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ECHO
MERCOLEDÌ, ORE 10 DEL MATTINO
“Non è che non capisco”, disse Echo con un sospiro, alzando gli occhi al cielo verso destra, per guardare la fugace apparizione di un ragazzino creolo che fluttuava accanto a lei con una faccia ansiosa.
“Ma, signorina”, disse il fantasma, torcendosi le mani, “Non pensa che le persone dovrebbero sapere? L’intera città è in pericolo!”
Echo esitò, insicura su come rispondere. Il problema di parlare con il giovane Aldous era che, come la maggior parte dei fantasmi, non aveva ben presente il contesto. Dopo che uno spirito passava oltre il Velo ed entrava nell’aldilà non percepiva più il trascorrere del tempo. Non si rendeva neanche conto che il mondo era andato avanti senza di lui. Gli spiriti apparivano nel reame umano perché qualcosa li ancorava lì, impedendogli di proseguire oltre, qualsiasi cosa fosse ciò che li aspettava dall’altra parte.
Quindi, ancorati lì, gli spiriti esistevano come un frammento di memoria, un infinitesimale pezzo di anima umana sospesa nel tempo, agendo secondo le uniche informazioni e conoscenze che avevano: le circostanze esatte del momento della loro morte.
Ciò non ne faceva un’ottima compagnia, secondo Echo. Soprattutto quando, come Aldous, in vita il fantasma era stato un ingegnere civile di New Orleans la cui intera attenzione era focalizzata sull’alluvione che ne avrebbe, e che ne aveva effettivamente, ridotto di molto la popolazione… nel 1908.
“Aldous, se prometto di andare al Comune oggi stesso e parlare con il sindaco in persona mi permetterai di occuparmi dei miei affari?” chiese Echo.
Aldous le rivolse un cenno severo ed evanescente del capo prima di scomparire. Echo emise un sospiro mentre entrava al Faubourg Marigny, cercando il luogo esatto per entrare nel Mercato Grigio. A volte chiamato anche Le Bon Marche o il Mercato Voodoo, il Mercato Grigio era un’ampia selezione di negozi che si rivolgevano ai praticanti di magia di ogni tipo e a qualsiasi altro Kith che avesse bisogno di… beh, praticamente qualsiasi cosa.
Il segreto per entrare nel Mercato Grigio era che in ogni istante erano attivi tra dieci e centro accessi e uscite, ognuno corrispondente a una posizione unica e spesso casuale all’interno del mercato. Il luogo era simile a una tortiera piena di perle, ognuna collegata a quella accanto da un una serie di chioschi connessi come in un labirinto. Le perle consistevano di negozi di libri di incantesimi, erboristi, bordelli esotici e qualsiasi altro tipo di oscuro, polveroso e inquietante negozio.
Le entrate e le uscite del Mercato Grigio erano furbamente nascoste in pieno giorno. Alcune erano delle porte che bastava varcare, e che apparentemente conducevano in una casa o un bar. Un umano sarebbe passato attraverso un supermercato o l’atrio di un appartamento, mentre un membro della comunità Kith avrebbe trovato la combinazione per poi recitare a voce alta la parola d’ordine del portale, ottenendo così l’accesso al Mercato.
Echo si aggirò per Chartres Street, cercando allo stesso tempo niente ma anche qualcosa. Vuol dire che non cercava qualcosa in particolare, ma cercava qualcosa che fosse leggermente fuori posto, un indizio che ci fosse della magia nell’aria.
Echo trovò una cabina del telefono immacolata nascosta accanto a una casa diroccata, le stanze della casa erano disposte in sequenza lungo un corridoio, in modo che guardando dalla porta d’entrata era possibile vedere direttamente il giardino. Visto che era il 2015, Echo pensò che una cabina del telefono nuova non fosse una cosa che si vedeva tutti i giorni. Accelerò il passo per avvicinarsi e aprire la porta; entrando, deglutì per mandare giù il groppo che sentiva in gola.
Entrò senza problemi nel Mercato Grigio; un attimo prima era nella cabina e quello dopo era in uno squallido vicolo sporco. Si guardò intorno e proseguì lungo il passaggio per ritrovarsi in una delle strade principali del mercato, Carré Rouge. Questa sezione era sempre magicamente illuminata dalla luna, era rivolta in prevalenza a vampiri in cerca di banche del sangue, donatori ancora vivi o bordelli… oppure una combinazione delle tre cose. Il resto del mercato sembrava illuminato da una sorta di lieve luce del mattino, proveniente da una fonte non meglio identificata, ma Carré Rouge era la parte più buia. E inquietante, secondo Echo.
