INTRODUZIONE
INTRODUZIONE.
Venti secoli fa la terra era soggetta ai tiranni, cioè ai re ed ai preti, che, valendosi delle diverse religioni che professavano, rendevano schiave le nazioni, e le governavano. Gesù Cristo non aveva recato per anco al mondo i divini precetti che dovevano rigenerarlo. Ei non era ancor morto sur una croce per dare la libertà alla terra.. L’evangelo non esisteva.
Da quel tempo in poi l’evangelo è stato a tutti insegnato.
Non contenti ad aver lasciato alle nazioni la dottrina del loro divino Maestro, gli apostoli ed i discepoli di Gesù Cristo sono morti per difenderla.
Nei primi secoli del Cristianesimo, i pontefici e i preti cristiani hanno camminato nel sentiero che avevano loro segnato gli apostoli, com’essi, han proclamato la fede cristiana sotto la scure dei carnefici, ed il sangue dei mártiri ha fruttificato.
La metà del mondo abbracciò il cristianesimo; ma a quei tempi, sì gloriosi per la specie umana, succedettero ben tosto secoli d’iniquità.
Finché durò la persecuzione, i pontefici e i preti cristiani furono umili e forti; cessata la persecuzione, i papi, dapprima sì poveri, divennero presto ricchi e potenti. Coloro che non ha guari erano obbligati a vivere senza asilo, a predicare sulle montagne e a celebrare l’uffizio divino nei cavi delle rupi, ebbero un regno temporale, magnifici templi e una corte più splendente di quella dei re. La croce per essi non fu più un’arme sufficiente a combattere l’errore e a sottomettere i popoli alla fede di Cristo. Ebbero armi come i re della terra, e combatterono con la spada coloro ch’era mestieri vincere colla dolcezza.
Di mártiri divennero carnefici!
D’allora in poi lo spirito di Dio gli abbandonò, l’orgoglio e l’ambizione dominarono l’anima dei preti del Signore. Essi non furono più gli umili ministri di un Dio crocifisso, ma i vili cortigiani di un papa. Roma non fu più la città santa, ma la città dell’orgia, un bordello, secondo l’energica espressione di Dante1.
In poco tempo Roma Cristiana divenne più pagana di quello che fosse stata ai tempi di Nerone e di Caligola; non fu più la capitale del mondo cristiano, ma un immondo lupanare, in cui i leviti del Signore profanavano ogni giorno la loro sacra veste.
Il palazzo dei papi divenne il palazzo della lussuria, ed un ricovero di ciurmadori. I cardinali e i vescovi, questi successori dei predicatori della Giudea, trasformati in principi della terra, non si prostrarono più nella polve dei templi, umiliandosi e pregando pel loro gregge; ma in quei templi ebbero troni, ov’erano incensati come iddii, ove s’inebriavano di profumi e d’armonia, ove spiegavano la pompa fastosa e fascinatrice delle cerimonie d’un culto che Cristo non avrebbe riconosciuto se fosse ridisceso sulla terra.
In tal modo il clero romano, obliando il ciclo nei sollazzi mondani, si fece adorare per molti secoli in luogo del Dio vivente; e siccome il Vangelo condannava la sua condotta, egli vietò ai popoli la lettura del Vangelo2.
Nel volgere di questi tempi, i popoli camminavano silenziosi incontro all’avvenire; la Spagna, incivilita dai Mori, coltivava con successo le arti e l’industria; le lettere rinascevano in Italia, l’Alemagna si preparava alla riforma, e l’Inghilterra fremeva già d’entusiasmo ai primi vagiti della nascente libertà.
Roma, finalmente, si svegliò dal suo letargo al rumore che i popoli facevano per rompere le loro catene; essa vide la potenza sfuggirle di mano. Allora, invece di prostrarsi e dimandare perdono a Dio d’un passato colmo d’iniquità, che fece il capo della Chiesa, il successore di san Pietro?…Creò l’Inquisizione3.
Da quel giorno il clero cattolico, fatto certo di regnare col terrore e colla forza, sdegnò d’ingannare l’umanità, dominata per tanto tempo dalla sua ipocrisia, e ne divenne il flagello. D’allora in poi lottò apertamente contro il progresso dei lumi. Mercé le sue cure, l’Inquisizione avanzò bentosto tutte le speranze di Roma, e diede al potere temporale dei papi una estensione di cui non sapremmo formarci oggidì che una debole idea.
