Capitolo IV-3

1776 Parole
«Porca miseria, uno di questi cavalli è mio!» gridò. «Ma sono disposto a darti cinque franchi per il disturbo che ti sei preso a riportarmelo.» «Mi stai prendendo in giro?» disse il soldato. Fabrizio lo prese di mira da sei passi di distanza: «Molla quella bestia o t'ammazzo!» Il soldato aveva il fucile a tracolla. Fece un movimento con la spalla, come per imbracciarlo. «Se ti muovi sei morto!» gridò Fabrizio, e gli andò contro. Il soldato guardò malinconicamente verso la strada. Era vuota. «E va bene. Datemi i cinque franchi e prendetevi un cavallo.» Tenendo il fucile con la sinistra, Fabrizio gli buttò tre monete da cinque franchi, poi disse: «Smonta o ti sparo. Metti la briglia al nero e va' indietro con gli altri... Se ti muovi ti accoppo.» Il soldato obbedì a malincuore. Fabrizio si avvicinò al cavallo, infilò il braccio sinistro nella briglia continuando a tener d'occhio il soldato, che si allontanava lentamente. Quando il soldato fu a una cinquantina di passi, Fabrizio saltò in sella. Stava ancora cercando con il piede la staffa destra che sentì fischiare una pallottola, molto vicino. Era stato il soldato, a sparare. Fabrizio gli si buttò contro, al galoppo, furiosamente. Lo vide correre a perdifiato, e poi montare su un cavallo e lanciarsi al galoppo. «Bene,» pensò Fabrizio, «è fuori tiro.» Il cavallo che aveva appena comprato era splendido, ma sembrava morto di fame. Fabrizio tornò sulla strada maestra, sempre deserta, la attraversò, poi mise il cavallo al trotto dirigendosi verso un piccolo dosso, a sinistra, dove sperava di trovare la vivandiera. Ma quando fu in cima al pendio vide soltanto qualche soldato isolato, in lontananza. «È destino che non la riveda mai più,» pensò, sospirando, «quella donna così buona, così coraggiosa!» Poi si diresse verso un cascinale che si vedeva, lontano, sulla destra della strada. Non smontò neanche, pagò in anticipo e fece dare dell'avena al suo povero cavallo. Aveva tanta fame che mordeva la mangiatoia. Un'ora dopo, Fabrizio teneva il cavallo al trotto sulla strada maestra. Aveva ancora una vaga speranza di ritrovare la vivandiera, o almeno il caporale Aubry. Continuava a guardarsi in giro. Poi si trovò davanti a un fiume. Le rive erano fangose, e c'era un ponte di legno, molto stretto. Prima del ponte, sulla destra della strada, c'era una casa isolata, con una insegna: Al cavallo bianco. «Mi fermerò a mangiare,» pensò Fabrizio. All'imboccatura del ponte c'era un ufficiale di cavalleria con un braccio al collo. Era a cavallo, aveva una faccia disperata. A dieci passi da lui, tre cavalleggeri, a piedi, stavano dandosi da fare con le loro pipe. «Questi qua,» pensò Fabrizio, «hanno proprio l'aria di voler comprare il mio cavallo per molto meno di quanto l'ho pagato io.» L'ufficiale ferito e i tre soldati lo guardavano venire avanti. Sembrava che stessero aspettandolo. «Certo, dovrei evitare di passare sul ponte, dovrei prendere a destra, sulla riva. La vivandiera mi direbbe di fare così, per cavarmi d'impiccio... Già,» pensò il nostro eroe, «ma se taglio la corda, domani mi vergognerò come un ladro. E poi il mio cavallo ha buone gambe, mentre il suo deve essere stanco. Se cercano di tirarmi giù di sella, mi butterò al galoppo.» E intanto tratteneva il cavallo, veniva avanti il più lentamente possibile. «Sbrigati, ussaro!» gli gridò l'ufficiale in tono di comando. Fabrizio avanzò ancora di qualche passo, poi si fermò. «Volete portarmi via il cavallo?» gridò. «Ma neanche per idea! Vieni qua!» Fabrizio guardò l'ufficiale. Aveva dei baffi bianchi, e un'aria molto sincera. Il fazzoletto che gli reggeva il braccio sinistro era pieno di sangue, e anche all'altra mano aveva una fasciatura insanguinata. «Sono i soldati, che mi si attaccheranno alle briglie,» pensò Fabrizio. Ma guardandoli meglio si accorse che erano feriti anche loro. «In nome del