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2059 Parole
1 Una triste eredità Il tacco sottile di una delle sue scarpe, delle décolleté beige particolarmente scomode che, infatti, non usava da tempo, s’incastrò di nuovo in una delle strette e insidiose fessure del selciato, ma stavolta Sarah non si prese la briga di abbassarsi. Lo liberò con uno strattone, rimediando una fitta dolorosa alla caviglia, di cui si sarebbe preoccupata in un secondo momento. Strinse i denti e, pur zoppicando appena, proseguì a passo sostenuto nella direzione che il custode le aveva indicato. Come diamine aveva fatto ad arrivare così in ritardo a quel funerale in particolare? Proprio lei, che era sempre così puntuale da spaccare il minuto! Era da non credere! D’altro canto, doveva ammettere che era già da diversi giorni che non si sentiva più se stessa. Da quando lui l’aveva lasciata, niente sembrava avere senso, tantomeno quell’imperdonabile mancanza di rispetto. Una minuscola goccia di pioggia cadde sul suo naso e scivolò sulla punta, fermandosi per un istante là dove Zack aveva l’abitudine di darle il bacio della buonanotte. Avvertì una fitta acuta al cuore e la vista, già provata dalle lunghe ore di pianto, le si appannò. Non ora intimò a se stessa, promettendo alle lacrime che le avrebbe fatte scorrere libere, una volta che si fosse seduta. Prima, però, doveva riuscire a individuare il gruppo giusto cui unirsi. Ce n’erano diversi, quel pomeriggio, e una volta che ebbe raggiunto un bivio non ricordò più se dovesse svoltare a destra oppure a sinistra. Con i polpastrelli asciugò una lacrima sfuggita al controllo e rotolata sulla guancia, poi vide l’avvocato Clancy poco oltre, che gesticolava per attirare la sua attenzione. Aumentò il passo e lo raggiunse, tutta trafelata. L’uomo, serio e distinto come l’unica altra volta che l’aveva incontrato, le rivolse un’occhiata sommaria e parve non essere particolarmente colpito dalla sua mise. Chiaramente non sapeva che Zack odiava il nero, né che al contrario adorava quel tailleur verde oliva che, secondo lui, faceva spiccare i riflessi ramati dei suoi capelli. Tuttavia, le porse il braccio e, senza ulteriore indugio, affrettò il passo. “Temevo non sarebbe più arrivata” la rimproverò, guidandola verso lo spazio adibito alla cerimonia. E mancare al funerale del suo migliore amico? Mai, per nulla al mondo. “Mi dispiace. Il bus si è dovuto fermare per un guasto tecnico. Abbiamo dovuto attendere l’arrivo di un meccanico.” L’uomo inarcò le sopracciglia, quasi non le credesse. In effetti, anche alle orecchie di Sarah suonò come una banale scusa, di quelle che avrebbero fatto sganasciare Zack dalle risate. L’avvocato, però, non sorrideva affatto. Anzi, era probabile che si stesse chiedendo perché fosse ricorsa a mezzi pubblici, quando le sarebbe bastato usare la sua auto. La donna aveva pronta un’altra spiegazione, anche quella veritiera: l’auto le si era rotta qualche settimana prima e, purtroppo, non aveva ancora racimolato il denaro per ripararla. La questione, però, parve scivolare via dalla mente del signor Clancy. Annuì mesto, senza aggiungere altro. La folla dei presenti accorsi al funerale si rivelò impressionante: un mare di abiti eleganti e di profumi costosi, che si mescolavano a quello naturale e altrettanto intenso delle composizioni floreali, sistemate attorno alla bara. Divisi in due colonne ordinate, gli astanti si voltarono a guardarla, attirati dal ticchettio accelerato dei suoi dannati tacchi sulle lastre di pietra. C’erano molti politici e alcuni di loro storsero il naso nel vederla sopraggiungere per ultima, come fosse un ospite d’onore. Un profondo senso di imbarazzo crepitò lungo la sua schiena, rendendola irrequieta. Gli unici a non voltarsi furono i tre individui, due uomini e una donna, seduti sulla destra, in prima fila. Erano i componenti più stretti della famiglia di Zack e Sarah non li aveva mai incontrati prima. Naturalmente, sapeva chi fossero. Non c’era notiziario che non avesse parlato dell’incidente, approfittando dell’occasione per riportare altri fatti, non sempre lusinghieri, relativi alla famiglia Trevino. I baroni dell’oro nero. I signori indiscussi del mercato petrolifero nazionale. Al contrario, considerando i cattivi