Capitolo II-2

2032 Parole
«Sono - forse con un pochino di disprezzo - la vostra umilissima serva Gina Pietranera.» Letto quel biglietto, Limercati partì subito per una delle sue ville in campagna. Il suo amore si era esaltato, parlava come un pazzo di tirarsi un colpo in testa - un proposito piuttosto insolito, in un paese in cui si crede all'inferno. Il giorno dopo il suo arrivo in campagna scrisse alla contessa offrendole il matrimonio e le sue duecentomila lire di rendita. Lei, senza neanche aprirla, gli fece riportare la lettera da un lacchè del conte N. Limercati passò tre anni in campagna. Tornava a Milano ogni due mesi senza aver mai il coraggio di restarci, annoiando gli amici con il suo amore appassionato per la contessa e con la storia particolareggiata delle bontà che lei una volta gli aveva usato. I primi tempi diceva anche che lei si buttava via, con il conte N., che una relazione come quella era un disonore. In realtà la contessa non era affatto innamorata di N. E glielo disse, chiaro e tondo, quando fu ben sicura di aver portato Limercati alla disperazione. Il conte, che era uomo di mondo, la pregò di non divulgare la triste verità che gli aveva confidato. «Se avrete la bontà,» aggiunse, «di continuare a ricevermi con tutti i riguardi esteriori dovuti all'amante in carica, io riuscirò a sistemare le cose in modo opportuno.» Dopo questa eroica dichiarazione, la contessa non ne volle più sapere dei cavalli e del palco di N. Ma da quindici anni era abituata a una vita elegantissima, e ora avrebbe dovuto risolvere un problema molto complicato, o, per meglio dire, impossibile: come vivere a Milano con una pensione di millecinquecento lire. Lasciò il palazzo dove abitava, prese in affitto due stanze al quinto piano, licenziò tutti i domestici e persino la sua cameriera personale, sostituendola con una vecchietta a mezzo servizio. In realtà non era poi un sacrificio eroico e doloroso come potrebbe sembrarci: a Milano la povertà non è una cosa ridicola, e per questo non è considerata il peggiore dei mali possibili. Per qualche mese, la contessa visse dignitosamente la sua povertà, assediata dalle continue lettere di Limercati e di N., che voleva sposarla anche lui. Poi il marchese del Dongo, nonostante la sua sordida avarizia, incominciò a pensare che i suoi nemici avrebbero potuto goderne, della miseria di sua sorella. Come! Una del Dongo ridotta a vivere con la pensione che la corte di Vienna - del cui comportamento lui non era per niente soddisfatto - accorda alle vedove dei suoi generali! E scrisse alla sorella offrendole una sistemazione degna di lei al castello di Griante. La contessa, con il suo carattere mutevole, si entusiasmò all'idea di cambiar vita. Erano vent'anni che non era più stata in quel vecchio castello maestoso, in mezzo al bosco di castagni piantati al tempo degli Sforza. «Là,» pensava, «potrò riposarmi, e, alla mia età, riposare non vuol forse dire esser felici?» Aveva trentun anni e credeva che fosse arrivato il momento di tirarsi in disparte. «Ci sono nata, su quel bel lago. Ci starò bene, serenamente.» Forse si sbagliava, non lo so. Ma è certo che quella donna appassionata, che aveva appena rifiutato senza neanche pensarci due patrimoni smisurati, portò la gioia nel castello di Griante. Le sue due nipoti sembravano impazzite dalla gioia. «Mi hai fatta tornare ai bei giorni della giovinezza,» le diceva la marchesa, e l'abbracciava. «Prima che tu arrivassi, mi sembrava di avere cento anni.» Poi, insieme a Fabrizio, Gina tornò a visitare i dintorni incantevoli di Griante, descritti con tanto entusiasmo da tutti i viaggiatori: la villa Melzi, dall'altra parte del lago, proprio di fronte al castello, in piena vista, e, sopra, il bosco degli Sfondrata, e il brusco promontorio che separa i due rami del lago - quello di Como, sontuosamente affascinante, e quello di Lecco, più austero. Sono luoghi di una bellezza nobile, elegante, paragonabili, e non inferiori, al paesaggio più famoso del mondo, quello del golfo di Napoli. Gina era felice: ritrovava i ricordi di quando era bambina, li confrontava alle sensazioni che provava ora. «Qui non è come al lago di Ginevra,» pensava, «non ci sono tutti quei campi ben coltivati con i metodi più efficienti, che