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2015 Parole
Fu il vocio dei becchini a destarla dal suo isolamento. Sconcertata dall’essere l’unica rimasta sotto il tendone, si alzò di scatto. “Aspettate!” gridò, correndo verso di loro e fermandoli, prima che iniziassero a ricoprire la bara di terra. Gli uomini si arrestarono ed ebbero la cortesia di concederle qualche altro minuto per congedarsi dal defunto. Il momento era dunque arrivato, ma Sarah non sapeva più cosa dire. Si portò i fiori al petto ansante, stringendoli forte. Non c’erano parole adatte a esprimere ciò che aveva dentro, eppure un “Grazie”, commosso e sincero, sgorgò impetuoso dalle sue labbra. Grazie per averla accolta sotto il suo tetto, in uno dei momenti più difficili della sua vita. Grazie per averle donato una forma di affetto così puro e incondizionato da apparirle angelico. Grazie per essere stato tutta la sua famiglia, almeno per un po’. E poiché in fondo il rapporto tra lei e Zack era stato contraddistinto sin dall’inizio da una complicità istintiva, le sembrò giusto che anche l’addio fosse naturale e spontaneo. Sospirò, si fece coraggio e si protese per deporre il mazzolino sulla bara. C’erano moltissime rose immacolate a ricoprirla, perfettamente uguali nella loro bellezza imperturbabile, e quei fiorellini blu, selvatici e vivaci, stonavano magnificamente. Sorrise tra le lacrime e arretrò, sentendosi il cuore a pezzi. “Addio, mio dolcissimo Zack” mormorò affranta. Si voltò in fretta, a testa bassa, decisa a correre via. Troppo straziante, troppo crudele era la pena da cui si sentiva lacerare. Non fece, però, neanche due metri che andò a scontrarsi contro qualcuno. “È colpa mia, non l’ho vista” si scusò con voce spezzata. Poi commise l’errore di sollevare lo sguardo. La terra tremò sotto i suoi piedi, mentre lo stupore le toglieva il respiro. Incredula, si portò la mano alla gola, soffocata da una visione assurda. Impossibile. “Zack!” esclamò, terrea. Sbattè le palpebre più volte, poi allungò l’altra mano sulla guancia sbarbata e morbida dell’uomo, accarezzandola con tenerezza e disperazione. Gli occhi blu cobalto di lui si spalancarono, lasciando trapelare tutta la sua sorpresa, quindi si focalizzarono con sospetto sui suoi, inghiottendola in un abisso di profondità emotiva che le fece tremare le ginocchia. Sopraffatta da mille sensazioni differenti, Sarah fu colta da un breve mancamento. Sarebbe caduta con il sedere sul selciato scivoloso, se lui non l’avesse sostenuta con prontezza. Fu allora, avvertendo sui fianchi quelle mani diverse, salde e reali, che la ragione intervenne in suo soccorso. Era chiaro che quello non fosse Zack. Avrebbe dovuto sapere che non era lui. Anzi, avrebbe dovuto prevedere che quell’incontro con il suo gemello l’avrebbe lasciata sgomenta e più afflitta di prima. Eppure per un attimo, un ultimo, glorioso attimo, si era lasciata andare all’illusione che ci fosse stato un terribile errore e che il suo migliore amico fosse ancora vivo. Quel viso così ombroso, sconosciuto e, al tempo stesso, familiare, l’aveva paralizzata. Incombeva sul suo, oscurando il suo intero campo visivo. Vi cercò delle somiglianze con quello di Zack, ma della sua rassicurante dolcezza e dei suoi occhi teneri e castani non c’era traccia. C’era, invece, una mascolinità più pronunciata, più sfacciata. Così come più virile era il suo profumo, fresco e con una nota di sandalo. Sandalo. Puah! Sussurrò nella sua testa la voce divertita di Zack, in uno dei tanti ricordi che aveva di lui. Non aveva mai amato quella fragranza, preferendone altre più neutre, meno aggressive. Mentre, però, lei si sforzava di tornare con i piedi per terra, la fronte del fratello, parzialmente coperta da un ciuffo indisciplinato di capelli corvini, si era corrugata. Poi la sua espressione mutò e un micidiale sorriso ironico fiorì sulle sue labbra. “Non sapeva che siamo… Che eravamo gemelli?” le chiese, aiutandola a raddrizzarsi. La voce, calda e profonda, l’accarezzò come vento torrido, lasciandola a corto di parole. Daniel Trevino portò