rapporti che erano intercorsi per anni tra loro e Zack, Sarah dava per scontato che ignorassero del tutto chi lei fosse. Il che, a essere onesti, le stava più che bene. L’avvocato virò a sinistra e si fermò in quarta fila, facendola accomodare sulla sedia più esterna. “Grazie” sospirò, salutandolo. Nello scorgere le sue profonde occhiaie e il naso screpolato, l’anziano le porse un fazzoletto di stoffa che odorava di sapone di Marsiglia e le offrì un’espressione di mesta simpatia, insieme a un biglietto da visita. “L’indirizzo è scritto sul retro. Dobbiamo essere lì subito dopo il funerale. La aspetto.” Sarah annuì, ma lo infilò in tasca senza nemmeno leggerlo e rimase a guardare il legale allontanarsi, finché non lo vide sedersi da solo in prima fila, sul suo stesso lato. Allora riabbassò la testa e rimase in attesa. La cerimonia iniziò pochi istanti dopo. L’officiante risultò essere nientedimeno che l’ex vescovo della diocesi di Dallas, coadiuvato da due parroci agghindati in pompa magna. Il nuovo vescovo si era appena insediato, ma non vedeva di buon occhio i petrolieri e quella sua avversione era ben nota, il che spiegava perché fosse stato chiamato il suo predecessore. C’era comunque da aspettarsi tutta quella formalità, vista l’influenza che la famiglia di Zack esercitava non solo sulla città, ma sull’intera nazione. Sua Eccellenza recitò la funzione indirizzandosi in maniera diretta ai Trevino, come se fossero gli unici presenti e dei quali gli importasse. Anche a causa di questo atteggiamento compiacente, il senso di soggezione che Sarah avvertiva crebbe sempre di più, trasformandosi in vero e proprio disagio. Si sentiva fuori posto, circondata da estranei. In fin dei conti, però, anche Zack lo era. Non era giusto che fosse in quella bara chiusa, né che avesse smesso di respirare, di ridere, di sognare. Lui, che era stato il suo mondo intero per tre brevissimi anni, avrebbe meritato di più. Più dell’indifferenza altrui, più di quelle parole vuote, più di quegli sconosciuti che, tra una pausa e l’altra, coglievano l’occasione per farsi un selfie e postarlo sui vari social. Sarah ne era disgustata e, una volta di più, le fu chiaro perché Zack si fosse allontanato da quel circo di menzogne e opportunismo. L’aveva fatto anche lei molti anni prima, quando aveva preso le distanze dalla sua famiglia ipocrita e da chiunque avesse provato a manipolarla, schiacciando la sua volontà e rovinandole il futuro. Solamente Zack, con la sua dolcezza, i suoi modi gentili e la sua infinita generosità era riuscito a farla sentire amata. Giorno dopo giorno, aveva fatto rinascere in lei la fiducia nel mondo e negli uomini, in particolare. Le aveva creato intorno un clima di serenità e di amore incondizionato, in cui entrambe le loro personalità erano riuscite a sbocciare e fiorire rigogliose. Un po’ come il piccolo orticello sul retro della loro casa, che lui curava in modo quasi ossessivo. La sua terapia gratuita, lo chiamava. In balìa dei ricordi, Sarah si lasciò finalmente andare e pianse, stringendo in mano il mazzolino di bluebonnet, il fiore simbolo del Texas, che aveva raccolto intorno a quel piccolo fienile ristrutturato che lei e Zack avevano condiviso come una famiglia. Quei fiori delicati e selvatici, di un blu inconfondibile, crescevano indisturbati in zona, attirando spesso l’attenzione di chiunque si trovasse a passare per la strada. Erano fioriti di colpo due settimane prima, nonostante quel rigido marzo che, oltre al freddo, aveva portato con sé anche una improvvisa e furiosa tempesta tropicale. La stessa che, oltre a creare danni immensi all’intero Stato, aveva spazzato via la vita di Zack, mandandolo fuori strada con la sua auto qualche sera prima, mentre rientrava dal lavoro. Immagini e rimpianti si mescolarono in una spirale irrefrenabile, ma i suoi singulti si persero nel rumore dapprima assordante, poi lieve e costante, della pioggia che cadeva sul tendone sotto il quale si stava svolgendo la cerimonia. Nessun altro piangeva, a parte lei. Sembrava che la gente non fosse là per dire addio a una persona cara, ma per un dovere sociale nei confronti della sua famiglia. Il vescovo stesso, con la cadenza monotona della sua voce, parlava di lui in maniera astratta, adocchiando di tanto in