Capitolo 3-1

2015 Parole
3 Il bar Canada, anche nel mese di agosto, era pieno di avventori che si ammassavano lungo il bancone ligneo oltre il quale sapienti mani creavano il miglior caffè di Ventimiglia. “Vede dotto’, il caffè non è una cosa semplice, una bevanda qualsiasi che tu prendi esclusivamente per abitudine. Un caffè, per essere buono, deve essere nero come la notte, caldo come l’inferno e dolce come l’amore. Come quello che fanno qui.” Gli occhi di Tonino studiarono la mandibola rigida del commissario Scichilone. “Non è d’accordo?” chiese. “Tonino, sei diventato poeta... per un caffè?” “Signor commissario, io vengo da Napoli e da noi, il caffè è una esigenza come l’ostia per il cattolico, ci mette in pace con Dio. Quando trent’anni fa sono arrivato qui, l’unica cosa che mi sono portato appresso è stata la napoletana, senza la quale non avrei saputo vivere. Pensi che mia moglie mi ha raggiunto tre mesi dopo e io non ne ho avuto nostalgia, cosa che sarebbe accaduta se non mi fossi portato la caffettiera” ammiccò l’uomo con una strizzata d’occhio. Tonino Cappiello era un napoletano nato e cresciuto nei quartieri spagnoli, con un’infanzia consumata agli angoli dei vicoli a fare da palo per i grandi che contrabbandavano le “bionde”. La strada era stata la scuola dove aveva studiato per diventare un rispettato ed indipendente commerciante di prodotti con marchi falsi. “È vero vendo borse ed orologi contraffatti, ma è roba buona, meglio di quella originale. Lo faccio senza essere legato a quelle logiche criminali che mi hanno fatto scappare da Napoli. Io la compro da chi la produce per le grandi firme, sono praticamente le stesse, solo che le mie non passano per i canali ufficiali. Questo mestiere lo faccio con la dignità di chi con quei ricavi ha potuto crescere tre figli. In fondo non so fare altro e piuttosto che andare a rubare o a spacciare droga...” Era stata da sempre la sua difesa, specie quando veniva pizzicato. Non era una giustificazione, ma piuttosto un’onorevole ammissione di responsabilità. Quando Maurizio collocò le tazzine fumanti sul piattino candido, le parole cessarono e lasciarono spazio al religioso silenzio con cui Scichilone e Tonino sorseggiarono il caffè. Furono quindici secondi di orgasmo gustativo ed olfattivo in cui tutti i sensi furono sollecitati a dovere come solo sa fare un’amante sapiente e generosa. Il commissario chiuse gli occhi, lasciandosi trascinare dalle immagini che solo quell’aroma intenso sapeva evocare. Si rivide a trent’anni, con tanti capelli ed un fisico da atleta. Quando li riaprì si ritrovò di nuovo all’interno del bar Canada immerso nell’euforia di colazioni con cappuccini e brioches che venivano somministrati ad avventori affamati. Davanti a lui il viso scarno e gli occhi tristi di Tonino. “Andiamo a faticare e questi li offro io” disse quest’ultimo facendosi largo tra la folla. Attraversarono la strada e si separarono davanti all’ingresso del mercato ortofrutticolo, promettendosi di ritrovarsi ad un prossimo caffè. L’aria era calda come sa esserlo nelle giornate estive, in cui il vento è solo il parente lontano di quello di marzo, e la brezza alpina che dovrebbe spirare dalla Val Roia si è fermata al fresco degli abeti del col di Tenda. Il commissario sentiva addosso l’afa come una seconda pelle, appesantita dalla consapevolezza che i suoi cinquantasei anni venivano traditi da una senilità precoce. I cento metri che lo separavano dal commissariato, furono un calvario e come un vecchio si trascinò lungo il marciapiede ad un ritmo degno di un pensionato. Ogni tanto si fermava ed osservava qualsiasi cosa attirasse la sua attenzione, un oggetto, una persona, un mezzo o una crepa su un muro. Suonò il campanello d’ingresso ed immediatamente le porte scorrevoli si spalancarono davanti a lui. Imboccò il breve corridoio che a destra conduceva al suo ufficio. “Signore... signore, dove sta andando?” chiese il piantone che magicamente si materializzò nel corpo di guardia. “In ufficio” rispose Scichilone rendendosi conto che non aveva mai visto prima quell’agente. “Sì, in ufficio... quale ufficio?” “Il mio, sono il commissario Scichilone.” “Mi ascolti, io sono arrivato ieri e non la conosco...mi faccia vedere il tesserino e poi ci crederò...” Il commissario percepì la tensione crescere dentro di sé. Strinse i denti mentre le vene temporali si ingrossarono. “Certo... certo...” disse frugandosi nella tasca posteriore. “Cazzo... dove cazzo l’ho messo...guardi non lo trovo... forse l’ho lasciato in ufficio... ma mi creda, sono