1 Rette parallele
Le lunghe dita affusolate, con le unghie fresche di manicure e dipinte di rosso scarlatto, si muovevano sinuose sulla coscia di Diego, descrivendo piccoli cerchi tutt’altro che casuali.
A volte sostavano sulla rotula, dove la mano si apriva e il palmo piatto la accarezzava con una delicatezza provocante. Altre, ripercorrevano maliziose l’interno della gamba, fermandosi a pochi centimetri dal cavallo dei suoi pantaloni.
Il tocco era caldo, sicuro, stimolante. La pressione era esercitata con calcolata sapienza nei punti più erogeni.
Peccato, però, che lui ne avesse più che abbastanza.
“Claire, se ti stai annoiando, puoi anche andartene. Io non ho nessuna intenzione di trattenerti. Domani, con calma, potrai esaminare questo tedioso fascicolo da casa, se vorrai evitare di presenziare alla riunione.”
Per scoraggiarla, aveva impiegato il tono di voce più scostante di cui fosse capace, ma sapeva già che, con una donna spregiudicata come lei, non avrebbe funzionato. Ormai erano due faticose ore che cercava di sottrarsi alle sue mani invadenti, mostrandosi indifferente alle sue lusinghe e sforzandosi di rimanere concentrato sul lavoro.
Lei però, come sempre, insisteva, marcandolo stretto. A ogni rifiuto delle sue avances, infatti, Claire faceva orecchie da mercante. Sapeva essere tenace come un cane da combattimento, perciò si sarebbe guardata bene dal mollare la presa.
“Diego, Diego… So che ti preoccupi per me, ma te l’assicuro, non mi pesa attardarmi. Non con te accanto. Inoltre, mi conosci abbastanza da sapere che non ti lascerei mai da solo, in questo ufficio freddo e buio, a svolgere un lavoro che, data la nostra intesa, è perfetto per noi due.”
“Non siamo mica in una caverna!” le rispose, sorvolando sulla ridicola allusione al loro presunto affiatamento e astenendosi dal palesare il suo disgusto per quel tono mellifluo.
“Be’, a me sembra di sì! È tutto così dozzinale, anonimo… Non pensi anche tu che una nota di colore ravviverebbe l’ambiente?”
“Niente affatto” replicò secco. “L’arredamento rispecchia il mio modo di essere e mi piace così com’è. Se tu, invece, sei in cerca di qualcosa di più vivace, dovresti visitare altri luoghi, altri uffici. Dicono, per esempio, che il palazzo in cui ha sede la società di tuo padre abbia bisogno di un urgente restauro. Non vorresti essere tu, in prima persona, a occupartene?”
Le unghie della donna, che poco prima erano transitate sulla coscia, gli artigliarono di colpo l’avambraccio, come se Claire fosse stata colta da un pensiero spaventoso.
“Quell’orrore? Scherzi? Non vedo l’ora che venga demolito! Tu no?”
Diego non era del suo stesso avviso. Non aveva alcuna intenzione di abbattere un edificio storico ma, se lei per caso si fosse trovata all’interno, magari vi avrebbe fatto piazzare un po’ di C4 e boom! Problema risolto.
Voltò il capo affinché lei non notasse il perfido sorriso che quell’assurdo proposito aveva generato ma Claire, ancora in attesa di una risposta, commise l’errore imperdonabile di allungare la mano verso il suo mento.
Non appena si sentì sfiorare, Diego trasalì e si ritrasse.
Non era stato abbastanza rapido da mascherare quel brivido di ribrezzo che di solito provava, ogni volta che qualcuno si azzardava a tanto, ma dubitò che lei lo avesse colto o che potesse anche solo sospettare cosa vi si celasse dietro.
Poteva tollerare di essere toccato su qualunque altra parte del corpo, tranne che sul viso.
Sdegnato, le rivolse un’occhiataccia che servì a un duplice scopo: farle ritrarre la mano e costringerla a spostare la sedia di almeno mezzo metro.
Lo stava tallonando sin da quando era arrivata, a metà pomeriggio, non invitata. Non sopportava più né il suo profumo dolciastro né la sua bocca rosso fuoco, truccata ad arte e con le labbra gonfie, atteggiate a culo di gallina.
Come aveva fatto ad andarci a letto? Doveva aver esagerato con i drink, per cedere a una falsa e arrivista come lei.