fanno pensare ai soldi e alle speculazioni. Su queste colline ineguali gli alberi nascono come vogliono, la mano dell'uomo non li ha ancora guastati, costretti a rendere. Tra queste colline stupende, movimentate, giù, a precipizio, verso il lago, sembrano veri i paesaggi della poesia, come nei versi del Tasso, dell'Ariosto. C'è nobiltà, e tenerezza, e tutto parla d'amore, non c'è niente che ricordi le brutture della civiltà. I paesi, a mezza costa, si nascondono nel folto degli alberi, e sopra si vedono spuntare i loro bei campanili; i campi sono piccoli, tra i boschi di castagni e di ciliegi selvatici, e si prova piacere a guardarli, come se le piante che crescono qui fossero più forti e vive delle altre. Dev'essere bello stare in quegli eremitaggi, in cima alle colline... E, più lontano, stupefacenti, ecco le Alpi, coperte di neve, così severe, e brusche, a ricordare i dolori della vita quel tanto che basta a rendere più intenso il piacere di vivere... E poi, da qualche paese nascosto dietro gli alberi, si sente sonare una campana, e la fantasia ne è provocata, e il suono cade sull'acqua, e diventa più dolce, malinconico, rassegnato, e sembra che dica: «La vita corre via, e allora non essere diffidente davanti alla felicità che ti si offre, non perdere tempo, sii felice.» Quei luoghi meravigliosi, unici al mondo, parlavano al suo spirito, le restituivano il suo cuore di sedici anni. Non capiva come avesse potuto star lontana dal lago per tanto tempo. «Forse,» pensava, «è sulla soglia della vecchiaia che la felicità si è nascosta!» Comprò una barca, e lei, Fabrizio e la marchesa la abbellirono con le loro mani, perché non avevano soldi. Eppure il tenore di vita, al castello, era eccezionale. Da quando era stato messo da parte, il marchese del Dongo aveva preso a ostentare più che mai il suo fasto aristocratico. Così, per guadagnare una decina di passi di costa, sul lago, vicino al famoso viale dei platani di fianco a Cadenabbia, aveva fatto incominciare i lavori per una gettata il cui preventivo arrivava a ottantamila lire. All'estremità della gettata stavano costruendo una cappella, progettata dal Cagnola, fatta di enormi blocchi di granito, e nella cappella lo scultore alla moda di Milano, Marchesi, stava innalzando il sepolcro del marchese - sopra il quale un buon numero di bassorilievi avrebbero celebrato le grandi imprese dei suoi antenati. Il fratello maggiore di Fabrizio, il marchesino Ascanio, volle a tutti i costi andare anche lui a passeggio con le signore, ma la zia si divertiva a spruzzargli d'acqua i suoi capelli incipriati e trovava sempre il modo di prendere in giro la sua aria austera. E finalmente lui liberò la compagnia dal suo pallido faccione. Non osavano neanche ridere, in sua presenza. Pensavano che facesse la spia al padre e bisognava stare attenti, con quel despota, inferocito dopo le dimissioni forzate. Ma Ascanio giurò di vendicarsi di Fabrizio. Un giorno furono presi da una tempesta sul lago, e corsero un brutto rischio. Al ritorno, benché avessero pochissimi soldi, pagarono i due barcaioli perché non dicessero niente al marchese, che era già molto irritato perché in quelle passeggiate si portavano dietro le sue due figlie. Poi incapparono in un'altra tempesta - e su quel lago le tempeste sono molto violente, e improvvise, con raffiche di vento che si scatenano di colpo da direzioni opposte, dalle due gole tra le montagne, e si scontrano sull'acqua. Gina volle a tutti i costi sbarcare, tra i tuoni, in piena tempesta, su un piccolissimo scoglio in mezzo al lago; sosteneva che doveva essere uno spettacolo straordinario guardare le onde infuriate ad assediarla tutt'intorno. Ma nel saltare dalla barca cadde in acqua. Fabrizio si tuffò per salvarla, e tutti e due furono trascinati piuttosto lontano dalla corrente. Certo, annegare non è molto piacevole, ma il fatto è che, miracolosamente, al castello non ci si annoiava più. Gina si era entusiasmata per la semplicità di carattere, e per l'astrologia, di don Blanès. I pochi soldi che le erano rimasti dopo l'acquisto della barca li aveva spesi per comprare un piccolo telescopio d'occasione, e insieme alle nipoti e a Fabrizio andava quasi tutte le sere sulla terrazza di una delle torri del castello. Fabrizio