Capitolo 1-1

2053 Parole
Capitolo 1 Mai fidarsi di un Kavanagh. Era stato quello il mio mantra negli ultimi otto anni e l'avevo osservato fedelmente. I miei vicini avevano dimostrato più e più volte nel corso del tempo che sarebbero stati capaci di passare sopra tutto e tutti quelli che si mettevano sulla loro strada pur di ottenere quel che volevano, compresa me e la mia casa. Io, però, non avevo alcuna intenzione di arrendermi tanto facilmente. Avrei combattuto con ogni mezzo a mia disposizione. E i mezzi a mia disposizione erano una dozzina di studenti della mia scuola d'arte e qualche vicino arrabbiato quanto me che non voleva la propria strada esclusiva invasa dai costruttori. Mettemmo su un contingente di un centinaio di persone e facemmo molto rumore. Tanto rumore da attirare l'attenzione della stampa di Roxburg e della polizia che prese di mira me, il capo non riconosciuto. Mai fidarsi di un Kavanagh. Quindi, quando Blake Kavanagh spuntò fuori nel bel mezzo della protesta, il mio primo istinto fu quello di chiedere perché. Che voleva? Che stava facendo il secondo dei fratelli Kavanagh, tutti troppo belli per il loro stesso bene, di nuovo a Serendipity Bend, a Roxburg, dopo avermi spezzato il cuore otto anni prima? Per tutto quel tempo mi ero fatta forza, andando avanti senza mai guardarmi indietro. Ce l'avevo messa tutta per non pensare a lui e a quello che avrebbe potuto essere. Avevo avuto una ricaduta alla morte della nonna ma, lottando con le unghie e con i denti, ero riuscita a liberarmi della malinconia e a tornare allo schema confortevole su cui avevo stabilito la mia vita. Fino a quando le poderose braccia di Blake non mi trascinarono fuori pericolo e la sua furia per poco non lo fece arrestare. Sentivo lo shock scorrermi nelle vene. Rendermi le gambe molli e i nervi tremanti. Lui era lì, in quel momento, proprio quando avevo più bisogno di lui! Avevo pensato così tanto a quel giorno, a quello che avrei detto, fatto, indossato. Nulla di tutto ciò importava, ogni pensiero razionale dimenticato alla vita del suo volto bellissimo, dei suoi zigomi forti e dei suoi luminosi occhi azzurri, colmi di una ferocia che non avevo mai visto prima. Colsi quei dettagli in una frazione di secondo. Avrei voluto fissarlo più a lungo, elaborare ogni minimo cambiamento, ma non c’era tempo. Blake sollevò il pugno per colpire il poliziotto che stava per arrestarmi. “Blake, no!” gridai. “Se finissi arrestato a causa mia…” La mia voce si disperse nel mezzo della cacofonia di rumori che ci circondava, e Blake non mi stava comunque ascoltando. Aveva uno sguardo omicida e lo stava indirizzando verso l’agente. “Non la tocchi”, ringhiò. “O le spezzo il collo.” Dovevo portarlo lontano da lì prima che facesse qualche danno serio. Lo colpii al petto, con lo stesso effetto di una mosca finita contro un muro di mattoni. Era più grosso di quanto ricordassi, con due spalle solide come rocce che gli tiravano le cuciture della maglietta. In un altro momento mi sarei messa ad ammirarle, ma non lì con la folla che cresceva, assiepandosi attorno a noi, e la polizia che minacciava di arrestare me e i miei studenti. “Cassie!” urlò, rivolgendosi a me. “Vattene da qui. È troppo pericoloso. Va’ via!” “Non senza di te. Non posso avere anche il tuo arresto sulla coscienza.” Lui impallidì e indietreggiò, come se le mie mani contro il suo petto lo stessero effettivamente spingendo. Un attimo dopo stavamo incespicando all’indietro, inghiottiti dalla folla. Non ero certa di chi stesse spingendo chi, ma finimmo contro il filare di camelie che cresceva su uno dei lati del mio portico anteriore, sani e salvi. Soli. Il cuore batteva così veloce che pensai mi sarebbe saltato fuori dal petto. E non dipendeva interamente dalla situazione di pericolo in cui mi ero trovata. Batteva con quel ritmo a causa del ritorno di Blake. Era tornato, otto anni dopo avermi lasciata sola con una nonna in là con gli anni, quello stronzo di mio