L’Inquisizione, da lunga pezza preparata ai rigori che fino dal terzo secolo dell’era cristiana i papi avevano esercitato contro i popoli, preparata eziandio dal Concilio di Verona nel 1184, l’Inquisizione ebbe cominciamento soltanto col secolo decimoterzo ( 1208 ).
Fu istituita in Francia sotto il pontificato d’Innocenzio III, e regolarizzata da Domenico de Guzman, che impose a questa istituzione la regola di sant’Agostino. Alcuni anni più tardi, l’Inquisizione aveva varcato le Alpi, e regnava su quasi tutta l’Italia. Finalmente nel 1232, Gregorio IX indirizzò all’arcivescovo di Tarragona, in Catalogna, un breve col quale gl’ingiungeva di stabilire l’Inquisizione nella sua diocesi. Alcuni monaci domenicani furono rivestiti della carica d’inquisitori; ben presto tutta la Spagna dovè sobbarcarsi a questo odioso giogo. Tuttavia gli Spagnoli han lottato senza posa per due secoli contro i progressi di questa orribile istituzione, e contro la sua invasione. Ma nel 1484, un priore fanatico, Tommaso di Torrequemada, secondano l’avara ambizione di Ferdinando d’Aragona, introdusse l’Inquisizione in Castiglia e in Aragona, dove non era ancor penetrata, e si fece nominare grande inquisitore generale. Torrequemada appunto diè principio a quella lunga serie d’inaudite persecuzioni le quali non cessarono in Spagna che al giungere dei Francesi nel 1808; allora veramente cadde l’Inquisizione colla potenza morale della Chiesa spagnuola, dopo avere stanca la Spagna per più di tre secoli d’agonía.
In questo lungo e sanguinoso periodo, il secolo decimosesto è quello che offre i quadri più ricchi di opposizioni e di contrasti all’osservazione dello storico.
Questo secolo, che ha veduto i regni di Carlo V e di Filippo II, ha assistito alla fine di quello di Torrequemada, ed a quelli degl’inquisitori generali Deza e Cisneros; questo secolo, infine, è stato testimone delle lotte del vero spirito cristiano contro l’oscurantismo e la simonia di Roma.
Da una parte erano Lutero, Zelantone e Zwingli che mostravano al mondo gli abusi della Chiesa Romana, confondevano la scompigliata teologia dei monaci, e regalavano all’Alemagna ed alla Svizzera quel largo codice di uguaglianza e di libertà che comincia a’ piè dell’altare e termina ai gradini del trono. Dall’altra san Giovanni d’Avila, Luigi di Granata, san Giovanni di Dio, monaci arditi nelle loro dottrine, ma animati dal vero spirito degli apostoli, che lottavano colla dolcezza e la carità contro l’intolleranza e i vizi di Roma, ed erano colpiti dall’Inquisizione ad onta del loro candore evangelico, e della loro pia moderazione.
Eravi finalmente quel gran re, Carlo V, che proteggeva l’Inquisizione, da lui aborrita, onde farsene un appoggio, perciocché da accorto politico comprendeva che la riforma la quale abbatteva la potenza dei papi, non si sarebbe arrestata che dopo avere abbattuta la potenza dei déspoti.
Leggendo la storia dell’Inquisizione, e specialmente quella del secolo decimosesto, si giunge a persuadersi di questa sentenza: che la grand’arte di Roma e di saper sempre collegare la causa dei re alla propria, e quando essa non può regnare con la forza, regnare coll’astuzia e col proselitismo.
Non ne rimane che aggiungere una parola: Roma non ha cambiato spirito; essa ha sempre numerosi agenti che per impercettibili ramificazioni distende come un’ampia rete sul mondo; essa non ha più gl’inquisitori, ha i Gesuiti.
Il secolo cammina, si dice; ma si guardi bene, che la pendenza retrograda diverrà lubrica e facile se accordasi al clero ciò che domanda, il monopolio dell’insegnamento.