Non che fosse stata peggiore di altre… Ne aveva frequentate di donne, alcune anche più antipatiche, ma quella loro insignificante scopata di sei mesi prima aveva avuto troppi strascichi indesiderati. Primo tra tutti, la sua costante, ingombrante presenza.
Era ora di dire basta. Basta allungare le mani, in ogni luogo e circostanza. Basta con gli agguati tesi in garage, in ascensore, persino tra i corridoi dell’azienda. Basta abusare del suo tempo per sciocchezze di ogni tipo. Soprattutto, però, basta con l’uso smodato del suo nome perché, quando glielo sentiva pronunciare, gli si accapponava la pelle, per un genere di sensazioni sempre meno piacevoli.
Tra l’altro, lui era il capo ed esigeva assoluta deferenza.
Il suo ufficio, che tutti si erano abituati a considerare off limits, a causa di Claire stava invece diventando aperto al pubblico. Entrava e usciva così spesso che ormai la immaginava sempre appostata nei pressi delle scale, intenta a notare il minimo spiraglio, in modo da approfittarne e coglierlo di sorpresa.
La situazione era diventata esasperante, specie per uno come lui, che proteggeva la propria privacy anche a costo di sembrare un asociale.
Diego sapeva cosa si raccontasse in giro sul suo conto. Che era scontroso, per niente espansivo, addirittura allergico ai rapporti umani. Spesso leggeva timore negli occhi dei suoi interlocutori e, a dirla tutta, non la trovava una sensazione così negativa. Essere temuto significava anche essere rispettato e, dal momento che non gli piaceva socializzare, tanto meno quando lavorava, non era un problema per lui apparire come uno dal cuore di ghiaccio e le maniere di un burbero.
Erano trentatré anni che veniva criticato e giudicato. Gli avevano anche affibbiato un soprannome che detestava, ma non aveva mai mosso un dito per difendersi. Anzi, più lo ritenevano uno da temere, meglio era per lui.
Tuttavia, almeno tra le mura di una società che aveva contribuito a fondare, voleva sentirsi a proprio agio. La Hurricane, infatti, era casa sua. In quanto suo proprietario, godeva della massima considerazione e, a parte Claire, non c’era anima viva che non fosse a conoscenza delle sue abitudini. Dal portiere ai dirigenti, dall’ultimo degli stagisti al parcheggiatore, tutti sapevano che non desiderava essere importunato, se non per questioni urgenti. La sua parola era legge, applicata con la massima solerzia e senza esclusioni. Ciò che lui decideva, si faceva, in totale obbedienza.
“Claire…” esordì dunque, deciso a mettere un freno al suo atteggiamento licenzioso. “Credo sia ora di finirla con…”
La porta dell’ufficio si spalancò all’improvviso. Sospettò subito che la donna fosse riuscita, in qualche modo, a lasciarla socchiusa di proposito, così che chiunque arrivasse li trovasse insieme, vicini e in atteggiamenti di inequivocabile intimità.
“Eccomi! Sei pronta?” esordì il giovane appena arrivato ma, subito dopo essersi accorto di Diego, la sua voce nasale si spense, insieme alla sfacciataggine con cui si era fiondato nell’ufficio dell’amministratore delegato.
Il suo sguardo intimidito andò a fissarsi su Diego, che lui temeva e ammirava allo stesso tempo e che se ne stava seduto, come un dio crudele e intollerante, sulla sua imponente poltrona di pelle bianca. Quell’espressione infuriata con cui lo stava fulminando non lasciava presagire nulla di buono.
Dannazione a quella strega! Lo aveva attirato là con un messaggio, assicurandogli di essere sola, e adesso, invece, aveva la faccia tosta di fingere di non vederlo. Continuava a rivolgere sorrisi adoranti al suo idolo di pietra, come se lui non avesse appena fatto irruzione là dentro con la grazia di un bulldozer. Dieci a uno che sperasse di essere colta in flagrante, rendendolo il testimone oculare della loro relazione, di cui poi si sarebbe vantata in giro!
Imbarazzato, Trevor si affrettò a scusarsi.
“Signor Ortiz, mi scusi, io… Il suo segretario non c’era, così… Ho pensato che siccome…”
“Smetti di farfugliare, Walker. Avvicinati e dimmi cosa vuoi.”
“Nulla! Ecco, cercavo Claire perché stiamo per uscire. Si era detto di andare al Carnevale.”
“Oh, vai pure senza di me. Noi abbiamo da fare” rispose sollecita l’interessata, degnandosi finalmente di registrare la sua presenza. Sotto la scrivania, la sua curata, morbida mano afferrò i testicoli di Diego in una presa d’acciaio.
