Le tre salve introdussero l’arrivo della sfilata in maschera conclusiva e molto attesa, che fece impazzire seduta stante i presenti, impedendole così di svelargli il suo nome completo.
Poi Abigail ripensò a ciò che le aveva raccomandato Gabrielle: niente generalità, essere vaga, non parlare di nulla in particolare. Considerando la chimica istantanea che sembrava esserci tra loro, sarebbe stato più prudente attenersi a quei suggerimenti. Mise a tacere la propria coscienza e si limitò a ricambiare la sua cortesia.
Diego si sporse su di lei, la mano ancora stretta nella sua.
“Gail, ti spiace se mi siedo accanto a te? La musica è così martellante che la sento rimbombare nella testa… Inizio ad avere dei tremendi capogiri.”
L’istinto da crocerossina la destò dal suo torpore. “Certo, ti prego.”
Non intendeva avere quel tono supplichevole… O forse sì? Riprenditi si disse, o penserà che tu sia disperata !
Gli fece spazio e Diego si sedette alla sua destra, poi sospirò di sollievo. O almeno, così credette lei. Forse quella del mal di testa non era una scusa.
Con un gesto nervoso, l’uomo si passò una mano tra i capelli folti e scuri, più corti sui lati ma con un ciuffo un po’ ribelle che si ostinava a ricadergli sopra la fronte alta.
Anche stando seduto, Diego la intimoriva. Non capiva perché un uomo del suo calibro, così fuori dalla sua portata, avesse scelto di raggiungerla, ma fu lusingata e d’istinto decise di concedersi del tempo per appurare la questione. Oltretutto, le loro dita erano ancora intrecciate, poggiate sulle gambe di lui, come se fosse il gesto più naturale del mondo. Una contraddizione eccitante.
Gli rivolse un sorriso spontaneo. “Va meglio?”
Diego annuì. “Molto.”
Sembrava che la capacità di dialogare li avesse disertati e con essa l’ambiente circostante. Non esistevano gli amici, che li osservavano come falchi, né la confusione assordante del festival o la rumorosa coppietta a fianco, impegnata in un incontro di sexy wrestling.
Il momento sarebbe stato perfetto se, per risistemarsi il vestito, Abigail non avesse inavvertitamente poggiato male il piede.
“Ahi!” esclamò dolorante.
“Hai preso una storta mentre ballavi, vero?” chiese lui preoccupato, lasciandole la mano.
La perdita di quel pur minimo calore la turbò, ma per poco. Diego, infatti, non aspettò la sua risposta affermativa: s’inginocchiò e, senza esitazione, le sfilò la scarpa e iniziò a massaggiarle con delicatezza piede, caviglia e polpaccio.
L’eccitazione provocata dalle sue carezze esplose in ogni suo muscolo. Non si era resa conto fino in fondo di quanto le fosse mancato il contatto fisico con un uomo, né avrebbe mai creduto di essere diventata di colpo così sensibile per un semplice massaggio. Sentì le famose mutandine di pizzo a rischio di autocombustione e decise di darsi subito un tono, prima che fosse troppo tardi.
“Già. A volte non capisco perché noi donne ci ostiniamo a usare quei trampoli, quando potremmo girare con delle comodissime scarpe da jogging.”
“Suppongo per motivi di seduzione” rispose lui con una certa sicurezza.
Allora, a maggior ragione, perché tra tutte aveva scelto una che i tacchi li sopportava poco? “Sei proprio sicuro di volerlo fare?” gli chiese, riferendosi più ai propri dubbi che al massaggio. “Non è che io abbia un piede da principessina…”
Diego inarcò un sopracciglio, come se dubitasse delle sue parole, poi si avvicinò per parlarle all’orecchio.
“Correrò il rischio” affermò.
Il cacciatore che c’era in lui si era messo all’opera ma, non appena colse negli occhi della donna un luccichio di paura, fu disarmato da qualcosa che non aveva mai sperimentato prima: rimorso. Lui che ostentava sempre la propria indifferenza per i sentimenti e le reazioni altrui, adesso, con quell’estranea, avvertiva il cocente bisogno di rimangiarsi ciò che aveva appena detto e di scusarsi per quel tono arrogante.
“Sai, a dire il vero, nemmeno io ho un piede da principe. Anzi, sul destro ho una cipolla così grande che, aggiungendoci carota e sedano, ne verrebbe fuori un bel soffritto!”
