)avventure di questi uomini che aiutano un reietto dell’isola a tornare per trovare vendetta da chi l’ha cacciato. Notevole l’idea di mettere in scontro chi decide di uccidere gli zombie e chi invece di tenerli nella comunità in quanto essere umani seppur diversi [Nota del curatore della raccolta: questo contrasto viene sottolineato anche in Zomb con le fazioni dei religiosi e dei militari]. Romero non prende una vera posizione, il suo è uno sguardo esterno che fa di questo Survival of the Dead un film strambo, sbilanciato ma anche geniale e completamente unico.
Pur essendo un convinto estimatore di Romero però bisogna anche notare come lo zombie abbia subito i cambiamenti del tempo e delle sue innovazioni.
Ma prima di parlare del “nuovo” bisogna almeno citare lo spagnolo Non si deve profanare il sonno dei non morti di Jorge Grau del 1974, variazione ecologista del discorso anti-capitalista romeriano e il notevole Zombie 2 di Lucio Fulci, che riporta lo zombi alle origini voodoo, pur lasciando nella narrazione l’attacco al colonialismo e alla società occidentale che sfrutta i poveri e i deboli.
In ogni caso Fulci non è Romero e il suo è più un western zombesco (con un finale da brividi) avventuroso e pauroso ma anche teso e gore (come non citare la scena dell’occhio della Karlatos spappolato da una scheggia di legno?), un vero esempio di cinema di serie B che non avrà eguali sia nei seguiti della ditta Mattei-Fragasso che nelle mini produzioni estere.
Ultimo film da citare per capire lo sviluppo del genere nel tempo è Incubo nella città contaminata (1980) di Lenzi dove per la prima volta abbiamo degli infetti scarnificati che ammazzano tutto ciò che incontrano correndo alla velocità della luce, quindi una pellicola che decenni prima della moda degli zombi corridori mette in scena una storia (basilare e sempliciotta a dire il vero) che verrà saccheggiata.
Gli anni ’80 comunque portarono l’horror indipendente a seguire vari movimenti ed uno di questi era propri l’infetto o il possesso da demoniache presenze e quindi, seppur non proprio considerabili come zombie, i “maledetti” de La Casa (1981) di Sam Raimi (e i suoi due seguiti) fecero scuola facendo nascere vari prodotti simili ma mai geniali come quello del giovane regista statunitense (ormai famosissimo per i suoi Spider-Man) che mise in scena una storia paurosa e piena di invenzioni tecnico-visive di notevole livello.
Un altro film che non può non essere citato è Re-Animator (1985) di Stuart Gordon (più i due sequel fortissimi firmati Yuzna). Tratto liberamente da un racconto di Lovecraft, il film è un tripudio di morti riportati in vita dal pazzo dottor West che porterà solo morte e distruzione. Geniale dal punto di vista narrativo per come unisce ironia e splatter, il film del gran artigiano Gordon è un vero e proprio cult che il tempo non ha scalfito.
Per finire con gli eighties cito a memoria alcuni titoli dove il morto vivente fa parte del racconto e che meritano una visione.
Cimitero Vivente (1988) di Mary Lambert tratto da un’opera di Stephen King;
Dimensione Terrore (1986) di Fred Dekker;
Paura nella Città dei Morti Viventi (1980) di Lucio Fulci che con L’aldilà (1981) e Quella Villa accanto al Cimitero (1981) (stiamo parlando dell’autore di thriller imperdibili come Non si Sevizia un Paperino e Sette Note in Nero) forma una trilogia della morte che è il culmine per chi scrive dell’horror italico;
Il serpente e l’arcobaleno (1988) del compianto Wes Craven, rilettura voodoo del mito, un vero capolavoro di forma e sostanza;
Il Ritorno dei Morti Viventi (1985) di Dan O’ Bannon (Alien vi dice nulla?), quasi una parodia gorissima dei film romeriani e che avrà alcuni seguiti tra cui il bellissimo terzo capitolo ancora diretto da quel genietto di Yuzna.
Negli anni ’90 invece, tranne qualche eccezione come Brain Dead (1995) di Peter Jackson (che Hollywood e il grande pubblico conoscono principalmente per Il Signore degli Anelli) il cinema zombesco sembra essere scomparso o destinato ai soli straigh-to-video.
Ma saranno gli anni 2000 che riporteranno lo zombie (o quel che è divenuto) in auge con due o tre titoli in particolare.
Danny Boyle, ispirandosi anche a un certo tipo di sci-fi anni cinquanta, gira l’ottimo 28 giorni dopo (2002) dove si narrano le vicende di un sopravvissuto a un virus che ha trasformato la popolazione inglese in infetti rabbiosi e affamati.
