Chapter 8

1528 Parole
Brasile, Stato di São Paulo – Litoral Sul Paulista. Città di Praia Grande, Mercoledì 23 maggio 2013 - “Una nottata di bagordi” Pedro aveva bevuto già qualche bicchiere di troppo ed, a stento, riusciva a star saldo sulle gambe. Nonostante ciò, quando vide entrare Learco, alzò il bicchiere invitando gli altri avventori in quel brindisi, improvvisato, in onore dell’amico. «Bevo alla salute della persona che è stata in grado di vedere a Rainha do Mar: Iemanjá. Brindiamo a Learco, mio grande amico, baciato dalla buona sorte!» In quella stessa mattinata, Learco aveva confidato a Pedro d’essersi imbattuto, il giorno prima - con il dubbio d’aver avuto un’allucinazione - in una sirena marina. Poiché il bretone aveva la bocca larga e non sapeva tenere un segreto, la voce s’era, subito, propalata tra i pescatori della zona. Quel che parve più strano, a Learco, è il fatto che nessuno aveva messo in dubbio quell’incontro inusuale. Pareva che, già, altre volte la cosa fosse accaduta a qualche raro pescatore, moltissimi anni addietro. In cuor loro, gli avventori del bar si auguravano di avere la stessa fortuna. Vedere Iemanjá ed essere baciati dalla buona sorte, in amore ed al gioco, era tutt’uno. I brindisi ed i giri di bevute continuarono per tutta la notte. Learco aveva le spalle dolenti per via delle pacche delle quali ognuno aveva voluto gratificarlo. La testa gli ronzava a causa dell’alcool ingerito e per il continuo ripetere il racconto, dell’incontro con la sirena, più volte sollecitatogli. Quando il barzinho del porticciolo chiuse i battenti, mancava un’ora al levare del sole. Con Pedro trotterellante al suo fianco si avviò verso la spiaggia. Aveva deciso di veder sorgere l’alba, prima d’andare a dormire per le successive ventiquatt’ore. Avrebbe perso un giorno: pazienza… altri, e poi altri ancora, ce ne sarebbero stati. La vita è lunga quando è monotona. Quando si buttò sul letto, ancora vestito, fissando il soffitto notò che girava, girava… e girava. Con quel vorticare ipnotico, nella mente, s’addormentò di colpo. Non seppe mai quanto tempo fosse trascorso, quando gli apparvero delle ombre, confuse, in sogno. Erano donne discinte, quelle che egli vedeva, velate di un alone di luce soffusa. Era difficile mettere a fuoco quelle immagini, ma riconobbe le voci con le quali gli si rivolgevano. Fu un susseguirsi di donne e situazioni in luoghi differenti. Erano tutte le donne che aveva amato nel suo passato, turbolento. Pareva che si fossero date convegno lì, in quel sogno surreale. Appariva strano come le stesse donne, che si erano odiate per gelosia, ora fossero lì convenute, concordi nel processarlo. Tutte, tutte sfilarono innanzi ai suoi occhi ed ognuna aveva accuse e recriminazioni da fare riguardo al passato, ma soprattutto per il fatto di non essere state padrone assolute di lui. Nessuna pietà ebbero e vani furono i tentativi per far ricordare quello che di buono c’era stato, nei rapporti con loro. Venne emessa, infine la temuta sentenza: la condanna, pronunziata dalle sue due ex mogli, prevedeva l’evirazione. «No-o-o, questo non me lo potete fare!» disse urlando, tenendosi i testicoli tra le mani, chiuse a conchiglia, per meglio proteggerli. «No-o-o, la castrazione no!» Si svegliò, di soprassalto, da quell’incubo infernale, tenendosi stretti tra le mani, i “gioielli di famiglia”. Il sole del primo pomeriggio filtrava dalle imposte accostate. Learco dette un’occhiata al suo telefono cellulare. Notò la data e l’ora: era passato un giorno e mezzo, da quando s’era addormentato. Si alzò con, ancora, la testa dolente per i postumi dell’ubriacatura di birra e cachaça. Si spogliò e trascinando i piedi andò sotto la doccia e vi rimase per più di mezz’ora. L’acqua fredda gli dava un bel sollievo e pareva che, scivolando sulla sua pelle, portasse via dolori e pensieri. Decise, infine, d’insaponarsi e dopo aver usato, abbondantemente, la striglia, essersi asciugato e sbarbato, si sentì pronto per riprendere il suo ruolo in quella partita che è la vita d’ogni dì. Non avendo voglia di cucinare, pensò d’andare a magiare qualcosa al ristorantino che c’è sulla passeggiata a mare. Deciso questo, si vestì con camicia, cravatta ed uno dei suoi completi migliori. Entrò nel ristorante, si sedette ad un tavolo e dette un’occhiata al menù, di malavoglia, aveva ancora lo stomaco in subbuglio. Dovendo mangiare, per forza, ordinò una colazione all’americana. Quando il cameriere ebbe finito di trasferire le portate dal carrello alla tavola, Learco aveva innanzi a se una quantità di cibo inusitata. Due uova fritte con fettine sottili di bacon lo occhieggiavano beffarde, dal piatto, lanciando la loro sfida. Learco decise d’accecarle intingendovi una fetta di pane tostato. Fu poi il turno della zuppa d’avena, del caffè nero e lungo, dei panini caldi e imbottiti di sottilette di formaggio e prosciutto, delle fettine di torta dolce, della macedonia di frutta e, per ultimo, del caffè espresso all’italiana. Mentre sorseggiava una seconda tazzina di caffè, la sua attenzione fu presa da una donna che, nel tavolino posto di fronte, gli stava sorridendo. «Ha un volto stupendo… mi ricorda qualcuno! Non mi sovvengo dove e quando, ma l’ho già incontrata quella donna…» si trovò a pensare mentre, con la fantasia, la stava spogliando degli abiti, soffermandosi sul seno, decisamente voluminoso. Fu un lampo di memoria a fargli ricordare il dove ed il quando: «… ecco dove! L’ho vista tra le onde del mare al largo… tre giorni fa. È la sirena, ma oggi ha lasciato a casa la coda.» Quel pensiero, strambo, di una coda da poter indossare a piacimento, lo fece sorridere. Non si accorse che quel sorriso, dalle sue labbra, aveva preso la via verso la bella sirena del tavolo di fronte. Anche lei gli sorrise, nuovamente. La donna pareva disponibile e Learco seguì il proprio istinto. S’alzò da tavola e si diresse verso la sirena ammaliatrice che lo aspettava. «Mi perdoni, mi chiamo Learco Learchi e sono scrittore…» non ebbe modo di proseguire oltre. «Lo so, la conosco! O meglio, conosco i suoi romanzi e la raccolta di versi da lei scritti» disse la donna, facendogli cenno d’accomodarsi. «È per questo motivo che mi ha sorriso?» chiese Learco un poco deluso. «Non solo… ma l’ho vista mangiare così di buon appetito e mi è venuto spontaneo sorriderle. Anche lei lo ha fatto» si giustificò la donna,. «Gradirebbe una tazza di caffè signora…» azzardò, con garbo educato, lo scrittore. «Serena… mi chiamo Serena e non sono sposata» si presentò, precisando quel che a lui premeva di conoscere di lei, sfiorandogli lievemente la mano posata sul tavolo. Un lieve contatto epidermico fu sufficiente a trasmettere le sensazioni di un messaggio non detto. È questa la comunicazione, antica, che unisce le persone. Ci si stringe la mano e poi la sensazione che ne scaturisce fa nascere la simpatia o l’antipatia, a volte l’attrazione o la repulsa. «Tá bom Senhorita Serena! Le va del caffè espresso all’italiana?» ripropose Learco, con l’intenzione di intrattenersi con lei il più possibile. «Ma è veramente fatto all’italiana?» chiese Serena, certa d’avere a che fare con un intenditore. «Mais ou menos…» rispose Learco che poi aggiunse: «…quello che servono qui è abbastanza buono, ma se vuole bere un “vero” caffè fatto all’italiana, c’è un solo un posto dove poterlo trovare.» «Dove si troverebbe questo posto speciale?» chiese Serena, coprendosi la bocca con una mano, mentre rideva, divertita. «A casa mia, è ovvio! Sa, io sono italiano» aggiunse, con orgoglio, lo scrittore. «Anche questo lo sapevo! Ho letto la sua monografia e devo dire che l’ho trovata interessante.» «Interessante, come e per qual motivo?» chiese, incuriosito, Learco mentre il cameriere portava i due caffè, prima ordinati. «Direi… intrigante! Un pittore giramondo, che scrive poesie per dipingere sensazioni sul cuore della gente. Che vive una parte dell’anno in Italia. Non può che intrigare… una donna romantica.» «Lei è romantica, Serena?» chiese Learco, guardandole l’iride degli occhi verdi come il mare. «Sì, lo sono…» e, subito, aggiunse: « … moltissimo» per rimarcare quanto lei fosse intrigata da lui e dal suo modo di fare. Il caffè espresso all’italiana del ristorante non era dei migliori, ma nessuno dei due ci fece caso. Si alzarono, Learco ebbe modo di notare che il corpo di Serena era statuario. Pagò il conto e si avviò, con lei, alla porta. Fuori, il pomeriggio volgeva alla fine e le prime ombre parevano allungarsi su quella breve giornata. Era stata breve, ma importante sia per lui sia per lei. Era nata un’attrazione il cui incanto non pareva doversi spezzare mai. Stettero in silenzio a guardarsi negli occhi: non erano necessarie le parole tra loro. Il messaggio che gli sguardi stavano trasmettendo aveva origini antiche, ancor prima che le donne e gli uomini apprendessero l’uso della parola. Learco e Serena volsero lo sguardo verso il mare ed una ventata di brezza avvolse i loro volti, portando profumi autunnali. Lei azzardò una carezza sul volto di lui, che subito prese quella mano per baciarne il palmo. Non si dissero addio: era troppo presto per farlo. Stabilirono d’incontrarsi di nuovo, con la scusa d’una tazza di vero caffè all’italiana. Learco le diede il suo biglietto da visita :«… il destino va, spesso, aiutato con un indirizzo» pensò, porgendole il cartoncino.
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