Lasciamo una o due generazioni crescere ed informarsi fra le mani dei discepoli di Loyola, e si vedrà quello che diverranno i lumi, la felicità e la libertà del mondo. I mali del passato debbono essere di scuola per l’avvenire. Leggasi il passato dell’inquisizione, presentato sotto colori sì veri e drammatici da V. de Féréal, nei Misteri dell’Inquisizione di Spagna, e si vedrà come divenga insensibilmente terribile e formidabile una potenza occulta che non lavora a pro dell’umanità, ma avendo in mira solo una cosa.
Quest’opera, rigorosamente storica, malgrado la sua forma drammatica, sarà forse l’obbietto di molti attacchi, e darà luogo a più d’una calunnia contro il lavoro, contro l’autore e contro noi, che l’abbiamo commentata. E’ questa l’opinione d’un uomo che, calunniato ingiustamente egli stesso, conosce a fondo i nemici della causa che l’autore difende: noi vogliamo parlare di E. Quinet.
Ecco ciò che risponde l’illustre scrittore alla domanda che gli abbiamo diretta di appoggiare l’autore col suo nome, ricusandoci l’onore che gli chiedavamo.
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-Voi che siete dabben’uomo e straniero, pensate sempre che il pubblico saprà il vero; ma no: sarà ingannato.Io non dubito del talento elevato dell’autore dei Misteri dell’Inquisizione; ma basta che l’immaginazione entri per qualche cosa in quel libro, basta, in una parola, che sia un romanzo, per esser certi che se il mio nome vi comparisse, il libro sarebbe immediatamente calunniato. Vi avrei servito molto male, e avrei agito contro la mia causa; ogni personaggio, il più innocente ancora, sarà travisato, dispregiato, rivoltato, avvelenato, il pubblico non andrà a ricercare la verità; vedrà soltanto elevarsi contro di me una massa di menzogne, alle quali sarà impossibile il rispondere; poiché, lo ripeto, ad avversari sleali come i miei non posso chiudere la bocca che colla Storia semplice, senza ornamento né invenzione d’arte.
Quando m’avete domandato per la prima volta che il mio nome andasse innanzi alla vostra opera, trattatavasi d’un lavoro puramente storico; poscia il vostro pensiero si è sviluppato, e siete pervenuto ad una forma più completa e più popolare. Ma se fino da principio mi aveste richiesto: -Volete fiancheggiare del vostro nome un bel romanzo storico sull’Inquisizione?- Vi avrei risposto con mio grande rincrescimento: -Voi mi chiedete una cosa impossibile, che non farei né per un mio fratello né pel mio figlio!…--
E più in basso continua:
-Se si vedesse l’odiato mio nome a capo d’un libro, si renderebbero i miei princìpi e la mia causa responsabili di tutte le calunnie che si andassero accumulando. I vostri personaggi diverrebbero tanti mostri, e si direbbe che io gli ho coperti colla mia veste di professore dell’Università. Sareste attaccato da tutti i miei nemici….-
E più in basso ancora, l’autore dell’Ultramontanismo, dolendosi di non poterne appoggiare come noi lo brameremmo, ci fa l’onore di aggiungere:
-Quando l’amicizia e la stima che m’ispirate non me lo comandassero, (di soddisfare il vostro desiderio ove mi fosse possibile), io vi sarei condotto dal talento sì vero e sì variato dell’autore, del quale io non ho letta pagina che non siami sembrata considerevole. In questo e nella reale vostra cooperazione sta il successo…-
-Firmato E. Quinet-
Noi dobbiamo dunque tutto aspettarci dai nemici della verità. Per risponder loro anticipatamente, dichiariamo qui che l’autore dei Misteri dell’inquisizione e noi, non abbiamo avuto altro scopo che premunire il nostro paese contro gli abusi cui può trascinare lo spirito dominatore del clero: i quali, se non pervenissero ad immergere la Francia nelle sventure di ogni specie che hanno per tanto tempo oppresso gli Spagnuoli, potrebbero almeno introdurvi quelle segrete dissensioni, quelle lotte intestine, frutto di una limitata e mal diretta educazione, che fanno da ruggine ai vincoli sociali; che esacerbando poco a poco gli spiriti, li allontanano gli uni dagli altri, e preparano quei terribili combattimenti dell’intelligenza e della materia, a cui si frangono la forza e la prosperità delle nazioni.
Manuel de Quendias