tuo onore di soldato,» gli disse l'ufficiale, che aveva sulle spalline i gradi di colonnello, «sta' di guardia qui e di' a tutti i dragoni, cacciatori e ussari che passano che il colonnello Le Baron è in quella locanda e gli ordina di presentarsi.» Sembrava che il vecchio colonnello soffrisse molto. Appena aveva aperto bocca si era già conquistato il nostro eroe, che gli rispose con molto buon senso: «Sono troppo giovane, signore, perché mi diano retta. Ci vorrebbe un vostro ordine scritto.» «Ha ragione,» disse il colonnello, fissandolo. «La Rose, tu che hai ancora una destra, scrivi l'ordine.» La Rose non disse niente, tirò fuori di tasca un libretto, scrisse qualcosa, poi strappò il foglio e lo diede a Fabrizio. Il colonnello, dopo aver ripetuto i suoi ordini, disse a Fabrizio che dopo due ore, secondo il regolamento, uno dei soldati feriti gli avrebbe dato il cambio. Poi entrò con gli altri nella locanda. Fabrizio, sul suo ponte, rimase immobile a guardarli. Il dolore cupo e silenzioso di quegli uomini lo aveva molto impressionato. «Sembrano personaggi favolosi,» pensò. Finalmente spiegò il foglio e lesse: «Il colonnello Le Baron, del 6° dragoni, comandante la seconda brigata della prima divisione di cavalleria del 14° corpo d'armata, ordina a tutti i cavalleggeri, dragoni, cacciatori e ussari, di non passare il ponte, e di presentarsi alla locanda del Cavallo bianco, vicino al ponte, dove ha stabilito il suo quartier generale. «Dal quartier generale, vicino al ponte della Sainte, il giugno 1815. «A nome del colonnello Le Baron, ferito al braccio destro, e per suo ordine, firmato «Sergente La Rose.» Era passata appena una mezz'ora, quando Fabrizio vide venire sei cacciatori a cavallo e tre a piedi. Li informa degli ordini del colonnello. «Torneremo dopo,» dicono quattro dei cacciatori a cavallo, e passano il ponte al gran trotto. In quel momento Fabrizio stava parlando con gli altri due, e mentre discutevano, sempre più animatamente, i tre uomini a piedi passano il ponte. Poi uno dei due cacciatori a cavallo rimasti chiede di poter leggere l'ordine, lo prende, dice: «Lo porto a far vedere ai miei compagni, torneranno senz'altro, sta' tranquillo,» e si lancia al galoppo, seguito dall'altro. Tutto in un attimo. Fabrizio si mise a chiamare, furioso, uno dei soldati feriti, che si era affacciato a una finestra della locanda. Aveva i galloni di sergente. Poi Fabrizio lo vide venir fuori, gridando: «La sciabola! Sei di guardia!» Fabrizio sguainò la sciabola, poi disse: «Si sono portati via l'ordine.» «Sono di cattivo umore per la faccenda di ieri, a quanto pare,» disse l'altro, cupamente. «Prendi questa pistola. Se qualcun altro cerca di passare, spara un colpo in aria e verrò fuori io, o verrà il colonnello.» Fabrizio se n'era accorto: il sergente aveva fatto un gesto di sorpresa, quando aveva saputo che gli avevano portato via l'ordine. Capì di aver subito un affronto, giurò a se stesso che non si sarebbe più fatto giocare. Era ancora di guardia, tutto fiero, con in mano la pistola del sergente, quando vide venire sette ussari a cavallo. Si era messo in modo da sbarrare l'ingresso del ponte. Li informa dell'ordine del colonnello. Sembrano piuttosto seccati, il più violento cerca di passare. Fabrizio mette in pratica il consiglio della sua amica, la vivandiera, di lavorare di punta e non di taglio; abbassa il suo spadone, come per infilzare quello che cerca di passare. «Ah, vuol farci fuori, il novellino!» grida uno degli ussari. «Non ne hanno già ammazzati abbastanza, ieri, dei nostri!» Tirano fuori le sciabole, gli si buttano addosso tutti insieme. «È finita!» pensò Fabrizio. Ma gli venne in mente il gesto di sorpresa del sergente, non voleva fare ancora la figura del vigliacco. Andando indietro, sul ponte, cercava di colpirli di punta. Ma vedendo la faccia che faceva, e come maneggiava a fatica quello spadone