“Non sei pratica di queste cose?”
Si strinse nelle spalle. “Non saprei. Non ho mai dovuto aggiustare nulla. È Cleo ad occuparsi di tutte le riparazioni in casa, oppure chiama qualcuno se lei non può.”
Posizionai il supporto sotto il gradino e conficcai il chiodo. “Sembra che potresti dover imparare, adesso che lei ha un nuovo progetto.”
“Quale nuovo progetto?”
“Reece.”
La bocca si socchiuse a formare una O. “Non farti sentire che lo chiami 'progetto'. Sembra una cosa a breve termine, così, mentre per Cleo è un impegno serio.”
Mi sedetti sui talloni e la osservai. “Mi sono sembrati piuttosto seri ieri. Credi che durerà?”
“Lo spero. Lui mi piace, più o meno.” Sollevò le mani davanti alla mia smorfia di derisione. “Quando non si comporta da stronzo, non è male. Dagli tempo, Cassie. Forse anche tu capirai che non è poi così male.”
“Conosco i Kavanagh da più tempo di te, Becky.” Detto quello mi interruppi. Lei non voleva certo sentire la triste storia che avevo avuto col mio vicino di casa e io non volevo ripercorrerla. Era troppo dannatamente incasinata ed era meglio che restasse nel passato. Mi concentrai sui lati positivi, al contrario. “Ash è ok, te lo concedo. E ammetto di non conoscere molto bene i due fratelli minori. Se li incontro per strada mi salutano, ma questo è tutto.” Ash era il fratello di mezzo dei cinque, ed era una brava persona. Se mi capitava di avere un problema con i miei vicini, lo chiamavo e lui parlava con i suoi genitori. Nessuno dei ragazzi viveva più a casa, per quanto l’edificio avesse le dimensioni di un campo da calcio. Probabilmente non volevano vivere sotto lo stesso tetto con quel drago di madre che si ritrovavano. “Vanno tutti a pranzo, oggi?”
“Tutti tranne Blake.”
Il mio cuore fece una capriola nel petto, come succedeva tutte le volte che lo sentivo nominare. Le vecchie abitudini erano dure a morire, a quanto pareva. “Forse ha lasciato Roxburg di nuovo.” Cercai di dare a intendere che non mi importasse, ma sentii io stessa la mia voce spezzarsi. “Ora che Reece ha deciso di non buttare giù questa casa, Blake non ha motivi per rimanere.”
“Forse. Ma sembra che non abbia nemmeno un motivo per andarsene.”
Lasciai cadere il chiodo che mi passò e quello cadde nell’intercapedine tra i gradini, finendo a terra. “Che vuoi dire?”
“Non lo sai? Ha lasciato l’esercito.”
Porca vacca. Blake era stato nell’esercito in tutto quel tempo? Ecco spiegato quell’ammasso ingombrante di muscoli. “Non sapevo nemmeno che si fosse arruolato.” Presi un altro chiodo e mi concentrai su quello che stavo facendo. Se avessi permesso alla mia concentrazione di allentarsi, avrei finito col farmi un dito nero.
“A quanto pare, per anni non l'ha detto nemmeno alla sua famiglia. Credo che abbiamo ingaggiato un investigatore privato per localizzarlo, ma lui non ha mai chiamato né scritto. Che tipo di persona fa una cosa del genere alla sua famiglia?”
Quello che vuole scomparire.
“Sembrava molto concentrato su di te, ieri.” Il tono di Becky era provocatoriamente curioso, ma non mi sarei lasciata convincere a rispondere. “Voi due avete un passato insieme.” Non era una domanda.
“Ci conosciamo da tutta la vita. Uscivo con lui.” Non aggiunsi altro. Becky mi piaceva, ma preferivo tenere la nostra relazione sul binario insegnante-studentessa. Era più semplice in quel modo.
“Bel lavoro”, commentò lei, ispezionando il gradino.
Lo testai appoggiandomici di peso. Tenne, quindi ci saltai sopra e quello continuò a tenere. “Prima il caffè o comincio col giardino?”
“Caffè”, rispose lei, ghignando. “Poi ti do una mano. Sono quasi sicura di aver causato io un po’ di quei danni.”
Gettai di nuovo il martello nella cassetta degli attrezzi e chiusi il coperchio. “Non preoccuparti. Considerando il caos di ieri, il giardino ne è venuto fuori bene. E poi, il giardinaggio è rilassante.”
“Almeno tu non devi ripulirti la recinzione.”
“Come?”
Mi guardò come se fossi scema. “Le recinzioni lungo tutta la via. Non le hai viste?”
“Non sono uscita di casa.” Guardai in fondo al vialetto, ma da lì la recinzione non si vedeva. Era quello il problema di vivere in un quartiere come Serendipity Bend. Le proprietà erano immense e le recinzioni erano molto distanti rispetto alle case. Avrebbe potuto esserci un’orda di elefanti a percorrere la nostra via e io non me ne sarei accorta.