Mentre lui serrava la mandibola e tentava di placare la voglia di strozzarla, Trevor abbozzò un sorriso di scuse e fece per voltarsi, ma con voce tonante Diego ottenne di immobilizzarlo sulla soglia, un passo fuori, uno dentro.
“Quale Carnevale? Non è mica febbraio!”
“Oggi si concludono i festeggiamenti per il Labor Day” gli ricordò. “Visto che è anche venerdì, volevamo cogliere due piccioni con una fava e fare un salto a Brooklyn, per assistere al concerto caraibico di chiusura del festival.”
“La trovo un’idea brillante, Walker. Sbrigati Claire, non vorrai fare aspettare i tuoi amici!”
Sperava di togliersela dai piedi, ma lei non si lasciava persuadere con facilità, a meno che non fosse ubriaca fradicia e, al momento, non lo era.
“Resto a farti compagnia. Non mi va di stare in mezzo alla calca, ai cattivi odori e alla confusione!”
Gli occhi di Diego si strinsero minacciosi sul suo viso. Le torse la mano, poi gliela spinse via.
“Non hai capito. Alzati. Vengo con voi. Qualcuno mi ha invitato di sicuro, non è vero?” chiese, rivolgendosi a Trevor.
“Sì, è ovvio!” replicò questi di getto, preoccupato più che altro dal modo in cui l’uomo stava fissando Claire.
Sembrava volesse ammazzarla. Anzi, forse avrebbe approfittato del caos alla parata per lanciarla sotto un carro. Lei, di sicuro, doveva aver fatto qualcosa per meritarsi una bella spinta.
Claire, però, non si scompose più di tanto. Era abituata a quel modo di fare intimidatorio da tutta una vita.
Pazienza, pensò, l’attesa renderà il premio ancora più gustoso ! E lei sapeva bene quale fosse la posta in palio.
Tre parole: potere, sesso, denaro. Non necessariamente in quest’ordine.
Il sesso con Diego, infatti, lo aveva già sperimentato ed era stato il migliore in assoluto della sua vita: sfrenato, disinibito, con quel pizzico di perversione che, in seconda analisi, da uno come lui avrebbe dovuto aspettarsi.
I muscoli infaticabili di Diego e le sue incredibili doti amatoriali la perseguitavano in sogno almeno quanto da sveglia ma, da quella prima, brevissima volta, ormai era trascorso troppo tempo.
A nulla erano valsi i suoi innumerevoli tentativi di seduzione. Ogni escamotage era fallito miseramente e la sua pazienza era giunta al limite.
Non poteva consentirgli di respingerla così. Diego non doveva dimenticare il sapore delle sue labbra, né il calore del suo splendido corpo. Trovare il modo giusto per insinuarsi di nuovo nel suo letto si stava, però, rivelando un lavoro a tempo pieno, irto di difficoltà che non aveva previsto. Prima tra tutte, il fatto che fosse più inavvicinabile del presidente degli Stati Uniti.
Non si faceva abbracciare, limitava al minimo persino le strette di mano, non gradiva nessun tipo d’intimità, in qualunque circostanza, tant’è che era stupita del fatto che si fosse lasciato accarezzare le gambe. Forse, il fascicolo che stava studiando era davvero interessante…
Se ne stava sempre solo, a lavorare a testa bassa come un mulo, e niente di ciò che lei aveva tentato era bastato a fare riemergere quella bestia indomita che, mesi addietro, aveva a malapena intravisto.
Dio mio, a furia di concentrarsi in quel modo, gli sarebbero venute le rughe intorno agli occhi! Dovette però ammettere che, su di lui, i segni dell’età sarebbero stati un ulteriore motivo di apprezzamento. Diego era uno di quei maschi ai quali serviva poco per diventare irresistibili. La natura gli aveva già donato un fisico imponente ma aggraziato, insieme a un’intelligenza brillante e un’ambizione notevole. Ciò che gli mancava era soltanto una donna come lei, in grado di esaltare i suoi sogni di magnificenza e di accompagnarlo verso la loro realizzazione.
Quanto al denaro, grazie al cielo, non costituiva un problema. Lei era ricca da generazioni e Diego, sebbene non ne conoscesse la storia familiare, aveva un patrimonio personale considerevole, che aumentava di anno in anno, grazie alla sua politica spregiudicata e al suo innato senso degli affari.