La ragazza rabbrividì e si affrettò a uscire da Carré Rouge, trattenendo il respiro finché non entrò nella zona principale del mercato. I sensi di Echo furono sopraffatti dalla vista, i rumori e gli odori che la assalirono, quando si fermò ad ammirare il vasto mercato. Ci saranno stati trecento banchi nella zona principale, ammassati in file tutte storte. Questi commercianti vendevano oggetti più piccoli, mele caramellate e incantante con magie d’amore, economiche pozioni già pronte, fino a bacchette magiche da quattro soldi e sfere di cristallo per indovini. Nel mercato principale si commerciavano oggetti di poco valore. I praticanti più esperti andavano a caccia di ciò che cercavano dietro i banchi, nelle zone con i negozi più appartati.
Echo superò i banchi senza neanche guardarli e si diresse verso il lato più estremo del mercato, ammirando il panorama mentre entrava da Robichaux, erbe e pozioni. Il mercato era silenzioso. Quando nel mondo umano era mattina presto molti Kith dormivano ancora, evitavano la luce del sole oppure stavano solo recuperando energie dopo aver fatto tardi il giorno prima. Il momento più vivace per il mercato era dopo mezzanotte, per questo molti banchi e negozi non aprivano fino a mezzogiorno o anche più tardi.
Aprì la porta d’ingresso, sorridendo al familiare tintinnio della campanella che avvisava Miss Natalie della presenza di visitatori. Echo si sorprese di non trovare nessuno in negozio. Non era mai entrata senza trovare l’anziana erborista in attesa, con un sorriso sul volto e dei freschi pettegolezzi sui Kith.
Echo chiuse la porta e posò un attimo lo sguardo sul bancone vuoto, poi scrollò le spalle. La cassa era sul retro del negozio, sui due lati era affiancata tre altissime file di librerie in legno bianco. Ognuna conteneva mensole con piante raggruppate secondo la specie e l’utilizzo, gli esemplari vivi crescevano sotto cupole di vetro, i prodotti secchi e in polvere erano racchiusi in bottiglie di ogni forma e tipo. Nonostante la collezione fosse imponente, i contenitori erano ben etichettati e organizzati.
Echo trovò subito quello che stava cercando, aprì il tappo del barattolo e usò le pinze all’interno per raccogliere alcune foglie, poi le lasciò cadere in una piccola busta di plastica che teneva nella borsa. Le foglie che acquistava qui andavano a male in meno di una settimana, quindi visitava spesso il posto.
“Posso aiutarla, signorina?”
Echo Caballero si girò all’improvviso e fece quasi cadere diversi contenitori che stavano sullo scaffale opposto, i quali sembravano contenere diversi tipi di rane e girini essiccati. Piegò la testa di lato e osservò l’uomo che stava all’altro capo del corridoio, bloccandole l’uscita. Sembrava del tutto fuori posto; tanto per iniziare, indossava un completo scuro, troppo grande per lui. Non era esattamente il modo di vestire solito di maghi, sacerdotesse e commercianti Kith che frequentavano il Mercato Grigio. Oltretutto, l’uomo non era Natalie Robichaux, la sacerdotessa che gestiva il negozio.
“Ehm, sto solo cercando un po’ di Manto di Strega”, disse Echo aggrottando la fronte. Alzò in alto la busta per fargli vedere che l’aveva trovato.
“Bene, bene”, disse l’uomo. Fece un passo verso di lui con un’espressione determinata, le mani dietro la schiena.
“Dov’è Miss Natalie?” chiese la ragazza. D’improvviso sentì la gola secca; c’era qualcosa che non le tornava.
“Ha lasciato gli affari”, rispose l’uomo senza esitare. “Sono Amos, suo… nipote”.
Echo conservò un’espressione impassibile, ma avrebbe voluto ridergli in faccia. Miss Natalie era congolese, la sua pelle era scura come il cielo di mezzanotte. L’accento dell’uomo era locale, la sua pelle aveva un tono olivastro, ma era di sicuro un caucasico. Era quasi impossibile che fosse imparentato con Miss Natalie.
Eppure esitò, non volendo saltare a conclusioni affrettate, quindi non lo accusò di nulla.