Boyle gira una prima parte eccezionale (il risveglio del protagonista dal coma in una Londra deserta è superbo) per poi sfociare in un finale anti-militarista romeriano di ottima fattura.
Del film esiste anche il bel sequel 28 Settimane Dopo (2007) di Juan Carlos Fresnadillo (autore del bellissimo Intacto) che narra le vicende appunto ventotto settimane dopo l’accaduto del film di Boyle che, nonostante sia stato molto criticato, ho trovato bello e tesissimo.
Un altro film degli anni 2000 che ha ridato linfa al genere è Resident Evil (2002) di Paul Anderson che gira un film tratto dal famoso videogame (fottendosene ampiamente del gioco stesso, facendo infuriare i fan) tirando fuori un bell’action zombesco che tra citazioni romeriane (chiamato per primo a girare la pellicola ma poi ripudiato dalla produzione) e mutazioni genetiche riesce a convincere anche gli scettici della prima ora.
Il film avrà ben quattro sequel che cadranno sempre più in basso a livello qualitativo e un paio di anime in CGI anch’essi di poco conto.
L’altro film che darà ancor più spinta al genere è il remake di Zombie di Romero, ovvero L’Alba dei Morti Viventi (2004) di Zack Snyder, che per chi scrive è una vera ciofeca che distrugge tutto ciò che Romero aveva fatto nel suo capolavoro del ’78, trasformando i caracollanti zombi in corridori da Olimpiadi oltre a eliminare ogni tipo di discorso socio-politico rimpiazzandolo con massicce dosi action e personaggi demenziali. Una vera e propria porcheria che però fa sfaceli al botteghino, lanciando la carriera di uno dei registi più ignobili che il mondo abbia visto e facendo sì che d’ora in poi, tranne rarissimi casi, lo zombie diventi un capretto salterino e vorace senza nessuna attinenza con il mondo che lo circonda.
Da non dimenticare poi i quattro Rec della ditta Balaguerò – Plaza che però sembrano più ispirarsi ai Demoni di bavaiana memoria.
Sulla scia di questi successi escono così alcune comedy-horror zombesche che in aluni casi, come L’Alba dei Morti Dementi (2004) di Edward Wright, sono geniali nella loro commistione e in altri casi sono puri divertissment come Benvenuti a Zombieland (2009) di Ruben Fleischer o come Undead (2003) dei fratelli Spierig, commedia zombesca aliena australiana divertente per quanto caciarona.
Abbastanza innocui e poco di più che modesti invece Maial Zombie (2004) di Mathias Dinter e Cockney vs Zombies (2012) di Mathias Hoene.
Tra gli orribili degli anni duemila, oltre al già citato remake di Snyder dell’opera romeriana, troviamo l’invedibile House of the Dead (2003) di Uwe Boll e Vampires vs Zombies (2004) di Vince D’Amato, produzione infima che mette tutto nel titolo e nulla nella pellicola.
Chiudo questo mio (purtroppo incompleto) viaggio invece citando alcuni titoli magari meno conosciuti ma che meritano assolutamente una visione.
Sicuramente da vedere è The Horde (2009) di Yannick Dahan e Benjamin Rocher (che gireranno poi l’assurdo Goal of the Dead), film che unisce la critica sociale e il polar francesce con forza e violenza rara.
Extincion (2014) di Miguel Angel Vivas, storia post-apocalittica con infetti davvero ben girata e tesa al punto giusto, Planet Terror (2007) di Robert Rodriguez, segmento zombesco del dittico girato con Tarantino (suo il forte Death Proof) debitore del film di Lenzi sopracitato e degli zombi movie anni ’80, Fido (2006) di Andrew Currie, grottesca storia di zombie servitori degli umani che usano appunto i morti viventi come maggiordomi e camerieri, Warm Bodies (2013) di Jonathan Levine che utilizza il racconto young adult per mostrarci una storia d’amore zombesca davvero divertente e con alcune buone idee.
Finisco invece citando il film che più ho detestato degli ultimi anni sui miei amati morti viventi, ovvero quella zotta planetaria che è World War Z (2013) di Marc Forster, un film orribile sotto ogni punto di vista, dove lo zombie è ormai una formica e dove tutto gira attorno al faccione ripulito e inespressivo di Brad Pitt. Inutile, senza un’idea narrativa azzeccata e scemo fino all’inverosimile, questo è il vero film (con quello di Snyder, non smetterò mai di dirlo) che ha messo, forse, la pietra tombale sui mitici zombie, aspettando però che l’unico vero zombie (un regista che non gira film è in vita, ma morto per il pubblico) del cinema americano si risvegli e riporti le sue creazioni ai livelli che solo lui può raggiungere.
Aspettando quindi Romero vi auguro una buona lettura e un bel po’ di sano orrore!
Federico Frusciante