il dirigente di questo commissariato...” L’agente si sporse ulteriormente. “... Senti amico, ci sta un sacco di gente che ha provato e che ci prova a farmi fesso... se tu fossi realmente un commissario non andresti in giro senza tessera... e poi vestito così, maglietta e jeans... un dirigente di un commissariato si veste con giacca e cravatta, amico. Inoltre, mo’ che ti guardo bene, avrai almeno sessanta sessantacinque anni e da noi si è già in pensione... alla tua età minimo minimo i nostri dirigenti sono vicequestore... e tu chi saresti? Un commissario, ma esci di qua prima che ti faccio arrestare.” Scichilone avrebbe voluto afferrarlo per il bavero della camicia, ma si trattenne. “Ok, ragazzo... ok... fai una cosa chiama qualcuno degli uffici e falli scendere così ti daranno loro la conferma di chi sono!” “Eh già, mo’ vado a disturbare i cristiani che stanno lavorando, ma lascia perdere e sparisci!” Il commissario prese il telefono cellulare per chiamare Capurro nell’esatto istante in cui questi si materializzò nell’atrio di ingresso. “Dottore, buongiorno.” “Buongiorno un cazzo! Fammi un favore Peppino digli a questo... a questo... qui chi sono, perché mi ha bloccato da dieci minuti e non mi vuole fare salire nel mio ufficio.” “Gaetano, che fai? Non vuoi far entrare il dirigente del commissariato?” “Ispetto’ io non lo conosco e quando gli ho chiesto il tesserino non l’aveva...” “Dottore, ma lei non ha la tessera?” chiese Capurro. “No, Peppino, in estate la lascio in ufficio... non so dove metterla con i jeans...” “E allora il ragazzo ha ragione...” “Ha ragione...?” “...non la conosce e non ha la tessera!” Il commissario fissò negli occhi il suo più stretto collaboratore, consapevole del fatto di essere in torto. “Gaetano, garantisco io per il dottore, va bene?” Capurro si rivolse al piantone. “Se lo dite voi, per me va bene... potete salire.” L’aria dell’ufficio era ancora più calda di quella esterna, pregna dell’odore acre di nicotina. Il rapporto di Scichilone con il tabacco era come quello di due amanti che un po’ si cercano, trasformando le loro vite in una passione intensa e poi si respingono per paura di essere travolti dalla passione stessa. C’erano stati periodi in cui consumava anche due pacchetti al giorno, specie quando la tensione aumentava. Era capitato nel corso di particolari indagini o quando la sua vita privata si era trasformata nel caos assoluto. Il fumo lo rilassava. Quello che stava vivendo era un momento in cui aveva ripreso ad essere un buon cliente del Monopolio di Stato anche se non c’erano apparenti motivi per farlo. Nessuna investigazione, nessuna donna che gli facesse battere forte il cuore o girare i coglioni; erano pochi persino i fascicoli che di solito si ammucchiavano sulla scrivania e addirittura erano rare le telefonate del questore che abitualmente gli spaccava i marroni per risultati da inserire nelle statistiche del cazzo. Praticamente un momento di pace come non c’era mai stato. Forse era proprio per quello che aveva ripreso a fumare, per noia. Non si capacitava che Ventimiglia si fosse trasformata in un’oasi felice in cui gli spacciatori avevano smesso di farsi la guerra per il controllo del territorio, che i ladri fossero tutti in ferie e che la malavita organizzata si fosse spostata altrove non avendo più un commerciante da mettere a strozzo. Non accettava neppure che, dopo essere uscito dalla depressione, non riuscisse più a guardare una donna con l’appetito sessuale con cui di solito la osservava. Non capiva perché non ce la facesse neanche ad avere solo una relazione amichevole con una donna. Aveva cercato di spiegarlo a “tette profumate” che lo aveva ascoltato con sguardo neutro per circa un’ora, congedandolo con una ricetta medica su cui erano indicati dei farmaci dai nomi impronunciabili e la parcella che aveva molti più zeri di quelli presenti sul suo estratto conto bancario. La ricetta l’aveva gettata nel primo cestino della spazzatura ed il conto lo avrebbe saldato dopo il ventisette di quel mese dal caldo infernale. Lui odiava i farmaci e non li avrebbe mai presi. Non accadeva nulla e questa situazione lo faceva sentire a disagio. “Novità?” chiese mentre spalancava le due finestre che si affacciavano nel cortile interno. “Nessuna” rispose Capurro. L’affermazione aveva lo stesso spessore della nebbia padana in novembre, tanto fitta ed impenetrabile da soffocare ogni alito di vita. “... nessuna...” fece da eco il commissario. Sentì l’esigenza di accendersi una sigaretta che prese dal pacchetto appoggiato sotto