tanto il foglio davanti a sé, su cui qualcun altro doveva aver appuntato i dati salienti della vita del defunto. In realtà, non diceva niente di rilevante. Nessuno pareva sapere qualcosa dei suoi desideri più intimi o di ciò che lo aveva reso l’uomo buono e altruista che era. Pertanto, Sarah non si stupì quando, dopo il religioso, nessuno tenne un discorso commemorativo. Ne fu dispiaciuta ma, al tempo stesso, sollevata, perché non avrebbe sopportato di ascoltare altre falsità. Conoscendosi, avrebbe reagito d’impulso, protestato e messo in grave imbarazzo tutti, compresa se stessa. Così, continuò ad ascoltare quelle parole vuote, facendosele scivolare addosso mentre tentava, invano, di ricordare le ultime che lei e Zack si erano rivolti. Forse era stata una battuta sul collega che ci provava con lei. Era probabile che le avesse ricordato di prendere qualcosa al supermercato. L’abbraccio con cui si erano salutati, però, era inciso a fuoco nella sua mente: affettuoso, rassicurante, sincero. Il suo porto sicuro. Tirò su col naso, poi se lo soffiò a più riprese, attirandosi altre occhiatacce. In fondo, però, non le importava. La vera tragedia era che aveva perso la persona più cara che avesse al mondo e, insieme a lui, ogni altra cosa. Le sue poche certezze erano state sradicate in modo brutale e qualcosa, dentro, le sussurrava che la sua vita non sarebbe mai più stata la stessa. Cercò di accantonare i pensieri negativi sul futuro e pregò in silenzio. Di tanto in tanto, provava a rivolgere un’occhiata ai Trevino, ma quelli se ne stavano immobili come statue ed era impossibile capire se l’incidente del figlio, con cui non avevano più alcun tipo di rapporto, li avesse distrutti. Poteva presumerlo, ma con gente simile, interessata solo al denaro e al potere, non poteva darlo per scontato. Lo sapeva per esperienza diretta, purtroppo. Per questo, l’idea di andare da loro a cerimonia ultimata a porgere le condoglianze l’angosciava. Immaginava che si sarebbe formata una coda mostruosa, ma ciò che la turbava davvero era doversi introdurre e scorgere boria e apatia nei loro sguardi. Solo l’avvocato Clancy sapeva di lei e del ruolo che aveva avuto nella vita di Zack. Quando, però, Sarah comprese che quella sarebbe stata l’unica opportunità che avrebbe avuto per consegnare loro ciò che aveva in borsa, si fece coraggio. Il disagio sarebbe durato qualche minuto, dopodiché sarebbe andata per la sua strada e non li avrebbe mai più rivisti. Giunto il momento dei saluti, la pioggia concesse una miracolosa tregua. Intravide di spalle l’uomo più anziano, il padre di Zack, avvicinarsi alla bara, scegliere una rosa bianca tra quelle adagiate di fianco e depositarla con tenerezza sul coperchio di legno scuro. Sua moglie, vestita anche lei di nero e con in testa uno dei cappelli con la tesa più larga che Sarah avesse mai visto, si avvicinò alla bara, cercando non il sostegno del marito ma quello del figlio. Il fratello di Zack reggeva da un lato lei, dall’altro l’enorme ombrello nero sotto cui avevano trovato riparo, sebbene fosse inutile. Entrambi ripetettero il gesto della rosa, poi si voltarono sulla destra per andare via a una velocità degna di un maratoneta, tallonati e preceduti da diverse guardie del corpo. Sarah si sollevò sulle punte per riuscire a scorgere almeno i loro volti, ma i presenti erano saltati tutti in piedi e, tra chi si dirigeva verso la bara e chi li circondava per le condoglianze, sperando di rallentare la loro corsa verso l’auto che li avrebbe riportati a casa, non riuscì a muoversi. Strinse convulsamente la mano libera sulla sua borsa e si rimise seduta, ad attendere il suo turno, con i fiori in grembo. Forse era meglio che fosse andata così. Lontano dalla confusione, avrebbe avuto il tempo di salutare Zack come voleva. Continuò a pregare perché la sua anima trovasse la pace che meritava. Se c’era qualcuno degno del paradiso era proprio lui. Le bastò poco per perdersi di nuovo nei suoi pensieri, nei ricordi struggenti e nel dolore che solo da poco aveva preso il posto lasciato dall’incredulità per quanto era successo. Un incidente d’auto banale ma fatale, che aveva scosso la sua esistenza, lasciandola piena di paure e di insicurezze.
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