Capitolo V-1

2197 Parole
Capitolo V Era successo tutto in meno di un minuto. Le ferite di Fabrizio erano roba da poco. Tagliarono delle bende da una camicia del colonnello e gli fasciarono il braccio. Poi volevano preparargli un letto al primo piano, ma Fabrizio disse al sergente: «Mentre io me ne starei su al primo piano, trattato come un papa, ho paura che il mio cavallo si annoierebbe, da solo, nella scuderia, e magari finirebbe per andar via con un altro padrone.» «Mica male, per un coscritto!» disse il sergente. E sistemarono Fabrizio su un mucchio di paglia fresca nella mangiatoia alla quale era legato il cavallo.» Fabrizio si sentiva debolissimo. Il sergente gli portò una scodella di vino caldo e si fermò a fare un po' di conversazione. Gli fece anche qualche complimento. Il nostro eroe era al settimo cielo. Si svegliò soltanto all'alba del giorno dopo. I cavalli nitrivano lungamente, facevano un rumore infernale. La scuderia era piena di fumo. Rimase per un po' senza capire, senza neanche rendersi conto di dove era. Poi, mezzo soffocato dal fumo, riuscì a pensare che forse la casa stava bruciando. Montò a cavallo, Uscì dalla scuderia in un attimo. Guardò in alto: dalle due finestre sopra la scuderia uscivano violenti sbuffi di fumo, e vortici di fumo nerastro si avvolgevano sul tetto. Durante la notte erano arrivati alla locanda un centinaio di soldati sbandati. Gridavano, imprecavano. I soldati che Fabrizio poté vedere da vicino sembrava fossero completamente ubriachi. Uno voleva fermarlo. Gli gridava: «Perché hai preso il mio cavallo?» Quando Fabrizio fu lontano un quarto di lega, si voltò a guardare. Nessuno lo inseguiva. La casa stava bruciando. Riconobbe il ponte, gli venne in mente la ferita. Si sentiva il braccio molto caldo, e le bende gli stringevano. «Che cosa sarà successo al colonnello? Ha dato una delle sue camicie per farmi medicare il braccio...» Il nostro eroe si sentiva straordinariamente calmo, quella mattina. Il sangue perso lo aveva alleggerito di tutte le romanticherie del suo carattere. «Prendiamo verso destra,» pensò, «e filiamo!» Incominciò a seguire tranquillamente il corso del fiume, che, dopo il ponte, piegava verso il lato destro della strada. Gli vennero in mente i consigli che gli aveva dato la vivandiera. «Era davvero un'amica,» pensava. «Che carattere aperto!» Dopo un'ora di cammino si sentì senza forze. «Forse svengo,» pensò. «Se svengo mi rubano il cavallo, e magari anche i vestiti, e tutto quello che ho.» Non riusciva più a guidare il cavallo, doveva cercare di tenersi in equilibrio sulla sella. Un contadino che vangava in un campo, vicino alla strada, a vederlo così pallido gli venne vicino e gli offrì un bicchiere di birra e del pane. «Siete così pallido che ho pensato che eravate un ferito di quella grossa battaglia che c'è stata,» gli disse. Era arrivato proprio al momento giusto. Mentre Fabrizio masticava un boccone di pane nero, gli occhi, quando guardava davanti, incominciavano a fargli male. Quando si sentì un po' meglio, ringraziò il contadino, e gli chiese: «Dove sono?» Il contadino gli disse che a tre quarti di lega più avanti c'era Zonders, un paese dove avrebbe potuto farsi curare. Quando arrivò al paese, Fabrizio era in uno stato di semi-incoscienza, l'unica cosa che riusciva a pensare era che non doveva cadere da cavallo. Vide un portone aperto, entrò. Era la locanda della Striglia. Corse fuori una donna enorme, la padrona, gridò che qualcuno venisse a aiutarla. La voce le tremava dalla compassione. Due ragazze aiutarono Fabrizio a smontare. Appena sceso da cavallo, svenne. Chiamarono un dottore, che gli fece un salasso. Per alcuni giorni Fabrizio continuò a non capire quello che gli stava succedendo. Dormiva quasi ininterrottamente. C'era il pericolo di una infezione alla coscia. Quando Fabrizio riusciva a connettere, parlava sempre del suo cavallo, raccomandava che glielo curassero, ripeteva che avrebbe pagato bene - cosa che offendeva la padrona della locanda e le figlie. Lo trattarono con tutte le premure per quindici giorni. Ora le idee incominciavano a schiarirglisi. E una sera si accorse che le sue ospiti avevano un'aria molto preoccupata. Dopo un po' entrò nella stanza un ufficiale tedesco. Rispondendo alle domande dell'ufficiale le donne parlavano in una lingua che Fabrizio non capiva. Ma si rese conto che parlavano di lui. Finse di dormire. Poi, quando pensò che l'ufficiale doveva aver lasciato la locanda, chiamò le sue ospiti: «Si è fatto dare il mio nome? Vuol prendermi come prigioniero?» La locandiera dovette ammetterlo. Aveva le lacrime agli occhi. «Sentite, ci sono dei soldi, nel mio dolman!» gridò Fabrizio, alzandosi a sedere sul letto. «Compratemi dei vestiti da borghese e partirò