Capitolo II-3

2546 Parole
«Ti ricordi ieri sera - erano esattamente le sei meno sette - quando stavamo passeggiando in riva al lago sul viale dei platani, sotto la Villa Sommariva, e camminavamo verso sud? È là che ho notato per la prima volta quella barca che veniva da Como, a portarci la grande notizia. La stavo guardando, e non pensavo assolutamente all'Imperatore, stavo solo pensando a come sono felici quelli che possono viaggiare: e di colpo mi sono sentito tutto emozionato. La barca è arrivata, quell'uomo si è messo a parlare sottovoce a mio padre, e poi lui è diventato pallido e ci ha preso da parte per darci la terribile notizia. Mi sono voltato verso il lago solo perché non volevo far vedere che piangevo dalla gioia. E in quel momento ho visto, molto in alto, alla mia destra, un'aquila, l'uccello di Napoleone, e volava verso la Svizzera, e dunque verso Parigi. Ho pensato subito: anch'io attraverserò la Svizzera, rapido come quell'aquila, e andrò a offrire a quel grande uomo il mio debole braccio; anche se non è molto, è tutto quello che ho. È lui che ci ha offerto una patria, e voleva bene a mio zio. E poi, è strano, vedevo ancora l'aquila e non piangevo più, e sono sicuro che ci doveva essere qualcosa di soprannaturale, perché in quello stesso momento, senza neanche pensarci, mi sono deciso, e ho capito come avrei dovuto fare per il viaggio. In un batter di ciglia tutte le malinconie che avvelenavano, lo sai, la mia vita, specialmente la domenica, furono spazzate via come da un soffio divino. E ho visto la nobile figura dell'Italia rialzarsi dal fango in cui i tedeschi la tengono immersa, e tendeva le braccia martoriate, ancora cariche di catene, verso il suo re, verso il liberatore. E io, mi sono detto, figlio ancora non conosciuto di questa madre sventurata, io partirò, andrò a morire o a vincere con quest'uomo predestinato, che ha voluto lavarci dall'onta per cui ci disprezzano persino i più schiavi e i più vili tra i popoli d'Europa. Ti ricordi,» aggiunse poi, a bassa voce, avvicinandosi a Gina e guardandola con gli occhi che gli brillavano, «ti ricordi quel castagno che la mamma ha piantato l'inverno che sono nato io, nel bosco, vicino alla fontana? Prima di fare altri passi, ho voluto andare a vederlo. Pensavo: la primavera è appena incominciata, e se il mio albero ha già le foglie sarà un segno, e anch'io dovrò riscuotermi dal torpore di questo castello freddo e malinconico. Non pare anche a te che queste vecchie mura - adesso sono simboli, ma una volta erano strumenti del dispotismo - siano proprio un'immagine dell'inverno? Sì, per me sono proprio quello che l'inverno è per il mio albero. Bene: lo credi, Gina? Ieri sera - erano le sette e mezzo - sono arrivato davanti al mio castagno, e c'erano delle foglie, certe stupende foglioline già abbastanza grandi! Le ho baciate, senza fargli male, e ho smosso un po' la terra, con rispetto, intorno alle radici del mio caro albero. Ero pieno di entusiasmo, mi sono buttato subito per la montagna e sono arrivato a Menaggio. Quello che mi occorreva era un passaporto per entrare in Svizzera. Il tempo era volato, quando mi son visto davanti la porta della casa di Vasi era già l'una di notte. Credevo di dover star lì un bel po' a bussare, per svegliarlo, e invece lui era ancora alzato, insieme a tre amici. Appena ho aperto bocca mi ha gridato: "Tu vai da Napoleone!" e mi è saltato al collo. Anche gli altri mi hanno abbracciato, erano entusiasti. Mi ricordo che uno diceva: "Ah, se non fossi sposato!"» La signora Pietranera si era fatta pensierosa, e si sentì in dovere di fare qualche obiezione. Se Fabrizio avesse avuto un po' di esperienza, si sarebbe accorto che neanche la zia credeva alle buone ragioni che gli stava esponendo. Ma in mancanza di esperienza aveva una gran decisione, e non volle neanche ascoltarla. E dopo un attimo Gina si era ridotta a esigere che almeno parlasse del suo progetto alla madre. «Ma lo dirà alle mie sorelle! Quelle donne mi tradiranno senza neanche