“Tutte le recinzioni di Willow Crescent sono state imbrattate stanotte”, proseguì Becky.
“Imbrattate con dei graffiti? Tutte?”
“Tranne la tua.”
Aggrottai la fronte. “Perché la mia no?”
“È quello che voleva sapere Ellen Kavanagh.”
Ellen Kavanagh era la matriarca della famiglia e una donna indomita. Gestiva una sua impresa, e di grande successo, a detta di tutti. Era stata severa quando eravamo piccoli ed era un’accanita sostenitrice dei diritti delle donne e della preservazione di Serendipity Bend. Dalla punta delle mani perfettamente curate a quella delle eleganti scarpe di Prada, era una donna scaltra e fiera. Non certo una che volessi indispettire.
Percorsi il vialetto con Becky accanto a me e attraversai il cancello di metallo. A differenza dei miei vicini, lasciavo il cancello aperto, in parte perché non avevo nulla che valesse la pena di rubare e quindi i ladri non costituivano un problema, ma principalmente perché non funzionava il citofono. Lungo tutta la via c’erano segni evidenti che qualcuno stava pulendo via i graffiti dalle pietre o dalle recinzioni in mattoni. Non i membri delle famiglie, ma giardinieri o qualcuno che avevano assunto. Solo la mia era rimasta intonsa, insieme ad un’altra che aveva una siepe al posto di mattoni o legno.
“Perbacco”, dissi d’un fiato. “Mi chiedo perché abbiano preso di mira questa via.”
“Io mi chiedo perché non abbiano preso di mira casa tua.”
Se avessi dovuto tirare ad indovinare, avrei detto che dipendeva dal fatto che qualcuno là fuori aveva visto al notiziario la confusione che c’era stata il giorno prima e si era dispiaciuto per me. Era la classica situazione di Davide contrapposto a Golia, e mai nessuno simpatizzava con Golia. Magari avevano pensato che la battaglia non era finita e stavano esprimendo la loro rabbia contro l’America delle aziende che spremeva i piccoli individui. O magari si trattava solo di qualcuno che aveva visto tutte quelle imponenti recinzioni nude alla TV e aveva pensato che le proprie opere d’arte ci sarebbero state bene sopra.
“Quello lì è molto buono.” Annuii in direzione della recinzione proprio di fronte. Ospitava il ritratto del volto di un clown dipinto a colori vivaci con lacrime che gli colavano lungo le guance. Il resto delle recinzioni erano solo imbrattate delle firme dell’artista, ma per completare quella doveva esserci voluto del tempo, soprattutto in piena notte. Le proporzioni erano tutte corrette e l’ombreggiatura era stata usata con sapienza per enfatizzare lo sguardo triste del pagliaccio e i segni delle lacrime colate sul trucco. Era un’opera evocativa, bellissima, e mi faceva venire voglia di abbracciare quel povero pagliaccio. Di certo non volevo che venisse cancellato. Purtroppo, era esattamente quello che stava facendo un uomo con indosso una tuta arancione.
“La polizia li ha visti?” chiesi, sperando di posticipare il procedimento di qualche istante.
Becky annuì e rise. “Vivi rinchiusa in una bolla, non è vero?”
“Non si vede la strada da casa mia.” Sollevai una spalla. “È isolata e immersa nella pace.”
“O solitaria.”
Le feci l’occhiolino, ma lei non se ne accorse. Stava facendo dei cenni di saluto a sua sorella e a Reece, in piedi davanti al cancello dei Kavanagh. Loro risposero al suo saluto. Becky mi prese per mano e mi trascinò con sé.
Mi preparai per la prima vera conversazione con Reece dal momento in cui aveva richiamato i bulldozer. I pochi istanti in cui mi aveva detto che avrebbe lasciato intatta la casa non contavano. Ero ancora frastornata dalla protesta e dal mio incontro con Blake, e lui era in preda alla gioia dopo aver baciato Cleo. Forse voleva dirmi che aveva cambiato idea.
Cleo mi abbracciò prima ancora che riuscissi a farmi uscire un “ciao” dalla bocca. Guardai Reece da sopra la sua spalla e lui mi rivolse un sorriso imbarazzato.
“Non si sta mai tranquilli a Willow Crescent”, commentò.
“Che disastro”, convenne Cleo, scostandosi da me. Fece un cenno del capo a indicare il clown. “Quello starebbe bene su una tela, ma non è proprio appropriato per questa via.” Restammo tutti a fissare il pagliaccio triste con la schiena appoggiata contro il cancello dei Kavanagh.
“Non lo so”, esordì Reece. “Ci sono un paio di clown che vivono qui.”
“Quelli ultra ricchi”, replicò Cleo, passandogli un braccio attorno alla vita. “E scommetto che non stanno piangendo.”