le mani sul suo viso e con il pollice le sfiorò le labbra, non solo come se toccarla fosse la cosa più naturale del mondo, ma anche come se avesse l’intenzione di attirarla a sé per un esame più… ravvicinato. Sarah rabbrividì e si scostò, turbata dalla direzione improvvisa e decisamente fuori luogo dei propri pensieri. “Lo sapevo, sì, ma mi è sfuggito di mente. Buffo, vero?” Lui non parve concordare e, poiché quei suoi occhi penetranti la mettevano in agitazione, Sarah parlò rivolgendosi alla sua cravatta, sotto la quale la camicia immacolata aderiva al torace ampio, lasciando poco spazio all’immaginazione. Perché mai, d’un tratto, si fosse messa a raccogliere particolari come quello in una circostanza tanto tragica non lo capiva. Forse, pensò, aveva bisogno di sottolineare le differenze tra i due fratelli, per poter infine accettare l’idea che Zack fosse morto. In ogni caso, quella vicinanza prolungata non era accettabile, perciò fece altri due passi indietro per allontanarsi. Non era salutare indugiare troppo su quelle sue labbra piene, piegate in un sorriso malizioso che non aveva motivo di sussistere ma che, purtroppo, stava innescando una reazione inaspettata dentro di lei. “Le faccio le mie condoglianze, signor Trevino. La morte di Zack ha lasciato un vuoto incolmabile in tutti noi” disse, pronta a salutarlo. Gli tese una mano ma si ritrovò, non seppe come, di nuovo tra le sue braccia. Data la considerevole statura dell’uomo, Sarah finì per scoprire da vicino quanto solido fosse il suo torace, il che suscitò in lei ulteriore imbarazzo. Non contento di tenerla così stretta da soffocarla, il tipo si chinò per strofinare il viso sui suoi capelli, inspirando con ostentazione. Sulle prime, Sarah ebbe l’impressione che si stesse trattenendo dal singhiozzare ma, quando si accorse che era solo una scusa per continuare a tenerla vicina, provò a respingerlo e a capire cosa diamine gli passasse per la testa. Le ciglia dell’uomo, folte e scure, sbattettero due, tre volte. Sembrava sorpreso da qualcosa ma restò in silenzio, a ricambiare quello scrutinio visivo con uguale, se non maggiore curiosità. Quando, però, scese a dare una sbirciatina alla scollatura del suo sotto giacca, Sarah avvampò di vergogna. Daniel Trevino, uno degli scapoli più ambiti di Dallas, il CEO di una società da milioni di dollari nonché gemello del suo migliore amico, stava flirtando con lei, non c’erano dubbi. E che fosse un atteggiamento volontario o meno non aveva alcuna importanza, perché era comunque irrispettoso verso Zack. “Addio e mi scusi ancora” mormorò, sottraendosi a quel contatto che, pur sbagliato e inopportuno, le aveva mandato il cuore in fibrillazione. Riuscì a guadagnare solamente alcuni metri, prima che lui la raggiungesse con poche falcate. “Posso sapere con chi ho il piacere?” Nonostante il tono cortese, in realtà non stava domandando. Esigeva e, a giudicare dall’espressione ostinata, non avrebbe ammesso risposte vaghe. Quasi in automatico, lei si mise sulla difensiva. “Sarah McDonnell” rispose succinta. Non smise di camminare e aguzzò lo sguardo in direzione del viale, ma le auto erano sparite tutte, compresa quella dell’avvocato. Non aveva forse detto che l’avrebbe aspettata? “Va da qualche parte?” insistette lui, notando il suo sguardo smarrito. “Sì. Voglio dire, di certo non posso restare qui.” “Lo so, intendevo chiederle se fosse sola o se avesse bisogno di un passaggio.” “No. Sì. Cioè, sono arrivata da sola ma credevo di aver rimediato uno strappo. Devo essermi confusa… Mi tocca chiamare un taxi.” “Per andare dove?” Trovò quell’insistenza fastidiosa e, sebbene quella sua voce fosse così e*****a da causarle brividi e sospiri, decise di accontentarlo. Tirò fuori dalla tasca il biglietto dell’avvocato ma, prima che potesse leggerlo a voce alta e farsi almeno dare un’indicazione sulla località, Daniel glielo strappò di mano. “Sicura che sia questo l’indirizzo?” chiese, inarcando un sopracciglio. Sarah, indispettita, annuì. “Sono sicura. Se mi fa la cortesia di ridarmelo, magari proverò a capire come