accorgersene!» gridò Fabrizio in tono di eroico disdegno. «Andiamo, parla con più rispetto delle donne,» disse Gina, sorridendo tra le lacrime, «perché saranno loro a fare la tua fortuna. Agli uomini non sarai mai simpatico, hai troppo entusiasmo per piacere a chi ha un'anima prosaica.» Quando seppe dello strano progetto di Fabrizio, la marchesa scoppiò a piangere. Lei non sentiva l'eroismo che c'era in quella decisione, e fece tutto quello che poté per fargli cambiare idea. Ma quando si convinse che il solo modo per impedirgli di partire sarebbe stato di chiuderlo in una prigione, gli diede i pochi soldi che aveva. Poi le vennero in mente certi piccoli diamanti, una decina, che suo marito le aveva dato perché li portasse a Milano, a far montare. Li prese, e incominciò a cucirli dentro la fodera della giacca del nostro eroe. Fabrizio cercava di restituire a quelle povere donne i loro miseri napoleoni. In quel momento entrarono le sue sorelle. Quando seppero del suo progetto, si lasciarono prendere dall'entusiasmo. Lo baciavano, gridavano di gioia, e finirono per fare tanto rumore che Fabrizio si mise in tasca gli ultimi diamanti e volle partire subito. «Mi fareste scoprire senza volerlo,» disse alle sorelle. «E con tutti i soldi che ho, è inutile che porti della roba. Se ne trova dappertutto.» Poi abbracciò quelle persone che gli erano tanto care e partì immediatamente, senza neanche passare dalla sua camera. Con la paura che aveva di essere inseguito da qualcuno a cavallo, camminò così in fretta che arrivò a Lugano la sera stessa. Adesso, grazie al cielo, era in una città svizzera, e non doveva più temere di essere arrestato su una strada solitaria da gendarmi al soldo di suo padre. E da Lugano scrisse a suo padre una bella lettera - una debolezza da ragazzo, che servì solo a dar consistenza alla sua collera. Poi, su un cavallo di posta, passò il San Gottardo. Viaggiò in fretta, entrò in Francia da Pontarlier. L'Imperatore era a Parigi. E a Parigi incominciarono i guai. Fabrizio era partito deciso a parlare all'Imperatore, non gli era mai passato per la testa che potesse essere una cosa complicata. A Milano vedeva il principe Eugenio dieci volte al giorno, e avrebbe potuto parlargli quando lo avesse voluto. Ma a Parigi, benché andasse tutte le mattine nel cortile delle Tuileries quando Napoleone passava in rivista le truppe, non riuscì mai ad avvicinarlo. Il nostro eroe credeva che tutti i francesi fossero ansiosi quanto lui, di fronte al gravissimo pericolo che correva la nazione. In albergo, con i vicini di tavola, non fece mistero dei suoi progetti e della sua devozione all'Imperatore. E trovò certi simpaticissimi giovanotti, ancora più entusiasti di lui, che si affrettarono a derubarlo in pochi giorni di tutti i soldi che aveva. Per fortuna non aveva parlato dei diamanti - e se non lo aveva fatto era stato per pura modestia. Una mattina, dopo una festa, si rese conto che lo avevano completamente ripulito. Comprò due cavalli, si prese come domestico un ex soldato, stalliere del mercante che glieli aveva venduti, e, pieno di disprezzo per quei giovanotti parigini tanto abili nel parlare, partì per raggiungere l'esercito. Tutto quello che sapeva era che l'esercito stava radunandosi dalle parti di Maubeuge. Appena arrivato al confine, decise che sarebbe stato ridicolo chiudersi in una casa, al caldo, davanti a un bel caminetto, mentre i soldati bivaccavano all'aperto. E senza ascoltare i consigli del domestico, un tipo di buon senso, incominciò ad aggirarsi molto imprudentemente tra i bivacchi più avanzati, sulla strada per il Belgio. Al primo battaglione che incontrò lungo la strada, i soldati si misero a guardare quel giovane borghese senza niente addosso che assomigliasse a una divisa. A notte incominciò a tirare un vento freddo. Fabrizio si avvicinò al fuoco di un bivacco e offrì dei soldi perché lo ospitassero. I soldati si guardarono in faccia, quello che non capivano era soprattutto la sua idea di pagarli. Comunque furono