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1227 Parole
6Una brutta sorpresa Sono sveglio da qualche minuto. Osservo il soffitto senza un motivo particolare, poi decido di alzarmi e prepararmi un caffè. Il capo mi duole ancora ma cerco di non farci caso. Ho la sensazione di girovagare in casa senza un senso, sono confuso, sarà la botta ricevuta, chissà. Non so che fare, mi annoio. Mi guardo attorno e noto gli album delle fotografie, mi avvicino e ne prendo uno. Lo appoggio sul tavolo e inizio a sfogliarlo lentamente. Quanto tempo è passato? Osservo i fotogrammi con un pizzico di malinconia. Le vecchie amate fotografie, quelle che si portavano a sviluppare, i rullini dell’Agfa o della Kodak da dodici, ventiquattro e trentasei pose. Ora tutto è digitale e molto si disperde nel tempo. Non si ha più la sensazione di rivivere il passato, averlo sottomano veramente, riuscire quasi a toccarlo con le dita. I miei album, cui ho dedicato anima e corpo per una vita, si sono interrotti a un certo punto. Come per un sortilegio. E tutti i miliardi di fotografie digitali che si sono succedute negli anni successivi, che fine hanno fatto? Dove sono materialmente? Sulla nuvola di iCloud, certo, in qualche hard disk, nascoste nei social, in mezzo ad altri universi, a confondersi e annullarsi come in una tragicomica equazione: x uguale a zero. Volto una pagina. Piero è vicino a me, avrà sì e no una decina di anni e ha il broncio stampato sul viso. Non ricordo perché, però. E poi un’altra, siamo in moto, al mare. Qui mi ero già separato da sua madre, un brutto periodo per noi, una scelta che ho cercato di digerire anche dopo molto tempo, senza mai riuscirci completamente. Ho sempre avuto, negli anni, la sensazione di avere quel boccone amaro che non andava né su né giù, bloccato nel gargarozzo. Sfoglio ancora con disincanto quegli istanti di vita vissuta, accorgendomi che proseguendo nel tempo, trovo sempre più foto individuali e sempre meno con lui. Già, questo era il periodo dell’odio, ricordo bene. Silenzi, rancori, desideri di rivalsa, forse vendetta. Un’altra foto in montagna. Qui sono con Antonella, che diverrà poi la mia seconda moglie. Lei sorride serena, eravamo a Ceresole Reale, vicino alla diga, la giornata era splendida. Chiudo gli occhi e quasi mi sembra di sentire la brezza di quel giorno, di vedere il nostro tavolino da picnic nel prato, accanto all’auto. Dopo un periodo oscuro della mia vita, mi ero illuso di voltare pagina e ritrovare la serenità con lei, andavamo d’accordo, sempre in sintonia, complici. Lei era infermiera all’ospedale Mauriziano, in ortopedia. Ci eravamo sposati appena possibile, senza approfondire il nostro passato, incoscienti come due adolescenti che riuscivano sempre a divertirsi insieme. Mi vengono in mente le risate, anche le scopate, a dire il vero. Mi piaceva fare l’amore con lei. Ma dopo pochi anni si era ammalata, andandosene in pochi mesi, come un soffio di vento, in una triste giornata di aprile. Non avevo avuto nemmeno il tempo di elaborare la malattia, cercare di comprenderne le dinamiche devastanti. Lei si era spenta come un pulcino, assopito nel sonno, senza nemmeno dirmi un’ultima volta ti amo. Chiudo l’album dei tempi andati e guardo il vuoto. Il silenzio è assordante. Qualche fischio di acufene fa la sua improvvisa virata e poi, per fortuna, sparisce, come dopo aver voltato repentinamente un angolo della strada. Chiudo gli occhi e mi ritrovo con le lacrime. I ricordi bisognerebbe lasciarli nel cassetto, sono proprio quelli brutti a rovinarti le giornate, farti entrare in depressione, una catalessi mortale. Mi alzo e vado in bagno a sciacquarmi il viso. Lo specchio riflette un vecchio, sono io. Resto