fratello e tutti i miei demoni. Era la prima occasione che avevo di guardarlo davvero dal giorno in cui avevamo litigato su quello stesso portico accanto al quale eravamo in quel momento. Continuavo ad arrivargli appena al petto, ma il suo torace era più possente, più ampio, come le sue spalle. Gli avambracci emergevano con prepotenza dalla maglietta e mi ritrovai a fissarli. Era più semplice che fissare il suo volto dai lineamenti più decisi, la bocca severa e la mascella di granito. Portava i capelli tagliati cortissimi e quegli svegli occhi blu ospitavano più ombre dell’ultima volta che lo avevo visto, una cosa che non credevo possibile. Erano un corpo e un volto irremovibili, così nuovi, e allo stesso tempo così familiari. Mi fissò per lo stesso tempo che rimasi io a guardarlo, imprimendosi ogni centimetro di me nello sguardo. Mi chiesi se in otto anni fossi cambiata nella stessa misura in cui l’aveva fatto lui. Ne dubitavo. I miei capelli erano ancora un ammasso disordinato di riccioli rossi e le lentiggini che erano state la sventura degli anni della mia adolescenza mi punteggiavano ancora il naso, benché avessi fatto pace con la loro presenza. Incontrai il suo sguardo e rifiutai di abbassare gli occhi. Non ero la ragazza ingenua che aveva visto piangere sotto quel portico. Ero più forte, e avevo tutte le intenzioni di farglielo sapere. “Sei tornato”, dissi semplicemente. Annuì. “Stai bene?” “Certo.” Mi guardai alle spalle. I miei studenti avevano cominciato a cantilenare un ritornello e mantenevano la posizione contro i bulldozer. La polizia non aveva arrestato nessun altro, ma non sembrava che la protesta sarebbe finita tanto presto. Bene. Forse il fratello maggiore di Blake, Reece, avrebbe recepito il messaggio. Se non altro, l’avrei almeno rallentato. “Abbiamo cercato di fermarlo”, disse Blake scuotendo il capo. “Noi?” “Ash, la mamma, papà, tutti noi.” “Tutti voi?” “Non ha voluto ascoltarci. È determinato a cancellare questo posto dalla cartina.” I suoi occhi blu si ammorbidirono quando si posarono sul mio viso. “Sta solo cercando di distruggere tutti i suoi ricordi di…” “Non farlo. Non nominarla e non cercare di farlo passare per qualche povera anima in pena, provata dalla sua morte. Lei era mia sorella.” Blake strinse le labbra e rivolse gli occhi al cielo, come se si stesse appellando allo spirito di Wendy. Si era uccisa dodici anni prima per il fratello di Blake, Reece, che l’aveva tradita. Io davo la colpa a Reece, ma sembravo essere la sola. Nessuno dei Kavanagh lo faceva. Nemmeno Blake era dalla mia parte. La nostra divergenza d’opinione di era inasprita per quattro anni, infettando la nostra relazione e distruggendo tutto il buono che c’era fino a ridurla ad una carcassa putrescente. Alla fine, il nostro amore era finito una sera d’estate sul mio portico e non l’avevo più rivisto. Fino a quel momento. Dov’era stato per otto anni? Non l’avevo mai chiesto ai Kavanagh, preferendo evitarli del tutto, e loro non mi avevano offerto alcuna informazione. Ovunque fosse stato, quell'esperienza l’aveva cambiato. Sembrava che quel ragazzo, un tempo così felice, non sorridesse da anni. “Perché sei tornato adesso?” Scattai con più acrimonia di quanta volessi. Ero stanca, casa mia era sul punto di essere rasa al suolo davanti ai miei occhi, e adesso questo. I miei livelli di stress non avevano certo bisogno anche di lui, in quel momento. “È stato Ash a chiamarmi. Ha pensato che se c’era qualcuno in grado di dissuaderlo dal far quest’errore madornale, quello ero io.” “Immagino che si sia sbagliato.” Il suo sguardo scivolò sulla folla alle mie spalle. Si sollevò un grido, seguito da un ruggito dei dimostranti in risposta. Il rombo del motore del bulldozer sovrastò ogni altro suono. “Cassie!” sentii gridare. Mi voltai per andare, ma Blake mi afferrò per un braccio. La sua presa era ferma ma non dolorosa. “Non mi arrenderò, Cassie. Sono qui per restare, per tutto il tempo che ci vorrà.” Stava