gentili, e lo lasciarono avvicinare al fuoco, e il domestico gli preparò un posto per passare la notte. Ma un'ora dopo passò lì vicino l'aiutante del reggimento, e i soldati gli raccontarono di quello straniero che parlava male il francese. L'aiutante volle interrogarlo, e Fabrizio gli parlò del suo entusiasmo per l'Imperatore in un tono estremamente sospetto, al che l'aiutante lo pregò di seguirlo dal colonnello, alloggiato in una fattoria vicina. Il domestico si avvicinò tirandosi dietro i due cavalli. Nel vedere i cavalli l'aiutante sembrò molto colpito, cambiò idea, incominciò a interrogare anche il domestico. Quello, che da buon ex soldato aveva capito perfettamente il piano di battaglia del suo interlocutore, accennò al fatto che il suo padrone era protetto da gente molto importante e aggiunse che nessuno si sarebbe certo permesso di soffiargli i suoi due bei cavalli. L'aiutante chiamò due soldati: uno prese il domestico per la collottola, l'altro si incaricò dei cavalli. Poi l'aiutante ordinò bruscamente a Fabrizio di seguirlo senza aprir bocca. Camminarono a lungo. Con tutti quei fuochi, intorno, a perdita d'occhio, sembrava che fosse ancora più buio. Finalmente l'aiutante affidò Fabrizio a un ufficiale della gendarmeria, che gli chiese i documenti con aria molto severa. Fabrizio tirò fuori il passaporto, sul quale era scritto che lui era un venditore di barometri con la sua merce al seguito. «Che razza di idioti!» gridò l'ufficiale. «Questa è davvero un po' troppo grossa!» Fece qualche domanda a Fabrizio, che parlò con il più grande entusiasmo dell'Imperatore e della libertà. L'ufficiale della gendarmeria scoppiò a ridere. «Accidenti! non sei davvero un furbacchione!» disse. «È il colmo! Hanno un bel coraggio a spedirci qui dei novellini di questo genere!» Fabrizio si buttò a cercar di spiegare affannosamente che in realtà lui non era un venditore di barometri, ma non c'era niente da fare. Verso le tre di notte, infuriato, stanco morto, il nostro eroe si trovò chiuso nella prigione di B., un paesetto dei dintorni. Passando dallo sbalordimento alla collera, senza riuscire assolutamente a capire quello che gli stava capitando, Fabrizio trascorse in quella squallida prigione trentatré lunghi giorni. Scriveva lettere su lettere al comandante della piazza, e le affidava alla moglie del guardiano, una bella fiamminga di trentasei anni. Ma la donna non aveva nessuna voglia di veder finire al muro un ragazzo così carino e che oltre a tutto la pagava bene - e si affrettava a buttar coscienziosamente sul fuoco tutte quelle lettere. La sera, sul tardi, si degnava di andare a ascoltare le lamentele del prigioniero. Il marito, informato del fatto che il novellino aveva dei soldi, le aveva saggiamente dato carta bianca, e la donna seppe approfittare della concessione, e riuscì a farsi dare da Fabrizio qualche napoleone d'oro - perché l'aiutante si era preso solo i cavalli, e l'ufficiale della gendarmeria non aveva confiscato niente. Un pomeriggio - era giugno, ormai - Fabrizio sentì dei colpi di cannone, in lontananza. Si combatteva, finalmente! Era fuori di sé dall'impazienza. Sentì anche un gran rumore per le strade - erano tre divisioni che attraversavano il paese. La sera, verso le undici, la moglie del guardiano venne a condividere le sue pene. Fabrizio fu ancora più gentile del solito. poi, stringendole le mani: «Fammi uscire! Ti giuro sul mio onore che quando la battaglia sarà finita tornerò in prigione.» «Storie! Hai un po' di con quibus?» Fabrizio non capiva, sembrava piuttosto impensierito. E la donna, vedendo la faccia che aveva fatto, pensò che volesse dire che era al verde, e così, invece di parlare di napoleoni d'oro come aveva deciso, si limitò a parare di franchi. «Senti,» gli disse, «se puoi sborsare un centinaio di franchi chiuderò con un bel napoleone doppio tutti e due gli occhi del caporale che monta di guardia la notte. Così non ti vedrà, quando scapperai. Se il suo reggimento va via in giornata, quello ci sta.» L'affare