“Capisco. Posso pagare allora? Devo proprio andare”, disse Echo.
“Certo”, rispose lui, avanzando di qualche passo e invitandola a superarlo con un gesto della mano.
Echo sentì il cuore balzarle in gola quando una figura pallida apparve accanto allo strano uomo, una giovanissima ex schiava che Echo aveva incontrato altre volte in negozio. Si chiamava Ava, se ricordava bene. Era passato del tempo dall’ultima volta che le era apparsa. L’apparizione scosse la testa con disappunto, le sue lunghe trecce danzavano seguendo il movimento. Strinse le mani e portò i pugni sui fianchi, lanciando uno sguardo severo verso Echo.
“Cattivo, cattivo uomo”, disse Ada, volgendo gli occhi verso sinistra per guardare l’estraneo. “Ha preso soldi. Non è nipote di nessuno, signora”.
Echo si morse un labbro. L’estraneo le lanciò un’occhiata impaziente, inconsapevole del fantasma al suo fianco. Era un esempio perfetto dell’intera vita di Echo, poter ascoltare cose che gli altri non percepivano, e sembrare una pazza. Però in genere i fantasmi non erano lì per cercare di salvarle la vita. Di solito cercavano di parlarle dei loro parenti morti da tempo mentre era sul tram, oppure le chiedevano di prendersi cura dei loro animali domestici, morti anche loro, mentre era al lavoro in negozio, con una fila di clienti impazienti che arrivava fin fuori alla porta.
“A ripensarci…” disse Echo. “Pensi di potermi indicare dove si trova, uhm… l’aconito? Dall’altro lato del negozio? Mi serve per un incantesimo, ma non saprei riconoscerlo”.
Echo sottolineò, sperando che il tipo credesse alla sua bugia. Lui si fermò e scrollò le spalle. Poi si voltò e si mosse verso il lato opposto del negozio, in quel momento Echo scattò facendo cadere la busta con le erbe mentre scappava.
Fu fuori dalla porta prima che l’uomo si rendesse conto che era scappata via, ma fu presto sulle sue tracce.
“Aiuto!” urlò Echo, le sue grida si diffusero nella strada ancora silenziosa.
Un’anziana con i capelli grigi si girò a guardarla, il mantello nero che indossava svolazzò quando si appoggiò al suo bastone quasi chinandosi del tutto.
L’anziana estrasse una bacchetta argentea da sotto il mantello, ma era troppo tardi. Lo straniero che indossava il completo afferrò Echo per un gomito e la strattonò via dalla strada tirandola dentro un vicolo, fino a trascinarla dentro una porta chiusa.
Ma, ovviamente, non era una porta vera e propria. Era semplicemente una delle tante uscite a sorpresa del Mercato, e l’aggressore di Echo la spinse direttamente all’interno del portale trasportandola nelle luminose strade di New Orleans. Si guardò intorno velocemente e si trovò sul gradino d’entrata di una casa arancione, come un melone. Il suo aggressore la seguì, Echo scappò scendendo gli scalini, cercando disperatamente qualcuno che potesse aiutarla.
Dall’altro lato della strada c’erano tre uomini enormi che le stavano correndo in contro. Il suo cervello riuscì a registrare piccoli frammenti della scena, unendoli insieme lentamente: un uomo biondo dall’aspetto scontroso, un ragazzo dai capelli scuri con una smorfia preoccupata in volto, il fatto che i tre uomini fossero armati. Non erano semplicemente armati, avevano pistole e spade. In effetti, erano anche vestiti in tenuta tattica, come se facessero parte di una qualche squadra speciale.
Il cervello di Echo ebbe qualche difficoltà a elaborare la cosa; inoltre, notò che il terzo uomo stava per prendere la sua spada. Solo allora lo guardò, si concentrò solo su di lui. Capelli castani chiari, un’incredibile barba rossa, spalle larghe, e…
Dio, quelli dovevano essere gli occhi più verdi mai visti al mondo. Vividi come l’intreccio di una foresta, ardenti come un fuoco di smeraldo, quegli occhi le stavano scavando dentro. Il suo cervello andò in cortocircuito, fu accecata dalla sensazione di connessione e assalita dal desiderio di essere più vicina…
Quando il suo cervello cedette, i piedi di Echo lo seguirono. Il suo inseguitore, l’uomo in completo scuro che aveva dimenticato all’istante, la afferrò subito dopo. La circondò da dietro con le braccia, stringendola a sé e poi l’intero mondo scomparve.
