Chapter 6

1887 Parole
Brasile, Stato di São Paulo – Litoral Sul Paulista. Città di Praia Grande, Lunedì 20 maggio 2013 - “Learco Learchi e Pierre Louis Cartier in barca” Aveva varato la barca e stava chiedendosi se non fosse il caso di dirigere la prua a nord, verso Santos. Una voce attirò l’attenzione di Learco che subito si voltò verso il richiamo. «Olá, sono qui dietro! Dammi una mano per salire a bordo» chiese Pedro, che si trovava sottobordo, dopo aver nuotato, con poderose bracciate, venendo dalla riva. «Che cosa ci fai, qui! È questo il modo di chiedere di salire sulla mia barca?» disse Learco ridendo. «Perché… come dovrei chiederlo?» rispose, stizzito, il bretone. «Dalle mie parti, nel Mar Mediterraneo, i marinai ben educati lo chiedono con una frase che, seppure convenzionale, è sempre molto efficace» spiegò Learco, un poco per vendicarsi della lezione di astronomia a suo tempo ricevuta. «Qual è questa frase magica?» volle sapere Pedro che, già, aveva intuito di dover apprendere, a sua volta, qualcosa di nuovo. «È semplice, la si impara in ogni scuola nautica, che si rispetti, ed in ogni accademia della marina militare. Dice, pressappoco, così: “chiedo il permesso di salire a bordo Comandante”» rispose, sempre ridendo, il Genovese. «Oh, tá bom Genovese! Tu non sei comandante ed io non ho studiato in nessuna di quelle scuole, sofisticate, che tu conosci. Salgo a bordo ugualmente, per diritto d’abbordaggio» rispose, di rimando, Pedro, issandosi sul bordo del “Caipirinha”. «Come! Un marinaio, esperto come te, dove ha imparato tutte quelle cose, che sa, sulle maree, sulla Croce del Sud e sui coltelli piantati sulla chiglia delle barche?» chiese, in tono di sfottò, Learco. «Quello che conosco, l’ho imparato alla scuola della vita la Universitè de la vie e de la mer de Saint Malo e da mio padre, buon anima. Ti posso Assicurare che ne so molto di più di quei damerini, con la bella divisa con la camicia bianca, inamidata, da ufficiale, usciti dalle tue scuole italiane» si arrabbiò Pedro. «Va bene, va bene… non te la prendere. Stavo, solo, scherzando… e, per stare in tema, ti do il mio benvenuto a bordo» rispose Learco, tendendogli la mano, come appiglio, per la risalita sul natante. Con Pedro a bordo, la barca prese il via verso sud, in direzione di Itanhaém. Essere in compagnia dell’amico bretone, rendeva Learco più sicuro, specie quando a reggere la barra del timone era Pedro. Veleggiarono sottocosta e - bevendo la birra, fresca, le cui lattine tenevano in una reticella, calata in mare - iniziarono a chiacchierare. Era più esatto dire che era Learco a parlare di se e della sue vicende passate. Pedro si limitava ad annuire con un cenno del capo e ad ascoltare le elucubrazioni di quell’italiano stressato dal suo stesso modo di vedere le cose e di viverle complicatamente. Pedro era un buon uomo e le rughe che rigavano il suo volto confermavano che gli anni, e le esperienze di vita, dovevano essere molti. Il bretone aveva capito che Learco, artista mezzo pittore e mezzo scrittore con l’estro del poeta, doveva aver avuto molti problemi. Era “un mezzo in tutto” e non era “un intero in niente”. Volle rivolgere alcune semplici domande, tanto per dare il via alle confessioni dell’amico. «Genovese! Com’è che sei finito qui a Praia Grande?» era la prima domanda di Pedro, che aveva deciso di non interrompere la risposta, qualunque fosse quella datagli. «È una storia lunga, ma alla base di tutto c’è la voglia di cambiare» rispose, laconico, Learco che pareva non volersi sbottonare. «Cambiare che cosa e perché?» chiese Pedro dando un’altra imbeccata con quel suo fare bonomico da fratello maggiore. «Tutto e niente! Forse è la mia voglia di ricerca nel nuovo: una voglia che mi fa essere insofferente. Da molti anni sono diventato insofferente a tutto, anche alla