da cavalleria troppo pesante per lui, gli ussari capirono subito con chi avevano a che fare. Cercarono non di ferirlo ma di tagliargli addosso la giubba. Lo colpirono due o tre volte, di striscio, alle braccia. Lui, sempre ligio ai precetti della vivandiera, continuava a menare gran colpi di punta. Disgraziatamente uno di quei colpi finì sulla mano di un ussaro. Quello, rabbioso all'idea di essere stato colpito da un simile soldatino, rispose con un a fondo che prese Fabrizio alla coscia, in alto, e il colpo andò a segno perché il cavallo di Fabrizio, smanioso, tutt'altro che impaurito, si era buttato avanti. Fabrizio sanguinava dal braccio destro. Gli ussari dovettero pensare di aver esagerato, lo spinsero contro il parapetto, corsero via al galoppo. Appena ebbe un po' di respiro, lui tirò subito fuori la pistola e sparò un colpo in aria per avvertire il colonnello. Al momento del colpo, quattro ussari a cavallo e due a piedi, dello stesso reggimento degli altri, che stavano venendo verso il ponte, si trovavano a duecento passi di distanza. Guardavano, molto attenti, quel che stava succedendo - poi, pensando che Fabrizio avesse sparato contro i loro compagni, i quattro a cavallo sguainarono le sciabole e gli si buttarono addosso al galoppo. Una vera carica. Intanto il colonnello Le Baron, messo in allarme dal colpo, spalancò la porta della locanda e si precipitò di fuori. Arrivò al ponte proprio nel momento in cui arrivavano gli ussari. Gli intimò di fermarsi. «Non ci sono più colonnelli!» gridò un ussaro, e spinse avanti il cavallo. Il colonnello, esasperato, smise di parlare, prese con la mano ferita la briglia di destra del cavallo. «Fermati, maledetto!» gridò. «Ti conosco, sei della compagnia del capitano Henriet.» «E perché non viene lui, a darmi degli ordini? Il capitano Henriet l'hanno accoppato ieri. E tu va' a farti fottere!» Rideva, ferocemente. Intanto cerca di passare, e spinge il colonnello, che cade seduto sul ponte. Fabrizio, un po' più indietro sul ponte, rivolto dalla parte della locanda, spinge avanti il suo cavallo. E mentre, con il petto, il cavallo dell'ussaro butta per terra il colonnello, che stringe ancora la briglia, Fabrizio tira all'ussaro un duro a fondo. Per fortuna, il cavallo dell'ussaro, sentendosi tirare per la briglia verso terra, si spostò di fianco, e lo spadone di Fabrizio scivolò contro la giubba dell'ussaro, che se lo vide passare sotto gli occhi quanto era lungo. L'ussaro, furibondo, si volta, tira un colpo con tutte le sue forze. La sciabolata taglia la manica della giubba di Fabrizio e gli entra nel braccio, profondamente. Il nostro eroe cade. Uno degli ussari a piedi, vedendo che i due difensori del ponte sono caduti, ne approfitta, salta in sella al cavallo di Fabrizio e cerca di correre via. In quel momento arriva dalla locanda il sergente, che ha visto cadere il suo colonnello e crede che sia ferito gravemente. Si butta a rincorrere il cavallo di Fabrizio, affonda la punta della sua sciabola nella schiena del ladro, e quello piomba a terra. Vedendo che ora sul ponte c'è soltanto il sergente, gli altri ussari sfilano al galoppo, corrono via. Quello a piedi prende per i campi. Il sergente andò vicino ai feriti. Fabrizio si era già alzato. Non gli faceva molto male, ma era pieno di sangue. Il colonnello si stava alzando a fatica. Era solo stordito, non aveva altre ferite. «Mi fa solo male la mia vecchia ferita alla mano,» disse al sergente. L'ussaro colpito dal sergente stava morendo. «Vada al diavolo!» gridò il colonnello. Poi, rivolto al sergente e agli altri due soldati che stavano arrivando: «Pensate a questo ragazzino. Gli ho fatto correre un brutto rischio. Resterò io sul ponte. Cercherò di fermarli, quei forsennati. Portatelo dentro, il ragazzino, e medicategli il braccio. Prendete una delle mie camicie.»
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