lo schermo del computer. Inspirò a lungo come se quella boccata fosse la nebbia di novembre. Guardò i dieci fascicoli pronti per la firma e poi il viso rotondo dell’ispettore in cui gli occhi sembravano biglioni pronti ad essere espulsi dalla pressione corporea trattenuta a stento da una testa enorme appoggiata sul collo corto. Il silenzio era ancora più spesso della nebbia. “Usciamo, facciamo due passi che intanto qui non abbiamo nulla da fare” disse Scichilone. Era curioso di capire se Ventimiglia fosse veramente cambiata o se quella calma apparente era ciò che precedeva la tempesta. Via Aprosio a quell’ora era la solita arteria trafficata da una costante coda di vetture che sembrava non esaurirsi mai, come un’emorragia in un paziente privo di piastrine. I negozi avevano vetrine lustre e pochi clienti all’interno che ciondolavano curiosi tra un espositore di liquori e uno scaffale di scarpe con qualche rara puntata nelle gioiellerie. La crisi si sentiva anche nella città di confine e molte serrande abbassate ne erano la testimonianza più concreta. “Caffè?” propose l’ispettore. “L’ho appena preso, magari più tardi.” Si diressero verso piazza della Libertà il cui nome poco aveva a che vedere con la facciata essenziale del palazzo comunale che la dominava, eredità di un tempo lontano e doloroso. Percorrendo il perimetro esterno del mercato coperto, Scichilone ebbe la sensazione che tutto era rimasto immutato: i soliti umori sociali, gli stessi schemi di una città dall’anima commerciale. Avrebbe voluto dire anche le solite facce, ma i due brutti musi che sedevano ad un tavolo esterno del Bar Canada non li conosceva affatto. Avevano lineamenti che parevano scolpiti con l’accetta e sguardi che non promettevano nulla di buono. Ma la cosa che l’aveva colpito di più erano i giubbotti di pelle che indossavano nonostante il caldo. “Peppino, butta un occhio a quei due seduti lì fuori.” Si fermarono un istante per dare la possibilità a Capurro di individuare i soggetti. “Noti niente di strano?” chiese Scichilone. “I giubbotti... con questo caldo...” rispose l’ispettore. “Esatto.” In quello stesso istante i due si alzarono, avviandosi nella stessa direzione di marcia dei due poliziotti, ma percorrendo il marciapiede opposto. “Seguiamoli ed intanto avvisa la sala radio che faccia convergere in zona una pattuglia” ordinò il commissario. Gli sconosciuti imboccarono corso Repubblica, fermandosi esclusivamente davanti alle vetrine delle due gioiellerie presenti nella via. Sembrava fossero interessati ai preziosi esposti ed anche ai sistemi di videosorveglianza dell’esercizio. Si spostarono in via Cavour che percorsero tutta in direzione Francia, fermandosi solo in prossimità dei negozi di preziosi. “Credo che non siano interessati a qualche acquisto, ma che abbiano in mente cose strane” disse il commissario. “Forse è meglio identificarli, prima che combinino qualche guaio” suggerì Capurro. Scichilone osservò la strada, i marciapiedi e la posizione dei due. “Sono d’accordo e credo che sia il momento giusto... poca gente in giro e loro fermi davanti alla vetrina di ‘Le più’. Accertati solo che la pattuglia sia in zona” disse il commissario. “Ho appena sentito l’operatore: ne abbiamo due, una in largo Francia e l’altra in corso Repubblica.” Scichilone gettò a terra la sigaretta appena accesa. “Digli che scendano dalle auto e che si avvicinino a piedi, intanto noi procediamo.” Si mossero lenti, cercando di assomigliare il più possibile a due viandanti pigri che dialogavano indifferenti a ciò che li circondava. “Spero che almeno tu abbia pistola e tesserino” azzardò il commissario. “Certo, perché lei no?” Il silenzio del dirigente fu più eloquente di qualsiasi risposta. “Cazzo... speriamo bene...” aggiunse Capurro. Lo spazio si stava esaurendo in fretta e prima che i poliziotti raggiungessero gli sconosciuti, uno dei due staccò gli occhi dalla vetrina concentrandosi sulla strana coppia che si stava avvicinando. Non ci mise molto a capire che quelli non erano turisti o indigeni che, non avendo nulla da fare, vagabondavano per le vie di Ventimiglia. L’uomo aveva occhi allenati ed istinto da animale braccato. Diede un impercettibile tocco al compagno che a sua volta volse il capo verso chi stava sopraggiungendo. Troppo tardi, comunque per cercare di allontanarsi dall’inevitabile incontro. Scichilone notò il movimento e si preparò al peggio. Era chiaro che i due nascondevano qualcosa e che soprattutto li avevano riconosciuti come sbirri.
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