stanotte, a cavallo. Mi avete già salvato la vita una volta, quando stavo per morire in mezzo alla strada e mi avete accolto in casa vostra. Adesso dovete salvarmi ancora, dovete aiutarmi a tornare da mia mamma.» A questo punto, le ragazze si misero a piangere. Tremavano per lui. Siccome capivano male il francese, per fargli qualche domanda si avvicinarono al letto. Poi si misero a parlare in fiammingo con la madre, ma continuavano a voltarsi a guardarlo con occhiate commosse. A Fabrizio sembrò di capire che la sua fuga avrebbe potuto comprometterle seriamente, ma che loro erano decise a correre il rischio. Le ringraziò con calore, a mani giunte. Un mercante ebreo procurò il vestito. Ma alle dieci di sera, quando portarono il vestito, le ragazze, misurandolo sul dolman di Fabrizio, si accorsero che bisognava stringerlo, e di molto. Si misero subito al lavoro, non c'era tempo da perdere. Fabrizio gli fece vedere dove erano cucite le monete nella divisa, e pregò le ragazze di ricucirgliele nei suoi nuovi vestiti. Avevano portato anche un bel paio di stivali nuovi. E Fabrizio non esitò a rivelare dove erano nascosti i suoi diamanti negli stivali da ussaro, e chiese che li mettessero nella fodera degli stivali da borghese. Stranamente, per effetto della perdita di sangue e della gran debolezza, Fabrizio aveva dimenticato quasi del tutto il francese. Così, dato che lui parlava italiano e le sue ospiti un dialetto fiammingo, dovevano spiegarsi solo a gesti. Quando le ragazze - che d'altra parte erano assolutamente disinteressate - videro i diamanti, si eccitarono moltissimo. Erano convinte che Fabrizio fosse un principe in incognito. Aniken, la più giovane, la più ingenua, corse ad abbracciarlo, senza tanti complimenti. Quanto a Fabrizio, lui le trovava incantevoli. E verso mezzanotte, dopo che il dottore gli ebbe dato il permesso di bere un po' di vino, per sostenersi in viaggio, aveva quasi voglia di non partire più. «Dove lo trovo, un posto migliore di questo?» pensava. Comunque, verso le due si vestì. Prima che uscisse dalla stanza, la locandiera gli disse che il suo cavallo era stato requisito dall'ufficiale tedesco. «Canaglia!» gridò Fabrizio. «A un ferito!» Quel bravo giovanotto italiano non era abbastanza filosofo per ricordarsi come l'aveva comprato lui, quel cavallo. Aniken, piangendo, gli disse che gli avevano noleggiato un cavallo. Avrebbe voluto che lui non partisse. Erano molto commossi, quando si salutarono. Due giovanottoni, parenti della locandiera, misero Fabrizio in sella, poi, durante la marcia, gli stettero vicino per sorreggerlo, mentre un terzo li precedeva di qualche centinaio di passi per vedere che sulla strada non ci fossero pattuglie sospette. Dopo due ore si fermarono alla casa di una cugina della locandiera. Malgrado le insistenze di Fabrizio, quei giovanotti non vollero lasciarlo. Dicevano che nessuno conosceva quei boschi meglio di loro. «Ma domani mattina, quando si accorgeranno che sono scappato e non vi troveranno, avrete delle noie,» diceva Fabrizio. Si rimisero in cammino. All'alba, per fortuna, la pianura era coperta da una nebbia fittissima. Verso le otto della mattina arrivarono vicino a una piccola città. Uno dei giovanotti andò avanti a vedere se i cavalli di posta erano stati rubati, ma il padrone era riuscito a nasconderli e a sostituirli in scuderia con bestie di nessun valore. Andarono a prendere due cavalli nelle paludi dove li avevano nascosti. Tre ore dopo, Fabrizio salì su un carrozzino mal ridotto ma tirato da due buoni cavalli. Si sentiva meglio, adesso. Il momento della separazione fu di un patetico incredibile. Benché Fabrizio cercasse tutti i pretesti più gentili, i parenti della locandiera non vollero accettare un soldo. «Nelle vostre condizioni, signore, ne avete più bisogno di noi,» dicevano. Fabrizio gli diede certe lettere da consegnare alla locandiera e alle figlie. Rinfrancato dal movimento all'aria aperta, aveva cercato in quelle lettere di esprimere alle sue ospiti tutto quello che sentiva per loro. Le aveva scritte con le lacrime agli occhi, e in quella indirizzata a Aniken si doveva certo parlare d'amore. Il resto del viaggio fu del tutto tranquillo. Quando Fabrizio arrivò a Amiens, la ferita alla coscia gli faceva molto male. Malgrado i salassi, si era formato un principio di infezione, perché il medico di campagna non aveva pensato a ripulire la piaga. Durante i quindici giorni passati da Fabrizio in una locanda di Amiens tenuta da una famiglia molto cerimoniosa e molto avida, gli alleati invadevano la Francia. A furia di meditare profondamente su tutto quanto gli era successo, Fabrizio diventò un altro uomo. In una cosa sola, era rimasto ancora un ragazzo: quello che aveva visto, era una