“Il denaro non può comprare la felicità e via dicendo.” La baciò sulla testa. Lei gli rivolse uno sguardo così colmo d’amore che dal di fuori faceva male guardarli. Avevo la sensazione di invadere il loro spazio.
“A quanto pare vostra madre pensa che io abbia qualcosa a che fare con tutto questo”, dissi, incrociando le braccia davanti al petto.
Reece aggrottò le sopracciglia. “No, non è così.”
“Ma si sta chiedendo perché la mia recinzione non sia stata coinvolta.”
“Ce lo stiamo chiedendo tutti”, replicò Cleo. “Ma non perché pensiamo che tu abbia qualcosa a che fare con questa faccenda.”
Era facile litigare con un Kavanagh, ma non se una Denny univa le forze alle loro. Cleo e Becky mi piacevano. Non volevo litigare con loro. Lasciai cadere la questione.
“La polizia sta passando in rassegna i filmati di sicurezza”, aggiunse Reece, indicando le telecamere montate sui cancelli lì attorno. “Probabilmente prenderanno presto il loro sospettato, specialmente con quella sigla con cui si firma. È piuttosto singolare.”
“Spero solo che quel poveretto se la cavi con un’ammonizione”, dissi. “Fare graffiti non è esattamente un atto da criminali incalliti.”
“In tal caso, spera che non si faccia rivedere in giro. C’è gente qua in zona che vuole che gli venga dato il massimo della pena.”
Figurarsi. I residenti di Willow Crescent, di tutta Serendipity Bend, per quel che valeva, facevano un vanto dei loro prati curati e delle siepi potate a perfezione. Se il graffitaro fosse stato un povero senza tetto come molti, a quella gente non sarebbe importato che fine avesse fatto, purché la smettesse.
Loro non avevano mai dovuto preoccuparsi di dove trovare il pasto successivo o di come fare a scaldarsi d’inverno. Io facevo parte del loro gruppo. Potevo non essere ricca come tutti gli altri abitanti del Bend, ma avevo sempre avuto un tetto sopra la testa ma speravo davvero di essere più solidale della maggior parte di loro, in particolare verso un artista di talento, come era chiaramente il nostro graffitaro.
“Stavo venendo a trovarti”, mi disse Reece. “Ho una proposta per te.”
“Mi stai già cacciando via?”
“Non mi rimangerò la parola data, Cassie.”
Deglutii senza rispondere.
“Voglio ristrutturare”, proseguì lui.
“È quello che hai detto ieri. Non hai cambiato idea?”
Sorrise. “No. La casa ha bisogno di lavori e sono preoccupato…siamo preoccupati…che possa caderti addosso.”
Non avevo dubbi in merito al fatto che dovevo ringraziare Cleo per il cambiamento del suo atteggiamento. “Non devi farlo”, gli dissi.
“Sì, invece. È una delle responsabilità del padrone di casa. E poi, voglio farlo. Se ignorassi la proprietà adesso, poi costerebbe di più risistemarla. È più conveniente provvedere ai problemi prima che si aggravino.”
Il suo atteggiamento era comprensibile. Sembrava somigliare al modo di ragionare di Reece. Era preoccupato dei soldi e di proteggere il suo investimento, piuttosto che di assicurarsi che restassi asciutta in caso di temporale.
“D’accordo”, dissi. “Fammi sapere quando verranno gli operai.”
“È questo il problema.” Si schiarì la voce. “Voglio assumere Blake.”
“No!”
“Andiamo, Cass, per favore. Sa il fatto suo.”
“Ne sono sicura, ma non mi interessa. Non lo voglio intorno.”
Cleo e Becky si scambiarono occhiate eloquenti. “Ha bisogno di avere qualcosa da fare”, proseguì Reece. “Non sa cosa fare, e lui è uno che ha bisogno di lavorare o da fuori di matto. Sono preoccupato…”
“Ho detto di no. Trovagli qualcos’altro da fare, se si annoia.”
“Cassie”, disse con tono pacato e minaccioso. “Si tratta della mia proprietà. Se voglio assumere mio fratello, posso farlo.”
“Questa è la mia casa, non una proprietà. E in qualità di locataria, ho il diritto di rifiutare di avere qui un certo operaio.” Non sapevo se fosse vero o meno e non mi importava. Il pensiero di avere Blake all’interno di un confine tracciato dalle stesse pareti mi stava mandando fuori di testa. Era già stato abbastanza penoso vederlo il giorno precedente, ma vederlo tutto il giorno, tutti i giorni, mi avrebbe ridotto ad un ammasso patetico. Non potevo lasciare che i miei studenti mi vedessero in quel modo. Non potevo lasciare che fosse Blake a vedermi in quel modo. “Non lo voglio nelle vicinanze della mia casa o della mia persona. Sono stata chiara?”
“Anche troppo”, rispose una voce alle mie spalle, affilata e fredda come una lama d’acciaio. Una voce che mi fece correre vampate di calore e brividi freddi in tutto il corpo. La voce di Blake.