mia stessa vita. È la prima volta che ne parlo, dopo il tentativo di suicidio nella vasca da bagno della casa di Campinas, dove prima abitavo» cominciò, raccontando qualcosa di sé. Con quelle ultime parole, iniziava il racconto di Learco, delle sue vicende e della propria paura di finir solo ed impazzito per via di una demenza senile probabilmente ereditaria. Molte erano le cose che l’avevano spinto a cercare, in una fuga dalla vita, una serenità mai ottenuta. «La mia è stata una vita piuttosto complicata. Da quando ho iniziato a viaggiare, sistematicamente, tra il continente latino-americano e quello europeo, mi sono ritrovato con una crisi d’identità. Non sentendomi integrato né in Brasile, dove vivo, né in Italia, dove son nato, non so più a quale dei due Paesi è legato il mio destino. Quando mi trovo a Genova, in Italia, il mio pensiero vola a São Paulo ed a Praia Grande, in Brasile, mentre l’opposto accade quando mi trovo qui.» «Tipica sindrome dell’esiliato, ormai, senza più Patria, né vecchia… né nuova.» pensò Pedro che ben conosceva, vivendola sulla propria pelle, quella scomoda situazione. Le parole che, prima, erano uscite di getto dalle labbra dell’artista, si fermarono. Pareva che Learco stesse riflettendo sul senso di ciò che aveva appena affermato. Se non avesse ricevuto una nuova imbeccata, forse, avrebbe interrotto il suo racconto e non ci sarebbe stato verso per farlo continuare. «Tá bom, meu amigo! Continua, ché la cosa mi interessa» lo esortò Pedro, mentre svolgeva la lenza da pesca da gettare in mare. «Non so se ti è mai capitato, ma a me accade continuamente di sognare quel che mi succederà. È una maledizione il conoscere, in anticipo, il proprio destino. Lì per lì non ci faccio caso e dimentico quel che ho sognato. Dopo qualche mese, quando la cosa accade, mi rammento del sogno e mi si arriccia la pelle al ricordo della visione onirica premonitrice. Avevo sognato anche quello che sarebbe accaduto mentre ero privo di coscienza nella mia vasca da bagno.» Questo era un fatto che molto incuriosiva Pedro, che con il capo stava annuendo. Avendo, nuovamente, interrotto il proprio racconto, Learco andava spronato ancora. Pedro si rendeva conto che l’amico possedeva delle inconsce capacità extrasensoriali, ma tali capacità lo rendevano sofferente, anziché facilitargli il vivere del quotidiano. «Não, meu amigo. Non ho mai avuto la fortuna di vedere in anticipo quel che mi deve accadere. Il tuo racconto mi incuriosisce: cos’avevi sognato? Suvvia continua!» «La scena, che ho veduto in sogno, iniziava all’esterno della mia casa di Campinas. Era di notte ed uno sconosciuto stava suonando, insistentemente, il campanello di casa per verificare se ci fosse qualcuno. Mi trovavo, addormentato, immerso nella vasca da bagno, ma l’acqua era rossa: sembrava che mi trovassi immerso nella “passata di pomodoro”. Nel frattempo lo sconosciuto era entrato usando un enorme mazzo di chiavi. Era, evidentemente, un ladro che, sicuro che non vi fosse nessuno all’interno, aveva avuto ragione della serratura del portone e dei lucchetti dei due cancelli antistanti. Il ladro entrando si diresse verso la camera da letto -pareva conoscesse bene la casa- ed aperti i cassetti del comò trovò dei soldi in contanti ed alcuni gioielli. Dopo aver intascato la refurtiva passò davanti alla porta del bagno -solamente accostata- e notò il mio corpo immerso nell’acqua rossa. Dal mio telefono chiamò un’ambulanza…» il racconto di Learco si fermò nuovamente. Pareva che l’artista rivivesse la scena che non aveva potuto vedere quando, in realtà, era privo di coscienza. Il labbro superiore cominciò a tremargli, impercettibilmente, ma cercando di dominare quell’improvvisa reazione nervosa, tirò un sospirone per incamerare ossigeno e riprese a raccontare: «…la scena successiva riguardava il