Diego non era solito fare battute e quella non era certo la migliore, ma la risata di lei, spontanea e spensierata, gli risollevò subito il morale.
Se ne inebriò, notando come ogni elemento del suo viso ne fosse coinvolto: dalle labbra, piene e sensuali, alle guance arrossate forse dal caldo, agli occhi, così verdi da ricordargli un prato in primavera. Di rimando, si accorse di come anche il proprio viso si fosse disteso, perdendo la perenne contrattura che, spesso, era la causa primaria delle sue emicranie.
“Te lo giuro” continuò lei, passandosi un dito sotto gli occhi, “nessuno ha mai provato a far colpo su di me parlandomi della sua cipolla!”
“E funziona?”
“Funziona di più il massaggio!” rispose facendogli l’occhiolino ma, subito dopo, Abigail fu costretta a distogliere lo sguardo.
Il suo profumo, con quella nota morbida e aromatica che ricordava vagamente il legno, stava già penetrando a fondo nei suoi sensi e astenersi dall’inspirare con ostentazione iniziava a diventare difficile. Avvertiva inoltre il proprio corpo accendersi di desiderio e temeva che, in qualche maniera, lui potesse accorgersene. Oppure approfittarne.
La reazione di Diego, però, fu più divertita che furba. Continuò a sorriderle fissando le sue labbra e lei dovette frenare il desiderio di mordersele, come spesso le accadeva di fare per via del nervosismo. Dio non volesse che finisse per somigliare a una di quelle eroine imbranate che lei tanto detestava!
Comunque, piuttosto che assumere atteggiamenti finti, che non le appartenevano, scelse di essere se stessa, difetti inclusi. Non aveva l’apparenza travolgente di Gabrielle, né la classe di Caroline o il savoir faire seducente di Monica, ma sapeva come farsi apprezzare. Ricorrere all’umorismo era da sempre la sua arma principale e nutriva la netta sensazione che con lui potesse funzionare bene.
Diego continuò a massaggiarla ancora per un po’ finché, a un certo punto, aggrottò la fronte e si fermò.
“Ti confesso che non so cosa sto facendo. Non vorrei peggiorare la situazione.”
“Non preoccuparti” gli rispose per rassicurarlo, chinandosi su di lui per via del chiasso. “Non credo che ti denuncerò per lesioni!”
La bocca di Diego le sfiorò involontariamente il collo, proprio dove in precedenza aveva notato una minuscola cicatrice, presente anche dall’altro lato. A quella distanza, non poté fare a meno di rimirare il suo seno prosperoso, sostenuto dal corpetto aderente, e di colpo immaginò di accarezzarlo, succhiando poi i capezzoli con vigore, mentre lei gemeva di piacere. I pantaloni presero a tirargli sul cavallo in modo così evidente che fu costretto a poggiarci una mano sopra.
Quella sì che era una nuova esperienza: una totale perdita di controllo in pubblico! Se lo avessero saputo i suoi amici, lo avrebbero deriso da lì all’eternità.
La colpa, però, non era del tutto sua: i capelli di Gail profumavano di lavanda e, ogni volta che si parlavano, stando così vicini, li sfiorava e non poteva fare a meno di annusarli. Lo tentavano in modo irresistibile. Voleva sentirseli addosso, sul petto, sulla pancia…
Sbirciò nella sua direzione e, per un breve istante, credette di aver detto qualcosa o di aver palesato quello che sentiva, perché negli occhi di lei c’era uno sguardo di comprensione. Forse di identico desiderio.
Quasi a conferma dei suoi sospetti, Gail li abbassò con timidezza, mentre un rossore più intenso le tingeva le guance. Poi poggiò il piede dolorante per terra.
“Ehi, hai un tocco magico! Mi hai guarita!”
Diego raccolse con gentilezza la scarpa e la aiutò a calzarla, ma non rispose al complimento. Le uniche parole che avrebbe voluto pronunciare erano frasi inappropriate su dove avrebbe davvero voluto toccarla e gli bruciarono in gola per lo sforzo di reprimerle.
Se al suo posto ci fosse stata una donna diversa, non avrebbe avuto scrupoli. Gli sarebbe bastata una frase per annullare ogni sua resistenza e portarsela a letto.