arrivarci.” Gli riprese il biglietto, si voltò e finse di digitare qualcosa sul suo cellulare, che in realtà si era già spento sul bus che l’aveva portata a Dallas da Glen Rose. Voleva evitare quanto più possibile di vederlo o di avere altri contatti con lui. Emanava una sorta di pericolo che lì per lì non riusciva a quantificare, ma che s’ingigantiva ogni volta che le parlava. O che la fissava. O che la toccava. E che il Signore la perdonasse, ma la cosa iniziava a piacerle. “Lo so io come raggiungerlo. Lasci stare il taxi. Venga, l’accompagno.” Senza darle il tempo di rifiutare, la prese per il gomito con una sicurezza che rasentava la prepotenza e la condusse con sé, finché non raggiunsero una delle ultime auto parcheggiate, una Maserati scintillante, sulla quale le gocce di pioggia già caduta scivolavano pigre, accarezzandola. Aveva lo stesso colore dei suoi occhi ed era altrettanto accattivante. Emanava sicurezza, eleganza, potere. Proprio come lui. Continuava a chiedersi come facesse quel bellimbusto, arrogante e ficcanaso, a essere il gemello di Zack che, per quanto fosse un bell’uomo e possedesse un carattere amabile, non aveva mai suscitato in lei una tale pungente attrazione. Si aspettava che, vista la sua insistenza, le aprisse almeno lo sportello, invece Daniel entrò in auto e mise in moto, limitandosi a rivolgerle un gesto spazientito con la mano. Quella per lei sarebbe stata una bella opportunità per rifiutare il passaggio e andarsene. In fondo, non era obbligata a seguirlo. Poi, però, pensò con amarezza agli spiccioli che aveva in borsa, a quel misero conto in banca che si ritrovava e ai tempi durissimi che l’attendevano a breve. Se doveva iniziare a tirare la cinghia, tanto valeva iniziare subito, perciò ingoiò il proprio orgoglio e salì a bordo. Come da previsione, il tragitto fu abbastanza esasperante. Il traffico era intenso e Daniel non parlava, se non per rispondere al cellulare e impartire ordini a chiunque l’avesse chiamato. Alla quinta telefonata, però, lo spense. La sua attenzione converse sulla strada e su di lei, soprattutto su gambe e seno. Sarah lo beccò due volte a fissarla e si sentì avvampare. “Carino da parte tua essere venuta per il funerale” le disse di punto in bianco, facendola sobbalzare. Dio! Era proprio un fascio di nervi, ma non le sfuggì che fosse passato diabolicamente al tu. “Non potevo mancare. Non me lo sarei mai perdonata. Zack e io eravamo come due piselli in un baccello.” “Ah” commentò lui. L’espressione colorita lo irritò più del dovuto, neanche fosse stata un insulto. La mascella gli si contrasse e le sue labbra piene si tesero. “So che voi due non eravate in buoni rapporti, ma tuo fratello ti voleva un gran bene” continuò Sarah, sentendosi in colpa per aver sottolineato di aver avuto con Zack un rapporto migliore. “E tu come lo sai?” rispose scettico, lanciandole un’occhiataccia. “Parlava di me?” “Be’ no. Non proprio. L’ho intuito in varie occasioni. Era ammirato da come conduci gli affari.” Non poteva dirgli che tra loro l’argomento famiglia era un po’ un tabù o che, al minimo accenno, ciascuno dei due si chiudeva in un ostinato mutismo. Gli occhi di Daniel, però, persero quella durezza tagliente che li aveva contraddistinti e si soffermarono di nuovo su di lei. Stavolta sulle labbra. “Non hai un accento texano. Da dove vieni?” “Vivo a Glen Rose da diversi anni ormai, ma sono nata e cresciuta a New York. Mio padre vive ancora là.” Insieme alla sua ultima e ingioiellata quarta moglie, alla sua figliastra, diventata ormai la sua unica figlia, e ai loro soldoni. “Ed è a Glen Rose che hai conosciuto Zack, giusto?” “Sì. Abbiamo stretto amicizia lavorando entrambi come volontari presso la casa di riposo locale.” “E di tua madre cosa mi dici? Ti ha lasciata andare così, senza problemi? Non soffre per la tua lontananza?” A quella insolita domanda Sarah aggrottò la fronte. Era una donna adulta, ne aveva l’aspetto e la parlantina, ed era facile presupporre che vivesse da sola già da un bel po’.
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