muto con lo sguardo fisso e un po’ mi compatisco. Perché un vecchio triste pare ancora più vecchio e triste, in particolare quando annega in un loop senza fine. Quando suonano il campanello guardo l’ora, sono le otto di sera. È sicuramente Piero, deve aver chiuso il negozio. Lo faccio entrare e lo bacio sulla guancia, lui si infila direttamente in cucina. «Ti preparo qualcosa per cena?», mi domanda con una voce che non mi convince. «No Piero, mi farò un po’ di latte più tardi, grazie.» Si apre il frigo e prende una bottiglia di Gavi di ottima qualità. L’ho comprata da Celestino. «La posso aprire? Beviamo un goccio insieme papà?», esclama senza guardarmi in volto. Annuisco mentre, avvicinandomi a un pensile, prendo due grissini. Mi siedo a tavola con lui, facciamo una sorta di brindisi e poi, senza nemmeno darmi il tempo di bere il primo sorso, sbotta. «Papà, tu non puoi più vivere qui da solo, non è più sicuro. Hai bisogno di essere seguito, capisci?» Io resto come pietrificato, non riesco a dire assolutamente nulla, mentre lui, senza darmi scampo, immediatamente riprende. «Ivana e io ne abbiamo parlato. Dopo l’ultimo episodio non possiamo rischiare che ti accada qualcosa, che tu possa ferirti, smarrirti.» «Smarrirmi?», replico quasi balbettando. Lui alza lo sguardo all’improvviso e mi racconta in modo piuttosto dettagliato l’origine del mio male, delle mie crisi con relativa perdita di memoria. Io ascolto, mi verso dell’altro vino, poi reagisco. «Tre, solo tre volte è successo e tutto si è risolto in pochi minuti.» «Pochi minuti? Papà, questa mattina sei caduto a terra e hai sbattuto la testa contro il gradino della farmacia, hai perso i sensi e ti sei risvegliato all’ospedale. Almeno mezzora di blackout. Ti ricordi qualcosa forse? E se ti fosse successo altrove dove nessuno ti conosce? Magari in un luogo isolato, per Dio, non farmici pensare.» Lo guardo, capisco che è sotto pressione. Mio figlio è fatto così, si fa condizionare dalla moglie, sicuramente. Muove velocemente il piede destro, come se suonasse il pedale di una batteria a ritmo forsennato, poi si attorciglia le mani nervose, se le stira, gesticola. «Io sto bene», replico con semplicità. «No, tu non stai bene, papà!» «Ho ottantasette anni per Dio! Non puoi pretendere…» continuo. Il suo sguardo non accetta repliche, ma il difficile deve ancora arrivare, perché vedo che tira fuori dalla tasca della giacca un opuscolo di diverse pagine e il mio sangue si raggela. Forse anche il mio cuore, per una frazione di secondo, si ferma, smette di pulsare. Si versa del vino e lo ingurgita come fosse veleno, per poi allungarmi la mano con l’opuscolo. Lo prendo puntando le mie pupille nei suoi occhi. «Papà, è per il tuo bene. È come un hotel di lusso, puoi entrare e uscire quando vuoi, nessuna restrizione. Guarda le fotografie.» Ho voglia di piangere e in gola mi è tornato quel boccone velenoso di prima. Quello sul gargarozzo, che non va né su, né giù. Un brivido mi sale lungo la schiena, poi anche io mi verso altro vino. Non replico, ma sfoglio l’opuscolo di Villa Gaia senza interesse, noto in copertina tanti miei coetanei che fanno sorridere le dentiere. Lui si alza, mi dice di guardarlo bene, aggiungendo che se volessi ulteriori informazioni dovrei entrare nel sito. Evidentemente, per quello, non mi ritiene ancora un rimbambito. Annuisco. Lui si alza, si avvicina e mi bacia sulla guancia, io gli prendo una mano e la stringo forte ma, nessuna parola esce più dalla mia bocca. Mi saluta dicendo che passerà domani all’ora di pranzo. Sento la porta chiudersi. Lascio cadere dalle mani la pubblicità di Villa Gaia e mi metto a piangere come un bambino.
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