era l'esperto della compagnia, e passavano delle belle ore, senza spioni tra i piedi. C'erano giorni, è vero, in cui Gina non parlava con nessuno. Passeggiava da sola, cupa, pensierosa, nel bosco di castagni. Era troppo intelligente per non rendersi conto, ogni tanto, di quanto sia pesante non avere nessuno con cui scambiare un'idea. Ma il giorno dopo era già tutta sorridente, come prima. A volte erano le malinconie della cognata a turbare il suo naturale attivismo. «Se penso che quel poco che ci resta di giovinezza dovremo passarlo in questo posto così triste....» diceva la marchesa. Prima che arrivasse Gina, non aveva neanche il coraggio di rimpiangere qualcosa. Passarono così tutto l'inverno dal 1814 al 1815. Malgrado la sua povertà, la contessa andò due volte a Milano, per qualche giorno. Diceva che bisognava andare a vedere un bellissimo balletto di Viganò, alla Scala - e il marchese dava il permesso di partire anche alla moglie. Andavano a riscuotere la rata della piccola pensione ed era la povera vedova del generale cisalpino a prestare qualche lira alla ricchissima marchesa del Dongo. Erano giornate incantevoli, invitavano a cena i vecchi amici e si consolavano ridendo di tutto, come bambine. E quella gaiezza italiana, piena di brio e di imprevisto, gli faceva dimenticare le malinconiche ombre di cui le avvolgevano, a Griante, le occhiate del marchese e di Ascanio. Fabrizio, che aveva appena compiuto sedici anni, era bravissimo, nella parte di capofamiglia. Il 7 marzo 1815 Gina e la cognata, tornate da poco da una deliziosa scappata a Milano, stavano passeggiando lungo il viale dei platani, che ora arrivava fino alla riva del lago. Videro venire una barca dalla parte di Como. Qualcuno, a bordo, faceva grandi segni. Poi un agente del marchese saltò sul molo: Napoleone era sbarcato nel golfo di Juan. L'Europa aveva avuto l'ingenuità di restarne sorpresa, ma il marchese del Dongo no. Lui scrisse al suo sovrano una lettera molto commossa, mettendo a sua disposizione la propria abilità e parecchi milioni, e ripetendogli che i suoi ministri erano tutti giacobini d'accordo con i sovversivi di Parigi. L'8 marzo, alle sei della mattina, con addosso tutte le sue decorazioni, stava facendosi dettare da Ascanio la minuta di una lettera a Vienna - era già la terza - e si dava da fare con grande austerità e applicazione a scriverla in bella calligrafia su un foglio di carta con il ritratto di Sua Maestà in filigrana. Nello stesso momento Fabrizio entrò nella stanza della contessa Pietranera. «Parto,» le disse, «vado dall'Imperatore, che è anche re d'Italia. Aveva tanta amicizia per tuo marito! Passerò per la Svizzera. Vasi, quel mio amico, quello che vende barometri, mi ha dato il suo passaporto, stanotte, a Menaggio. E adesso dammi un po' di soldi, perché ho solo due napoleoni. Ma se occorre andrò a piedi.» La contessa si mise a piangere. Era spaventata, e felice. «Dio mio! Doveva proprio venirti un'idea simile!» gridò, e prese le mani di Fabrizio nelle sue. Poi si alzò e andò a prendere nell'armadio della biancheria una piccola borsa ornata di perle. ben nascosta. Era tutto quello che aveva. «Prendi,» disse a Fabrizio. «Ma per amor di Dio non farti uccidere! Che cosa ci resterebbe, a me e alla tua povera mamma? Quanto a Napoleone, sarà ben difficile che riesca. Quei signori troveranno il modo di rovinarlo. Hai sentito parlare anche tu, a Milano, otto giorni fa, di quei ventitré complotti per assassinarlo. Erano tutti studiati alla perfezione, e lui è scampato per miracolo - e sì che allora aveva in mano tutto il potere... Non è certo la volontà di rovinarlo, che manca ai suoi nemici. E la Francia, quando le è mancato, non era più niente.» Mentre parlava di Napoleone, di quello che gli sarebbe capitato, era tutta commossa. «Adesso che ti do il permesso di andare da lui, sto sacrificandogli ciò che ho di più caro al mondo,» diceva. Gli occhi di Fabrizio si riempirono di lacrime. La abbracciò, si mise a piangere. Ma era sempre deciso a partire, e con grande entusiasmo spiegò alla sua cara amica tutte le ragioni che lo avevano portato a quella decisione - ragioni che ci prendiamo la libertà di trovare piuttosto divertenti.
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