“Che cavolo…” mormorò Echo tra sé e sé. Il suo assalitore la spinse e lei ebbe un momento per guardarsi intorno.
Era in piedi su una spiaggia di sabbia nera che sembrava essere incredibilmente remota, il suo sguardo era puntata su una costa interminabile. Era simile a una spiaggia hawaiana che aveva visto una volta sul canale del National Geographic, ma l’aria era fredda. Umida e salata, tuttavia, mancava di calore. Echo sollevò lo sguardo e scoprì che non c’era il sole nel cielo, solo una vaga luce che arrivava dall’alto. Tipico delle illusioni Kith, proprio come l’intenso tramonto del Mercato.
Quindi, questo era una specie di nascondiglio, creato usando una piega tra i mondi. Era ovunque e in nessun luogo allo stesso tempo. Ne aveva sentito parlare, ma non ne aveva mai visitato uno.
Il suono di una pistola che veniva caricata la fece rabbrividire. Echo deglutì e si voltò verso il suo assalitore: l’uomo aveva il respiro affannato e sembrava piuttosto arrabbiato.
“Perché sono qui?” chiese lei.
“Sta’ zitta! Dammi la borsa”, disse richiamandola all’attenzione. “Non ne hai altra di quella erba, vero?”
Echo lo guardò aggrottando la fronte e gli consegnò la borsa; le venne la nausea mentre lo guardava frugarci dentro. Lui le confiscò il coltellino svizzero ed esaminò l’antico specchietto che Echo portava sempre con sé; forse aveva percepito un tocco di magia nello specchio. Le rivolse un’altra occhiata e ributtò lo specchietto nella borsa, poi la gettò in terra a qualche metro di distanza.
“Puoi anche metterti comoda”, le disse. “Potrebbe volerci un po’”.
“Per cosa potrebbe volerci un po’?” chiese Echo, che sentiva la frustrazione crescere ad ogni battito del cuore.
“Vedrai”.
Le sembrò che fossero passati anni mentre stavano su quella spiaggia. Echo si guardò in torno, per sedare la sua noia e la tensione osservava lo strano paesaggio simulato. Proprio quando stava per convincersi che sarebbe rimasta sull’isola per un’eternità, un paio di uomini in giacca e cravatta apparvero davanti ai suoi occhi con un sonoro pop. Uno era quasi identico al suo assalitore, stesso completo scuro e lineamenti slavati. L’altro, invece…
L’altro uomo era enorme, sarà stato almeno due metri e dieci. Aveva tratti tipicamente ispanici, pelle color caramello e capelli scuri, il tutto accompagnato da un gelido sorrisetto dai denti bianchissimi. Indossava un perfetto completo su misura, che si addiceva alla sua immensa statura. Volse lo sguardo su di lei, che spalanco la bocca dalla sorpresa quando vide che i suoi occhi erano arancioni.
Non erano castani e caldi. Erano proprio arancioni, come due sfere di fuoco che galleggiavano lì dove avrebbero dovuto essere i suoi occhi. Echo sentì l’improvviso bisogno di scappare e vomitare allo stesso tempo, ma il suo stupido cervello era bloccato.
“Capo”, disse il suo assalitore, spostando la sua attenzione sui nuovi arrivati.
Il cervello di Echo andò in tilt per un attimo e lei si lasciò guidare dal panico. La sua mano si mosse verso la pistola in mano all’assalitore, facendo allarmare il gruppo. Poi si lanciò sulla borsa, riuscendo a sdraiarsi su di essa mentre cercava di tirare fuori lo specchietto.
“Ritorna”, sussurrò stringendo le dita sulla superfice dello specchietto e chiudendo gli occhi.
Per un lungo momento non ebbe il coraggio di guardare dove si trovasse. Non usava spesso incantesimi. In verità, non usava quasi mai alcun tipo di magia. Era probabile che la sua preghiera appena sussurrata non avesse avuto nessun effetto.
Si spostò e notò di non essere più sdraiata sulla sabbia. In effetti, era in piedi e l’aria afosa sulla pelle suggeriva che fosse tornata a New Orleans. Spalancò gli occhi e si trovò faccia a faccia con lo stesso uomo che aveva notato prima, i suoi occhi fissavano uno sconfinato mare di smeraldo…
Senza sapere cosa stesse facendo, Echo si lanciò tra le braccia dello straniero e scoppiò in lacrime.