fu concluso. E la donna acconsentì anche a nascondere Fabrizio nella sua stanza, perché così il mattino dopo gli sarebbe stato più facile evadere. Prima dell'alba gli disse, tutta intenerita: «Bambino mio, sei ancora troppo giovane per questo brutto mestiere. Lascia perdere, dammi retta.» «Ma che cosa dici!» ripeteva Fabrizio. «È forse un crimine voler difendere la patria?» «Piantala. Ricordatelo sempre, ti ho salvato la vita, io. Non c'eran santi, ti avrebbero fucilato. Ma non dirlo a nessuno, perché ci faresti perdere il posto a me e a mio marito. E poi non tirarla più fuori, quella storia del signore di Milano travestito da venditore di barometri, è troppo cretina. E adesso sta' a sentire. Ti darò la divisa di un ussaro che è morto in prigione, l'altroieri. Parla meno che puoi, ma se proprio capiti con un sergente o con un ufficiale che ti obbligano a rispondergli, di' che sei stato malato, in casa di un contadino che ti ha trovato in un fosso, con la febbre, e ti ha portato a casa sua, per compassione. Se non si contentano di questa risposta, di' che stai per tornare al tuo reggimento. Con quell'accento che hai può anche darsi che ti arrestino: e allora di' che sei nato in Piemonte, che sei un coscritto che è rimasto in Francia l'anno scorso e altre cose del genere.» Per la prima volta dopo trentatré giorni di rabbia, Fabrizio si rese conto di come stavano le cose. Lo avevano preso per una spia. Ne parlò alla donna, che era molto affettuosa con lui, quella mattina. E alla fine, mentre lei stringeva un po' l'uniforme dell'ussaro, le raccontò la sua storia senza nasconderle niente. La donna era tutta stupita, ma per un momento gli credette. Aveva un'aria talmente ingenua, e stava così bene, vestito da ussaro! «Se avevi tanta voglia di combattere,» gli disse infine, quasi convinta, «dovevi arruolarti in un reggimento appena sei arrivato a Parigi. Bastava pagar da bere a un sergente e era fatta!» Poi gli diede un'infinità di buoni consigli e finalmente, alla prima luce, lo accompagnò alla porta, dopo avergli fatto giurare mille volte che non avrebbe mai pronunciato il suo nome, a nessun costo. Appena uscito dal paese, impettito, con la sua brava sciabola da ussaro sotto il braccio, Fabrizio fu preso da qualche scrupolo. «Eccomi qua,» pensò, «con la divisa e i documenti di un ussaro morto in prigione - e a quanto pare ci è finito per aver rubato una mucca e qualche posata d'argento! Si può dire che ho preso il suo posto... e senza che io l'abbia voluto o previsto in nessun modo! Occhio alla prigione! È un presagio, è evidente - vuol dire che avrò delle brutte sorprese, con la prigione!» Meno di un'ora dopo che aveva lasciato la sua benefattrice, incominciò a piovere. Pioveva tanto che Fabrizio, con quegli stivalacci fuori misura, riusciva appena a camminare. Poi incontrò un contadino, in groppa a un cavallo malandato, e glielo comprò, spiegandosi a gesti, senza parlare, come gli aveva detto la moglie del guardiano. Quel giorno l'esercito, dopo aver vinto la battaglia di Ligny, stava marciando dritto su Bruxelles. Era la vigilia di Waterloo. A mezzogiorno - pioveva ancora a dirotto - Fabrizio sentì qualche colpo di cannone. Era felice, non pensava più alla rabbia e alla disperazione che aveva provato a essere imprigionato così ingiustamente. Camminò fino a notte fonda. Incominciava a avere un po' di buon senso, adesso, e andò a chiedere alloggio in una casa di contadini molto lontana dalla strada. Il contadino piangeva, diceva che gli avevano portato via tutto. Fabrizio gli diede uno scudo, e quello fece saltar fuori un po' di avena. «Non è gran che, come cavallo,» pensò Fabrizio, «ma ci potrebbe sempre essere qualche aiutante capace di farselo piacere,» e andò a dormire nella stalla. Il giorno dopo, un'ora prima dell'alba, Fabrizio era già sulla strada. A furia di carezze era riuscito a mettere il cavallo al trotto. Verso le cinque sentì sparare i cannoni. Era l'inizio di Waterloo.
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