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1369 Parole
8Arrampicarsi sui vetri. Questa mattina sono sceso a fare due passi sul presto. Dovevo in qualche modo disintossicarmi dalla notte passata in bianco. Camminare mi è sempre piaciuto, sono andato a prendermi il giornale, ho fatto due parole con l’edicolante e poi sono entrato a prendermi un caffè da Celestino. Mi sono seduto a un tavolo in un angolo osservando la gente parlare, poi ho visto entrare Aldo, il ferramenta. L’ho invitato a sedersi accanto a me, lui ha guardato l’ora, mi ha sorriso e poi si è avvicinato. Due chiacchiere di cortesia, qualche indiscrezione sul campionato di calcio, il nostro Toro, e poi l’ho buttata lì. «Aldo, noi ci conosciamo da tanti anni. Ma dimmi un po’, tua madre, la Ines, è ancora là dentro?» «A Villa Gaia? Sì, certo, sono due anni ormai. L’hanno operata al fegato qualche mese fa ma si è rimessa abbastanza bene. Insomma, sai, si fa quel che si può.» «Quanti anni ha adesso? Un paio più di me se non sbaglio.» «Ottantanove appena compiuti. Perché?» «Niente, così, per curiosità. Salutamela quando la vedi.» «Potresti anche andare a trovarla, le farebbe piacere.» «In effetti, non sarebbe una brutta idea. Hai ragione.» «Dai che la fai contenta. Vai nel pomeriggio, verso le cinque la trovi al parco.» «Penso che lo farò, Aldo.» «Tu, tutto bene? E Piero?» «Tutto normale, io invecchio e lui lavora.» «Tutti invecchiamo Mario. L’alternativa lo sai qual è, no?» Sorrido mentre lo osservo bersi un cappuccino. Dopo aver espresso altre due considerazioni sulla politica e aver picchiettato l’orologio con l’indice, si alza e mi saluta. Deve andare al lavoro. Torno alle mie pagine mentre il locale ora si riempie di avventori, ci conosciamo tutti, sorrisi, pacche sulle spalle, battute su donne, calcio e politica. Come sempre. Celestino si avvicina e dopo avermi poggiato una mano sulla spalla quasi mi sussurra all’orecchio. «Qualcosa non va? Ti vedo triste.» «Triste? No, soffro d’insonnia, tutto qui.» «Hai provato a bere due bei bicchieri di vino la sera?», dice. Sorrido annuendo. «Purtroppo non bastano.» «E tu raddoppia», esclama lui ghignando. «Un giorno o l’altro ci proverò.» «Bravo Mario!», e si allontana verso il bancone. Riprendo il giornale ma i miei pensieri corrono veloci altrove, a Villa Gaia. Non riesco a levarmela dalla testa, e non so se soffro più per quel maledetto dépliant o per il tradimento di mio figlio. Sì, perché considero la proposta di chiudermi in una casa di riposo un vero e proprio tradimento, una pugnalata al cuore, una mancanza di rispetto. Ha detto che lo fa per il mio bene. Mah… Probabilmente sarà stata Ivana a istigarlo. Quella megera non mi ha mai potuto soffrire. Mi alzo, pago e mi allontano. Fuori fa freschino, quest’anno il mese di maggio è bizzarro. Tiro su il colletto del giubbotto. Supero via Borgomasino e le poste, poi decido di attraversare corso Lombardia e di avvicinarmi all’edificio della residenza per anziani Villa Gaia, che come una vecchia e pasciuta signora, osserva il quartiere dall’alto, con una certa baldanzosità e supponenza. Passeggio sul marciapiede sbirciando all’interno. Il parco in effetti è maestoso. Vedo molte persone, chi a passeggio nei vialetti, chi seduto nelle panchine. Quando mi ritrovo all’ingresso mi fermo, il cancello è aperto. Quindi è vero che non esistono restrizioni così rigide. Tuttavia, già il viale centrale mi fa venire i brividi. Insomma, sarò un vecchio dinosauro ma quello e tutti i luoghi analoghi li ho sempre considerati degli ospizi, un po’ come il ben più famoso istituto di riposo per la vecchiaia di corso Unione Sovietica, dai più chiamato per l’appunto, Poveri Vecchi. Penso alle parole di mio figlio, come sassi lanciati in uno stagno, sì, come pietre a lapidarmi. Poi i miei pensieri cambiano direzione. Immagino infatti che quelle parole, non siano state lanciate a caso. Piero aveva giustificato la scelta con la mia condizione di salute, prevedendo addirittura un peggioramento, con un divenire incerto e fosco. Un brivido mi percorre la schiena. Guardo l’ora, le undici in punto, se mi sbrigo ce la faccio. Il mio