battaglia? E poi: quella battaglia, era Waterloo? Per la prima volta in vita sua provò piacere a leggere. Sperava sempre di trovare nei giornali, nei resoconti della battaglia, qualche descrizione in cui riconoscere le località dove era passato al seguito prima del maresciallo Ney e poi dell'altro generale. E da Amiens scrisse quasi ogni giorno alle sue amiche della Striglia. Appena guarito, partì per Parigi. Trovò, al solito albergo, una ventina di lettere della madre e della zia che lo supplicavano di tornare il più presto possibile. L'ultima lettera di Gina era piuttosto misteriosa. Fabrizio ne fu molto impressionato, quella lettera gli fece passare tutte le sue fantasticherie sentimentali. Il suo era un carattere cui bastava una parola per figurarsi senza alcuno sforzo le sciagure più terribili - e a dipingergli quelle sciagure nei particolari più sinistri ci pensava poi la sua immaginazione. «Sta' bene attento a non firmare mai le lettere che ci scrivi per darci tue notizie,» scriveva Gina. «Al tuo ritorno non devi assolutamente venire subito a Griante. Fermati in territorio svizzero, a Lugano.» Doveva arrivare a Lugano sotto il nome di Cavi, e al migliore albergo della città avrebbe trovato un cameriere della contessa che gli avrebbe dato istruzioni. La lettera finiva con queste parole: «Fa' che nessuno sappia delle tue follie, e non tenere addosso carte di alcun genere né scritte a mano né stampate, perché in Svizzera avrai intorno un bel po' di amici di Santa Margherita. Se trovo i soldi manderò qualcuno a Ginevra, all'albergo Delle bilance, perché ti informi di certe cose che non posso scrivere ma che devi assolutamente sapere prima di arrivare. Ma per carità non fermarti a Parigi un giorno di più, è pieno di spie e ti riconoscerebbero subito.» Fabrizio incominciò a pensare alle cose più strane. Il suo unico piacere consisteva adesso nel cercar di immaginare che cosa avesse mai da dirgli la zia. Nel viaggio attraverso la Francia fu arrestato due volte, ma riuscì a cavarsela. A metterlo nei pasticci fu il suo passaporto italiano con quella strana professione di venditore di barometri che non si accordava proprio con la sua faccia da ragazzo e il braccio al collo. A Ginevra si incontrò con un uomo mandato dalla zia. Gina gli faceva sapere che era stato denunciato alla polizia di Milano per essere andato da Napoleone a sottoporgli i piani completi di una vasta cospirazione organizzata nell'ex regno d'Italia. Il fatto che lui si fosse servito di uno pseudonimo, diceva la denuncia, provava la sua colpevolezza. Sua madre, gli mandava a dire la zia, avrebbe cercato di provare la verità, e cioè: 1. Che lui non aveva mai lasciato la Svizzera. 2. Che era partito improvvisamente dal castello dopo una lite con il fratello maggiore. Fabrizio ne fu molto orgoglioso. «Sarei dunque stato una specie di ambasciatore presso Napoleone!» pensava. «Avrei avuto l'onore di parlare a quel grande uomo! Fosse vero!» Gli venne in mente che il suo settimo predecessore, nipote di quello che era arrivato a Milano al seguito degli Sforza, aveva avuto l'onore di farsi tagliare la testa dai nemici del duca, che l'avevano catturato mentre stava andando in Svizzera per proporre un'alleanza ai nobili cantoni e per reclutare truppe. Si ricordava benissimo dell'incisione che illustrava quell'episodio nella genealogia della famiglia. Interrogando il cameriere, Fabrizio si accorse poi che voleva nascondergli qualcosa. Insistette, e quello parlò, benché la sua padrona gli avesse ordinato ripetutamente di tacere. Era Ascanio, che lo aveva denunciato alla polizia di Milano. Quella notizia spaventosa fece impazzire di rabbia il nostro eroe. Per andare in Italia da Ginevra si passa da Losanna, e lui volle partire subito, a piedi - e erano una dozzina di leghe - senza aspettare la diligenza che sarebbe partita di lì a due ore. Prima di lasciare Ginevra, in uno dei malinconici caffè della città litigò con un giovanotto che gli sembrava l'avesse guardato in un modo un po' strano. Niente di più vero: il ginevrino - flemmatico, tutto buon senso, preoccupato solo dei soldi - lo aveva preso per un matto. Entrando, Fabrizio si era guardato intorno con aria furibonda, poi, quando gli avevano portato il caffè, se l'era rovesciato sui pantaloni. Al momento del litigio, il primo gesto di Fabrizio fu in perfetto stile cinquecento. Non parlò neanche di duello, tirò fuori il pugnale e si buttò addosso all'altro cercando di farlo a pezzi. In quel momento, sotto l'impulso della passione, Fabrizio aveva dimenticato tutto quanto gli avevano insegnato sulle regole dell'onore e si era lasciato andare all'istinto, anzi, ai ricordi della prima fanciullezza.
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