pronto soccorso del “Vera Cruz”, un ospedale privato di Campinas, che si trova vicino a casa. Il ladro aveva seguito l’ambulanza con la propria motocicletta e dopo aver dichiarato d’essere mio cugino, aveva pagato in contanti una mia degenza per sette giorni. I soldi erano i miei: ovviamente una parte di quelli rubatimi da lui.» «Hai mai saputo chi fosse il ladrone?» chiese Pedro, profittando del momento di pausa, mentre apriva una lattina di birra da porgere a Learco. «No! Aveva dei documenti falsi, intestati ad un italiano di nome Pierluigi che risultava essere residente a Praia Grande» rispose Learco. «A Praia Grande! Sei venuto qui per cercarlo?» chiese, stupito il bretone che, però, aveva un’altra curiosità da soddisfare. «Si e no! Ho preso casa a Praia Grande perché volevo cambiare aria e, poi, amo il mare. Non ti nego, tuttavia, che mi piacerebbe incontrare quello sconosciuto, con il quale ho un conto in sospeso» confessò Learco. «Per qual motivo… vuoi denunciarlo? In fondo ti ha salvato la vita ed avrebbe potuto fottersene di te. Ha pagato il ricovero con i soldi tuoi, è vero, ma avrebbe potuto tenerseli!» «Non è per denunciarlo.Vorrei, solo, che mi restituisse l’anello d’oro, con lo stemma nobiliare raffigurante un’aquila bicipite su una coppa poggiata sopra una scacchiera d’oro e d’argento sulla quale sono appoggiati un compasso ed una squadra incrociati. Era del nonno e sarei, finanche, disposto a pagarglielo, quel caro ricordo di famiglia.» «Tá bom, Genovese! Raccontami se hai sognato ancora, mentre eri in rianimazione» la domanda riguardava l’altra curiosità, fin’allora, repressa. «Come fai a sapere che ho sognato ancora?» chiese, perplesso Learco. «Molti dicono d’averlo fatto, in situazioni analoghe alla tua» rispose Pedro, facendo spallucce. «È vero, ho sognato ancora! Non riguardava più il ladro ma me stesso che mi trovavo sotto la lampada scialitica con attorno i sanitari. Vedevo il mio corpo dal di fuori… come se mi stessi allontanando. Ero divenuto un puntino lontano, quando mi voltai verso una grande luce di ghiaccio. Ero abbacinato, ma non avevo timore di quel chiarore... anzi, ne ero attratto! Una voce si fece sentire: era quella di mia madre. Mi diceva che non era giunto ancora il momento. Mi rivoltai nuovamente verso il puntino che s’ingrandiva velocemente e rientrai nel mio corpo. I medici avevano finito di cucirmi col laser e di medicare le ferite.» Il silenzio scese tra i due uomini mentre, concluso il racconto, un grosso pesce guizzava sulle onde del mare. Avevano “lamato” un peixe pargo del peso di qualche chilo. Il pesce era deciso a non mollare, ma con movimenti esperti, in un alternarsi di tira e molla, lo issarono a bordo dopo una mezz’ora circa. «È meglio pulirlo subito, prima che, con questo caldo, le interiora vadano in putrescenza e guastino il sapore della carne» propose Pedro, dando di piglio al suo coltello marca “Opinel”. Con un taglio netto aprì la pancia del pesce e ne estrasse le viscere e lo stomaco. Nel tastare le interiora, Pedro si accorse che c’era qualcosa di solido. Con grande stupore ne estrasse un anello d’oro. Riportava uno stemma raffigurante un’aquila bicipite su una coppa poggiata sopra una scacchiera d’oro e d’argento. I due uomini si guardarono ammutoliti. Learco riprese possesso del cimelio di famiglia che, per vie sconosciute, era tornato nelle sue mani. La coppa incisa si riferiva alla leggenda del Graal, l’aquila bicipite al duplice Impero d’Oriente e di Occidente, il compasso con la squadra era un simbolo massonico e quanto alla scacchiera d’oro e d’argento… poteva voler significare molte altre cose. Era un fatto molto strano, quello. Il destino continuava a giocare con la vita di Learco inviandogli, forse, un altro… segno premonitore.
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