medico curante è in studio fino alle dodici e trenta, magari trovo poca gente. Meglio provare. Attraverso un tratto di via Borgomasino e giro in via Giosuè Borsi. Un centinaio di metri. Suono, mi aprono. Nella sala d’aspetto solo tre persone, sono fortunato, mi siedo, sospiro agitato e sento il cuore battermi forte. Prendo una rivista patinata stropicciata da chissà quanta gente e la sfoglio velocemente. Gossip, attori, uomini e donne dello spettacolo, qualche calciatore e una macchina sportiva nelle ultime pagine. Sbuffo. Appoggio le mani sulle ginocchia, penso al Pronto soccorso e a quella sensazione di disagio che avevo provato. Non è mai bello stare in ospedale, e questo penso valga per tutte le età. Se chiudo gli occhi riesco a percepire ancora quello sgradevole odore. «Avanti!», sento esclamare ad alta voce. Mi guardo intorno e non vedo più nessuno. Mi sono estraniato da tutti e non mi sono accorto che il tempo passava. Entro dalla dottoressa Castoldi e mi siedo davanti a lei. Mi sorride, è sempre stata gentile con me, ma l’espressione del mio viso cambia subito quando lei esclama. «È passato suo figlio questa mattina.» Divento una statua di sale, non riesco più a proferire parola, solo la osservo attento. Ha i capelli cortissimi tinti di un rosso intenso e gli occhi verdi come quelli delle gatte. Inclina il capo come a leggere i miei pensieri. «Le ha detto…», balbetto. «Mi ha raccontato di questo ultimo episodio, dell’ospedale, eccetera, eccetera.» Ecco, è proprio quell’eccetera eccetera che mi sconvolge. «Senta, mio figlio ha cercato di spiegarmi, ma non ho compreso bene. È successo tre volte. L’ultima volta sono caduto a terra e mi sono ferito. Dottoressa, può dirmi meglio di cosa si tratta? Morirò?» Lei sorride come se avessi detto una stupidata e poi fa una cosa che non mi aspettavo. Si alza e, fatto il giro della scrivania, si siede proprio di fronte a me. Mi prende la mano tra le sue e mi guarda con occhi che paiono sinceri. Dice con parole semplici che questi mancamenti che mi hanno rapito, anche se per poco tempo, hanno ragioni piuttosto serie. Per pochi istanti il sangue non è defluito normalmente, mi ha parlato di spasmi, di vene e arterie e alla fine non ci ho capito nuovamente nulla. Lei lo intuisce dal mio sguardo perso nel vuoto. «È mancato il regolare apporto di ossigeno al cervello, mettiamola così. Non è gravissimo ma lei deve restare sotto controllo e adottare uno stile di vita più severo a partire dall’uso di nuovi farmaci e da un’attività motoria costante.» «Ma questa condizione…» «Senta signor Barbero, è inutile girarci intorno, noi abbiamo sempre avuto un rapporto di stima e fiducia reciproca e non solo legata alla natura professionale. Suo figlio Piero mi ha parlato di Villa Gaia e penso che possa rappresentare una mediazione onorevole. Intendo dire che resta pur sempre una residenza per anziani, certamente, ma aperta, lei potrà uscire e fare quello che vuole. Con la differenza che la terranno sempre sotto controllo. Pensi che anche di notte è presente una équipe sanitaria con un medico, eccetera, eccetera…» Questi eccetera, eccetera, iniziano a infastidirmi. Insomma, me lo dice con la sua proverbiale cortesia, certo, ma sta di fatto che ho la netta sensazione che si siano messi d’accordo per indorarmi la pillola. Mio figlio mi conosce abbastanza da sapere che sarei venuto da lei ben presto e mi ha anticipato. «E se si ripresentasse una di queste crisi mentre sono fuori, se perdessi la memoria?» Lei torna a sorridermi come se fossi un bimbo. «Le sarà consegnato un tesserino con tutti i suoi dati e i recapiti delle persone da avvisare. Lei lo terrà sempre con sé e vedrà, non le succederà nulla.» Già, non mi accadrà nulla. Mi alzo e la saluto, esco dallo studio e mi sembra di essere più pesante del solito. Cammino lentamente e mi fanno male persino le ossa. Come se la dottoressa anziché elargirmi sorrisi mi avesse rifilato un sacco di botte. Mi dirigo verso casa. Devo mangiare qualcosa e poi magari farmi un sonnellino. Tanto non mi succederà nulla. Lo ha detto lei, la dottoressa Castoldi.
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