Gail, però, non era come le altre. Lo sapeva, lo sentiva pur senza averne le prove.
La sua voce interiore continuava a dirgli di stare in guardia perché, in effetti, c’era una caccia in corso. Solo che le parti si erano invertite e la preda era proprio lui.
Mentre realizzava però di non voler fuggire e di sentire una terrificante affinità con la donna, Gail parve accorgersi della sua difficoltà, gli sfiorò il mento con un dito e glielo sollevò.
Quel contatto inaspettato ebbe il potere di destabilizzarlo. Nel corso della sua vita, Diego aveva ricevuto più schiaffi e pugni di chiunque altro. Non permetteva a nessuno di arrivargli tanto vicino, né aveva mai spiegato ad anima viva perché quel gesto rappresentasse per lui un vero e proprio tabù.
A lei, invece, sentiva di essersi offerto su un piatto d’argento. Erano bastate poche parole, un’attrazione che andava al di là della fisicità e tutto il proprio corpo si era proteso verso di lei, in fervida attesa di un cenno che gli consentisse di farsi avanti. Di chiedere di più di quella tenerezza.
Gail dischiuse le labbra per dirgli qualcosa ma, all’ultimo momento, ci ripensò e si morse appena il labbro inferiore. Diego non resistette.
Con il palmo della mano, le accarezzò il viso, abbandonandosi a quella sensazione così innocente, naturale. Lei vi si accoccolò a occhi chiusi, sospirando.
“Guardami” le sussurrò. “Ti prego. Guarda… me.”
Pur frastornata da ciò che provava, Abigail obbedì. Fu ipnotizzata dal blu intenso delle sue iridi, dalle ciglia folte, dalla mascolinità che erompeva da ogni tratto del suo viso.
“Sai” gli confessò, per timore che volesse baciarla, “sono stata a Roma anni fa e ho visto dei busti di marmo con il tuo stesso, identico profilo!”
“Che intuito! Le famiglie dei miei genitori, gli Iglesias e gli Ortiz, erano entrambe spagnole. I miei nonni si trasferirono in America a metà degli anni trenta, quando iniziò la dittatura franchista.”
Di certo, però, non si sentiva saldo e freddo come una statua. Al contrario, ribolliva come se fosse febbricitante e l’impazienza di toccarla era divenuta insopprimibile.
Nell’udire i due cognomi, Abigail ripensò al discorso di Peter. Era lui l’uomo di cui stava tessendo le lodi, ma cosa mai poteva volere un tipo simile da lei? Meglio indagare, prima di lasciarsi trascinare in un’avventura pericolosa.
“Mia nonna è italiana!” esclamò, tirandosi indietro per iniziare a mettere distanza tra loro. “Per fortuna, però, non è qui. Se sapesse che frequento un uomo con origini europee, farebbe i salti di gioia!”
“Ma noi non ci frequentiamo” la corresse Diego e, non appena la vide rabbuiarsi, comprese di aver commesso un altro errore madornale.
“Lo so” ripose lei, di colpo seria. “Non volevo insinuare niente. Scusami.”
La stava perdendo. Prima ancora di avere la possibilità di sapere chi fosse, la stava già allontanando con la sua dannata insensibilità. In fretta e furia, pensò a qualche frase intelligente da dirle ma, per quanto ci provasse, la sua mente si rifiutava di collaborare.
“Adoro l’Italia” finì per dirle, come un imbecille. “Le città, il cibo…”
“Le donne!” concluse Gail con un certo sarcasmo.
“Solo una” specificò, “ma ho bisogno di capire se io le piaccio.”
Con deliberata lentezza, si avvicinò per baciarla. La mano di Gail, però, glielo impedì.
Lo bloccò, tenendolo in sospeso per qualche istante, mentre nei suoi occhi infuriava una battaglia tra l’istinto e la paura. Alla fine, il desiderio prevalse e fu lei stessa a baciarlo.
La sua bocca era così morbida, piena e generosa che Diego si costrinse a tenere gli occhi spalancati, per assicurarsi che quel momento non fosse il frutto della sua immaginazione.
Entrambe le mani di lei risalirono lungo il suo viso, lambendolo con i polpastrelli. Anche i suoi baci si spostarono, prima lungo la guancia di Diego, dove si strofinò scherzosamente sulla barba, poi sotto l’orecchio, dove inspirò a fondo.