parlando del problema con Reece? O di qualcos’altro? Mi guardò con un’intensità tale che fui certa riuscisse a leggermi nell’anima. Per un momento il mio cuore smise di battere e pensai che mi avrebbe baciata. Avrebbe potuto attrarmi con facilità contro il suo corpo e io sarei stata incapace di resistergli. Una parte di me voleva che lo facesse. Una parte sleale e piccola, e fui capace di soffocarla. Gli pestai il piede. Lui inspirò tra i denti e mi lasciò andare. Corsi via, tornando verso la folla dove uno dei miei studenti mi abbracciò. Non vidi Blake per il resto della giornata. Con mio enorme stupore e sollievo, Reece arrivò e richiamò il bulldozer. Mandò a casa la polizia, la stampa e la squadra di demolizione, e un attimo dopo stava baciando Cleo Denny, la sorella maggiore di una delle mie studentesse, come se non ne avesse mai abbastanza. Come se lei l’avesse salvato. Non riuscii a distogliere lo sguardo da loro mentre si appoggiavano contro la macchina di lui, racchiusi l’una tra le braccia dell’altro. Mi chiamarono, chiedendomi di avvicinarmi, e Reece mi disse che avrebbe lasciato in pace casa mia. L’avrebbe persino rimessa a nuovo per permettermi di continuare a viverci e avrebbe mantenuto l’affitto invariato. Bene, ecco. Dopo tutto il grosso e cattivo Reece Kavanagh aveva un vero e proprio cuore umano che gli batteva nel petto. C’era solo voluto che arrivasse Cleo perché riprendesse a battere di nuovo. Che Dio ci aiutasse tutti, se mai lei l’avesse lasciato. Non vidi Blake per tutto il resto della giornata, né il giorno seguente, il che mi andava benissimo. Avevo già il mio bel daffare a respingere i giornalisti e a rimettere in sesto il giardino. Un’intera aiuola di piantine annuali era stata calpestata e il primo gradino del portico sembrava sul punto di staccarsi se ci fosse salito sopra qualcuno che pesasse appena più di me. Per fortuna me la cavavo abbastanza bene con il martello. Dovevo. Mio fratello, Lyle, era sempre stato un incapace, quindi non era stata una grossa perdita quand’era sparito subito dopo aver ereditato la casa. Non era stata un’idea della nonna quella di lasciare la casa al suo unico parente maschio rimasto in vita. Aveva tentato molte volte di far cambiare idea al mio defunto nonno, ma invano. Lyle l’aveva ricevuta alla morte della nonna, ma aveva le promesso che sarei potuta rimanere. Sfortunatamente, i suoi debiti erano saliti al punto da non poterli più ignorare e aveva infranto quella promessa. Aveva venduto la casa a Reece Kavanagh, lasciandomi in debito nei confronti di uno dei membri della famiglia a cui non piacevo. E che non mi piaceva. Secondo l’opinione di Harry e Ellen Kavanagh, ero la donna che aveva rovinato Reece incolpandolo per la morte di mia sorella e che aveva fatto allontanare Blake perché era rimasto al fianco di suo fratello. “Cassie!” mi chiamò una voce familiare dal vialetto. Misi giù il martello e salutai con la mano Becky Denny, sorella di Cleo e una delle mie studentesse di arte. Una delle mie preferite, in realtà. Non solo aveva spirito e determinazione, ma era anche una persona meravigliosa, dentro e fuori. “Che ci fai qui?” “Cleo è a pranzo dai Kavanagh, quindi ho pensato di venire a salutarti.” “Non sei stata invitata?” Si tirò i capelli dietro l’orecchio, ma le ciocche bionde erano troppo corte e finirono per tornare dov’erano. “Sì, ma ho preferito venire da te.” Sorrisi. “Grazie, dolcezza. Non è molto eccitante, qui.” Brandii il martello. “Mi sto solo occupando di qualche lavoretto. Sei sicura di non voler pranzare con i Kavanagh? Hanno sempre la tavola imbandita.” “Nah. Ti aiuto. Hai un martello in più?” Indicai la cassetta rossa degli attrezzi arrugginita. “No, ma puoi passarmi i chiodi.” Sedette sul gradino più in alto e ripescò il contenitore dei chiodi. “Forse è meglio che non usi il martello. Probabilmente finirei col darmelo sul pollice o qualcosa del genere.”
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI