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Matilde strinse a sé i sacchetti di plastica.
L’uomo che la stava osservando con insistenza non le piaceva per nulla. Aveva occhi da predatore, scuri come la notte, fissi su di lei sin da quando si era seduto sulla panchina di fronte alla sua.
La testa glabra, la mascella quadrata, il collo corto e le scarpe lise che calzava lo inserivano nella categoria delle persone da evitare assolutamente. Pensò che doveva essere uno dei tanti disperati provenienti dall’est europeo alla ricerca di fortuna.
“Troppi... e questo qui, poi, mi guarda... non voglio che mi guardi... mi guardi...” mormorò.
Lo vide alzarsi e si fece ancora più minuta di quello che era, scivolando tra i propri effetti, temendo che si potesse avvicinare per derubarla. Dopo qualche istante in cui non successe nulla, sollevò leggermente la testa per guardarsi intorno, sperando di non essere sola in quell’angolo dei giardini pubblici, abitualmente frequentato dagli “africani”, ma non vide nessuno in grado di difenderla.
Gli uomini neri li aveva visti arrivare qualche mese prima, ma non erano quelli che di solito vendevano le borse false al mercato del venerdì o per le vie di Ventimiglia. Questi erano diversi, infilati in magliette dai colori sgargianti, dondolavano sulle lunghe gambe, oscillando come giunchi al vento mentre discutevano tra loro in una lingua tanto sconosciuta quanto musicale.
Giungevano presto ai giardini e rimanevano lì molte ore senza fare nulla, come se fossero in attesa di qualcosa che non si verificava mai, ma in quel momento non c’erano.
“Accidenti... adesso arriva... arriva... si prende tutto... tutto...” disse con un filo di voce.
Aspettò invano l’attacco del “predatore” e quando la curiosità vinse la paura, si sollevò del tutto, giusto il tempo per vederlo, fermo, all’altezza del cancello: le sorrideva.
La smorfia che l’istinto di conservazione produsse fu una specie di ghigno molto simile ad un sorriso che immediatamente represse.
“Matilde, sei scema... non si sorride ad uno sconosciuto, specie ad uno come quello lì!” pronunciò, rimproverando se stessa.
“Forza, andiamo... andiamo... andiamo, che è tardi” disse mentre si alzava, portando dietro tutti i sacchetti di plastica agganciati agli arti come perle al filo di una collana.
Si mosse in direzione opposta a quella dell’uomo, con l’intenzione di raggiungere l’uscita meridionale dei giardini che l’avrebbe immessa direttamente nella passeggiata a mare.
Ogni tanto si fermava per guardare dietro di sé, temendo di essere seguita. “Magari ha fatto solo finta di andarsene... forse sì... forse no... forse...” sussurrò a se stessa.
Il sole riduceva sempre più in fretta le ombre delle poche palme che avevano resistito al Punteruolo rosso, mentre frotte di bambini vocianti la sfioravano lesti, correndo verso i ciottoli della spiaggia che si sviluppava oltre passeggiata Oberdan.
“Piano... piano... andate piano, che intanto non scappa... se avete mangiato la colazione non si può fare il bagno prima di tre ore... tre ore... tre ore...” farneticò sommessamente. “...e poi non spaventate gli uccellini... gli uccellini... gli uccellini... ci vogliono tre ore prima di fare il bagno... tre ore... tre ore...”
Quando fu sul marciapiede contrapposto ai giardini si voltò per per l’ennesima volta, osservando con attenzione tutto l’osservabile. “Non c’è, Matilde... non c’è... non c’è... è inutile che continui a preoccuparti... preoccuparti...”
Guardò la passeggiata a mare in direzione levante, consapevole del tragitto che avrebbe dovuto affrontare: circa un chilometro che separava la foce del Roia da quella del Nervia e che in quel breve tratto cambiava nome per quattro volte.
Li ricordava perfettamente quei nomi, conoscendo esattamente il punto in cui uno subentrava all’altro. Li ripeteva in forma meccanica ogni giorno mentre percorreva lo stesso percorso. “Ora passeggiata Oberdan... Oberdan...”
Mentre camminava manteneva la testa china con il mento che poggiava sul petto e gli occhi incollati al selciato come se non volesse incrociare quelli degli altri.
Le sue labbra si muovevano lievi, riproducendo una melodia sentita alla radio molto tempo prima. “...che cos’è l’amor... chiedilo al vento... che cos’è l’amor... chiedilo alla porta... ahi permette signorina sono il re della cantina... che cos’è l’amor... che cos’è l’amor... ahi permette signorina sono il re della cantina... son monarca... son boemio... che cos’è l’amor... è un sasso nella scarpa... che cos’è l’amor... sono monarca... son boemio...”
Dieci minuti dopo si arrestò all’altezza dell’incrocio con via Chiappori. “...ora passeggiata Cavallotti... Cavallotti...”
Osservò soddisfatta la profondità della perpendicolare che come un affluente si gettava nell’arteria principale e poi riprese a camminare.
Il caldo cominciava ad essere intenso, ma non per lei che pareva non provare nessun imbarazzo nonostante l’abbraccio soffocante del cappotto di lana e della calzamaglia, mentre sulla spiaggia alla sua destra i corpi seminudi dei bagnanti, cosparsi di olio abbronzante, luccicavano al sole.
Matilde non faceva caso all’umanità che le scivolava a fianco e che con chiaro disappunto cercava di evitarla passandole ad una distanza che reputava di sicurezza.
Prima di arrivare a destinazione si fermò ancora due volte: “...ora passeggiata Trento e Trieste... ora passeggiata Varaldo...”
In ultimo si arrestò davanti al cancello arrugginito di una casa indipendente a due piani, circondata da un giardino cinto con rete metallica. Sembrava un corpo estraneo in un contesto di costruzioni moderne che come mostri avevano inghiottito gli ultimi terreni vergini di Ventimiglia.
Annichilito da tanta arroganza, l’edificio sembrava difendere, mediante la fragile recinzione in filo di ferro, lo spazio vitale in cui la natura affermava la propria sovranità con un’esplosione disordinata di vegetazione sponanea.
Una lingua di cemento conduceva al portone ligneo dell’immobile, i cui intonaci sembravano reduci da un attacco bellico, mentre tutte le finestre erano sbarrate da persiane consumate dalla salsedine e dal tempo.
Matilde la percorse tutta prima di sparire oltre la pesante anta.
Il buio piuttosto intenso che l’accolse non parve spaventarla e si mosse con sicurezza lungo il corridoio su cui si affacciavano quattro stanze e la scala che portava al piano superiore.
Abbandonò i sacchetti nella prima alla sua destra, sovrapponendoli ad altri che coprivano i tre quarti del vano. In ognuno di essi conservava soprattutto materiale cartaceo che recuperava per le strade della città: c’erano quotidiani, riviste, manifesti e anche diversi libri, una sorta di raccolta della memoria editoriale di ciò che veniva pubblicato, letto ed abbandonato. “Non si butta nulla... nulla, specie le parole... parole. Sono belle le parole... parole...”
Dall’ultima raccolta estrasse un quotidiano che portò con sé al piano superiore dove, raggiunta la propria stanza da letto, si svestì del cappotto e del foulard che nascondeva fluenti capelli biondi.
Si accomodò sulla poltrona posta accanto alla finestra che si affacciava sul mare. Sfruttando il fascio di luce che filtrava dal pertugio creatosi sulla persiana orfana di alcune doghe, cominciò a leggere.
Gli occhi si muovevano lenti, seguendo le righe degli articoli che sottolineava con l’indice destro.
Le piaceva molto leggere, le era piaciuto da sempre, sin da quando aveva imparato a farlo, diventando in breve tempo un’esigenza alla quale non sapeva rinunciare.
“... leggi Matilde, leggi ad alta voce... fallo per me...” ricordava ancora le parole con cui sua madre la invitava a farlo.
“...certo, mamma... certo... leggo... leggo...”
Un rito che ripeteva ogni giorno anche dopo che Anna se ne era andata.
“...è volata in cielo... in cielo...”
La morte era per lei un concetto astratto, che la sua personalità infantile non aveva mai elaborato. Sapeva solo che ad un certo punto la vita terrena si interrompeva, liberando così l’anima che volava in cielo. Glielo aveva detto Anna e se l’aveva detto lei era vero.
Anche la sua mamma era diventata un angelo a cui continuava a leggere gli articoli dei quotidiani.
“...leggo mamma... leggo...”
Matilde rimaneva inchiodata alla poltrona sino a quando la luce del sole lo consentiva. Poi quando le braccia magre non reggevano più il peso della carta e cominciavano a dolere, si arrendeva.
Spesso rimaneva lì, immersa nel silenzio che la circondava; qualche volta si addormentava vinta dalla stanchezza della solitudine.
Conduceva un’esistenza misera, al limite dell’indigenza, consumata tra i giardini pubblici e la casa che Anna le aveva lasciato.
Ventimiglia era una città piccola in cui tutti conoscevano tutti. Tutti tranne lei che pareva essere invisibile, presente solo nei rari momenti in cui le vite degli altri incrociavano la sua.
Era considerata una barbona che puzzava, dalla quale stare lontani, come se il disagio sociale fosse un male contagioso.
Nessuno le rivolgeva la parola o un semplice gesto di carità; solo due persone avevano con lei una relazione stabile ed una di queste era Marta, l’impiegata dei servizi sociali che settimanalmente le faceva visita.
Ogni martedì, alle dieci di mattina, superava il cancello e dopo averla chiamata più volte ad alta voce, aspettava sul battuto di cemento. Immobile, con le mani piantate sui fianchi e le gambe allargate, vedendola affacciarsi oltre l’anta, le gridava “Tutto bene Matilde?”
Poi senza attendere una risposta si girava sui tacchi, trotterellando e sculettando verso la Panda che il Comune le aveva messo a disposizione per le visite domiciliari.
Era alta un metro e cinquanta con curve abbondanti che difendeva virtuosamente “centodieci, sessanta, centodieci, amico...mica balle...”
Vitalità esplosiva compressa in un corpo che non aveva voluto sentire ragione di espandersi in altezza.
Preso posto sul veicolo, si osservava nello specchietto retrovisore aggiustandosi i capelli ricci ed ossigenati; poi con il mignolo della mano destra si ritoccava le sbavature di rossetto agli angoli delle labbra carnose. Infine partiva con uno scatto improvviso, senza preoccuparsi troppo delle precedenze, per immettersi nella passeggiata Varaldo.
Tutti i martedì lo stesso rito che per Matilde era diventato un gioco in cui c’era chi cercava e chi si nascondeva, sino a quando il richiamo della prima non si faceva insopportabile ed allora la seconda non aveva altra scelta che affacciarsi.
“...tana per Matilde... tana per Matilde...” ripeteva quando poi, richiudendo la porta, raggiungeva la stanza dei giornali.
La seconda persona che incontrava era Guido, un uomo piccolo, grasso, con folti capelli neri, perennemente sudato che portava occhiali rotondi e che si trascinava dietro un odore che a lei ricordava quella strana pomata che suo padre Umberto si metteva sui capelli corvini mentre li pettinava.
Guido arrivava quando voleva ed entrava in casa senza bussare e senza chiamarla. Aveva la chiave e spesso se lo era ritrovato davanti all’improvviso.
Silenzioso, si muoveva nella penombra delle stanze sino a quando non la trovava.
Lui le portava dei documenti da firmare ed un sacchetto contenente alcuni generi alimentari.
“Sono documenti importanti Matilde, molto importanti per il tuo bene” la rassicurava lui.
Poi dopo aver ultimato il suo compito, spariva nello stesso modo in cui era entrato.
Se non fosse stato per gli alimenti che le lasciava, avrebbe detto che Guido era un fantasma che puzzava di petrolio.
Anche questo, per lei, era un gioco che però le piaceva meno.
“... quante firme... firme... quante...”
Preferiva quello che faceva con Marta “... tana per Matilde... tana per Matilde.”
Il giorno si spense con l’ultimo refolo di luce che, dopo averle sfiorato il viso, soffocò nella penombra della stanza.