7

1012 Parole
7Questura di Torino. Sezione Omicidi, pomeriggio «E se si trattasse di ossa ancora più datate?» borbotta Vecchi in direzione di Federico. «Cosa intendi dire?» «Non, so, mi è venuta in mente la guerra mondiale. Magari personale femminile dell’esercito, partigiani, civili, non so. Potrebbe anche essere però…» Federico si blocca al centro del suo ufficio con le mani piantate sui fianchi. Pensa a quelle parole nemmeno tanto campate in aria. «Beh, aspettiamo gli esami e poi vedremo il da farsi, non credi?» «Sì, mi chiedevo, così, per curiosità…» «Vecchi, inutile fasciarsi la testa prima di aversela rotta. Se così fosse, molto meglio per tutti quanti.» Vecchi alza le spalle e si allontana verso il corridoio. «Però ti ricordo che al momento sono solo donne. E la cosa mi puzza» aggiunge il commissario mentre si siede alla sua scrivania. «Vado a vedere sul posto a che punto sono, dovrebbero aver quasi finito.» «Fammi un fischio appena hanno terminato.» Vecchi grugnisce e si allontana alla ricerca del suo compare Gai. Intanto Federico cerca in rete informazioni su quella zona, mappe, piantine, note storiche. Poca roba, veramente poca. Estrema periferia della città, un tempo praticamente solo prati, cascine, qualche bialera. Tutto qui. Si gratta la testa, inutile cercare a casaccio. Si rilascia sullo schienale della poltrona e si ritrova a fissare una fotografia appesa al muro che si è guardato bene dal togliere. Meucci e Vivaldi abbracciati, sorridono felici con un bicchiere di vino in mano. Federico inclina il capo. Un sorriso stirato si impadronisce del suo viso. Quei due disgraziati non si sono mai più fatti sentire. Una sola cartolina dalle Canarie con su scritto Tanti saluti da noi due. Ma è così che ci si comporta con dei vecchi amici? Le immagini dell’ultima indagine a carico di cinesi1, ma non solo, emergono nella sua memoria come una fiondata che fa male. Rivede Meucci alzarsi in un’aula riunioni colma di pezzi grossi, paonazzo in volto, che urla, accusa, piange e poi fugge come un forsennato. E questo mentre lui resta come imbambolato, paralizzato dall’improvviso colpo di scena, da una reazione scomposta quanto inaspettata. Federico socchiude gli occhi quasi a ricordare meglio. La strage di via Servais, tutti quei morti, come potrebbe scordarsi quella tragedia. E poi le vicissitudini di un’indagine che sembrava sempre sbagliata, fino al guizzo finale, l’imponderabile, imprevedibile, devastante finale. Rivede quelle scene come alla moviola, con Meucci che esce sbattendo la porta, la sorpresa di tutti, i commenti, giudizi, condanne, indignazioni. Federico lo aveva poi seguito fino in strada trovandolo sconvolto. Non era andata come doveva, proprio per niente. Meucci si era dileguato, poi, in buona compagnia, ovviamente, con Maurizio Vivaldi a cui si era aggiunto persino il magistrato, il dottor Picozzi. Si erano rintanati tutti in montagna, nella baita di quest’ultimo, come dei partigiani sconfitti o politici intenti a dissolversi in un aventino di pietra senza speranza. Meucci non era più tornato in polizia. Si era licenziato, o meglio, aveva optato per la pensione e fine del film. Esattamente come il suo degno compare di avventure, Vivaldi. E ora? Federico si passa le mani sul viso. Che abbiano davvero deciso di stare sempre come in vacanza? Di girovagare come due adolescenti immaturi? Quanto tempo ci vorrà per farli tornare con i piedi per terra? Possibile che questo dannato lavoro non manchi loro come l’acqua ad un assetato? Ci hanno passato una vita tra queste mura… Federico guarda il soffitto. Cerca di visualizzarli anche se non ci riesce. Le loro immagini sembrano ora come annebbiate, sfocate, lontane. Decide di scrivergli una mail. Qualche parola, nulla di impegnativo. Già, peccato che l’indirizzo a.meucci@poliziadistato.it sia disattivato ormai. Un w******p forse? Un Sms? Federico si gratta il mento e poi prova. «Ciao Ale, come stai? Spero bene. Ci manchi. Ricordati che qui ti vogliamo sempre tutti bene. Fatti sentire.» Invia il tutto per poi tornare veloce sulla tastiera per aggiungere. «Ale, mi sono scordato di dirti che abbiamo trovato degli scheletri umani sotterrati. Si tratta di donne. Magari è roba vecchia però. Ciao. Fede.» Il tempo di inviare il messaggio ed ecco la telefonata di Vecchi. «Dimmi tutto…» «Capo, allora, qui è un casino. Ne hanno trovata un’altra. Penso che sia l’ultima perché stavano ultimando la griglia. A meno di sorprese dovremmo fermarci a tre donne sepolte. Qui c’è il medico legale, te lo passo.» «Va bene, grazie.» Federico si riassetta sulla poltrona passandosi una mano tra i capelli poi risponde. «Sì, dottor Pastore, eccomi.» «Commissario, come ha sentito, un’ultima sorpresa. Con una novità però.» «Mi dica dottore, mi dica…» «Un sacchetto di plastica trasparente sulla testa. A meno che non sia stato inserito post mortem, probabilmente la vittima è stata soffocata in quel modo.» «Interessante, altro da aggiungere?» «Stanno ultimando l’estrazione. Aspettiamo. In ogni caso quel sacchetto ha creato delle strane condizioni ambientali che hanno preservato molti capelli della donna. Biondi, capelli biondi e lunghi. Ma vedo che hanno trovato altro. Le ripasso l’assistente Vecchi.» Federico si alza in piedi. È nervoso. Chiama Guiotto ad alta voce facendogli segno che devono uscire. «Capo, sono io, senti, forse è meglio se fai un salto qui. Hanno trovato poco fa una borsetta e delle scarpe. Appena posso ti dico cosa contiene.» «Stiamo arrivando, comunque tu dimmi, dai…» «Ripeto, a parte le scarpe e indumenti rimasti piuttosto intonsi, forse per via del tessuto sintetico, la vera novità è questa borsetta. Ora è qui con i colleghi della Scientifica. La stanno aprendo…» Federico guarda di sottecchi Guiotto mentre escono con l’auto da via Grattoni. «Allora?» chiede nervoso. «Un rossetto, della cipria e una musicassetta. Tutto qui.» «Nessun documento? Niente altro?» «No, capo. Ma la musicassetta potrà aiutarci nelle indagini immagino. Si tratta di Tornerò, de I Santo e California, un gruppo degli anni Settanta. Pertanto, a buon intenditor poche parole.» Federico resta imbambolato mentre scorre in mezzo al traffico. I Santo e California, se li ricorda vagamente. Immediatamente cerca quel dannato nome sullo smartphone, eccoli, non erano stranieri come pensava, bensì cinque giovani di Nocera Inferiore. Anno di registrazione del brano, 1974. Bingo!
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI