Ecco, quello era qualcosa che non avrebbe mai fatto, nemmeno se fosse stata ubriaca.
Pian piano si sentì isolata da tutto. Il mondo intorno finì per somigliare a un film muto, in bianco e nero, pieno di personaggi finti più che persone. Erano come tanti figuranti che cercavano di ignorare la propria vita e i propri problemi, almeno per qualche ora, indossando una maschera.
Abigail li comprendeva fin troppo bene. Ne aveva indossata una così tanto a lungo che, talvolta, stentava a riconoscersi. Persino adesso c’era una parte di sé che le sfuggiva, che non comprendeva e la voglia di mettersi alla prova, pur non sapendo in cosa né con chi, continuava a renderla nervosa, impedendole di godersi l’attimo.
Poi nella folla si aprì un piccolo varco e intravide un uomo. Casualmente, certo, ma era là, quasi di fronte, e la fissava in modo… famelico.
L’insicurezza le sussurrò che fosse impossibile che avesse notato lei. Non che fosse un mostro inguardabile, ma era più probabile che, alle proprie spalle, ci fosse un’altra donna.
Non si voltò, ma la voglia di accertarsene, per scoprire chi mai fosse la fortunata destinataria di quelle occhiate languide, fu quasi incontenibile. Un uomo simile, con quell’aspetto curato e quell’aura di potere intorno a sé, non poteva essersi accorto della sua scialba esistenza.
Chiuse gli occhi, il respiro di colpo corto, le mani serrate sugli avambracci, le gambe molli.
Vai oltre, guarda altrove, è solo un’impressione, sussurrò a se stessa.
Invece, un prepotente istinto la costrinse a cercarlo ancora.
Lui era sempre là, un punto fermo tra la folla anonima, con lo sguardo luminoso piantato su di lei. Un colosso di magnificenza, bellissimo e in apparenza inarrivabile, eppure...
Abigail osò ricambiare l’attenzione, perdendosi in quei profondi occhi blu che sembravano leggerle l’anima e scavare più a fondo, sotto la sua corazza.
Anche a distanza, poteva ammirare la sua bocca carnosa, accarezzata da un velo di barba, che gli copriva parte della gola. Aveva un naso imponente e sfacciato, zigomi spigolosi che gli conferivano autorevolezza, una linea della mandibola piuttosto marcata. Malgrado quei tratti duri, nel suo sguardo era però assente l’arroganza tipica di chi sa di piacere.
C’era, invece, una insolita immobilità, come se l’uomo si fosse incantato. Abigail dubitava che un tipo come quello non si fosse mai trovato davanti una bella donna prima di allora e gli sorrise.
Di colpo, però, lui scosse il capo. Sembrava che non si aspettasse di essere colto in flagranza di reato. L’espressione basita con cui reagì la fece persino sentire in colpa ma, quando lei lo vide umettarsi le labbra, comprese di avere assunto la sua medesima espressione incantata.
Un brivido di pura lussuria la scosse da capo a piedi, galvanizzandola.
Mai, nemmeno con Michael, aveva provato una tale sensazione, tanto più per un gesto fatto in maniera involontaria, senza malizia. C’è chi le chiama farfalle nello stomaco, chi colpo di fulmine, ma lei avvertì un vero e proprio tsunami sconvolgerle il sistema cardio-circolatorio, annientando la sua capacità di formulare una parola che non fosse un imbarazzante mugolio.
Quegli straordinari occhi penetranti, accompagnati ora da un devastante sorriso di consapevolezza, la stavano già conquistando, rimuovendo uno dopo l’altro non solo ogni dubbio che aveva nutrito sul concedersi un’avventura, ma anche ogni esigua certezza che aveva su di sé.
Non osò immaginare cosa sarebbe successo se si fossero toccati, eppure quell’idea s’insinuò nella sua mente, strappandole un altro brivido intenso.
Avvertì le proprie guance andare a fuoco, ma riuscì ad abbassare lo sguardo e riprendere a respirare. Si era così eccitata da voler strofinare le gambe l’una sull’altra, alla ricerca di un po’ di intimo sollievo.
L’avrebbe capito? Quell’uomo avrebbe visto o compreso cos’era riuscito a provocare in lei con una semplice occhiata?
“Che stupida!” mormorò, voltandosi di scatto e dirigendosi verso un tavolo. “Cosa sono, una ragazzina? Dio, che imbarazzo!”
Si rimproverò per essersi lasciata dominare da un puro istinto fisico, irrazionale. Eppure, per quanto ci provasse, non riusciva a scrollarsi di dosso l’immagine di quell’apollo in carne e ossa.
Nonostante le gambe addirittura le tremassero, riuscì a raggiungere la panca di legno e a sedersi. Si accorse troppo tardi della coppia vicina che, invece, a giudicare dall’uso che ne stava facendo, aveva scambiato la seduta per un letto. L’uomo, biondo e dinoccolato, aveva fatto sedere la donna, minuta ma prosperosa, su di sé. Da quella posizione, la imboccava, pretendendo un bacio per ogni morso. I baci, purtroppo, si facevano sempre più frequenti e iniziavano a essere fastidiosamente rumorosi, addirittura più della musica che veniva diffusa al massimo volume dagli altoparlanti.
Abigail rivolse loro un’occhiata fugace e irritata, ma alla fine si astenne dal rimproverarli per la loro mancanza di decenza. Non era la loro madre e a lei interessava solo riprendere fiato, calmarsi e imporre al suo corpo di smetterla di fremere per qualcosa che non sarebbe accaduto.
Sì, stare seduti per il resto della serata le parve la soluzione migliore. Distrarsi, chiacchierare del più e del meno e fingere di non aver provato nulla. Poteva farcela.
Il suono improvviso di una risata squillante catturò la sua attenzione e tornò a interessarsi ai suoi amici. Vide Monica ancora seduta, intenta a dialogare fitto fitto con una ragazza dai lunghi capelli scuri ondulati. Fu felice di saperla impegnata perché lei, più delle altre, insisteva affinché si lasciasse andare e, spesso, Abigail non gradiva i suoi toni, petulanti e indelicati. Monica amava i flirt senza seguito, le avventure prive di un impegno serio e, a più riprese, aveva provato a farle adottare il suo stile di vita.
Abigail, però, non era fatta così. Malgrado le cocenti delusioni della sua vita amorosa, sognava ancora un lieto fine che includesse il matrimonio, dei figli, una vita serena, lontana dal clamore e dagli eccessi.
Poco oltre, vide Caroline dialogare con Enrique, il proprietario della scuola di ballo, e sua moglie Anita, entrambi portoricani doc e adorabili. Alle loro spalle, parte in piedi, parte seduti, tutti gli altri. Gabrielle rideva tanto, come suo solito, mentre Peter le offriva una bottiglia di birra.
“Te lo giuro, Gabri! Dovete credermi!” diceva lui ridendo, rivolgendosi anche a Mario, Lupe, Ines, Ted e il resto della banda. “Ho appena visto Dio!”
L’affermazione fu seguita da altre grasse risate, mentre Gabrielle si piegava in due, facendo versare un goccio di birra sulla sua camicia bianca.
“Chico, cosa ti sei bevuto?” gli chiese Lupe, porgendogli un fazzolettino. “Perché qualunque cosa sia, la voglio bere anch’io!”
Ted gli dette una pacca sulle spalle. “Non è niente, dai! Anche mio nonno una volta ha detto di aver visto Dio, però sono quasi sicuro che prima si fosse fumato una delle sue sigarette a miscela speciale.”
“Non Dio, idiota! D.I.O. come Diego Iglesias Ortiz, hai presente?” specificò Peter.
L’affermazione parve cogliere Ted di sorpresa. “No! Davvero? E dov’è? Con chi è venuto? Hai visto che auto guidava?”
“Cosa ne so io? Era qui vicino. L’ho intravisto mentre ballavamo, ma non so con chi sia venuto. Un tizio l’ha chiamato e si è voltato di scatto ma era lui, ne sono sicuro!”
Gabrielle si mostrò subito incuriosita. “E cos’ha di tanto speciale questo D.I.O.? Fa miracoli?” Altra risata generale.
“No, anche se certe sue speculazioni hanno davvero dell’incredibile! Si è costruito un impero dal niente, da perfetto sconosciuto, e tuttora nessuno può affermare di conoscerlo davvero, perché è una specie di eremita. Pensa che è uno degli uomini più influenti d’America, secondo la classifica aggiornata del Time.”
“Ottantesimo e in ascesa” puntualizzò Ted, mandando giù un sorso di Corona. “Che c’è?” disse poi, seccato dalle occhiate stupite degli altri. “Io leggo, al contrario di voi asini!”
“Non si sa molto di lui” terminò Peter, serio, “ma credo che sia destinato ad arrivare anche più in alto di così. C’è più di un motivo per cui la gente che conta nel mondo della finanza lo teme. Ricordate qualcosa delle vostre lezioni di catechismo? Dio creò il mondo in sei giorni, poi il settimo si riposò. Ebbene, quest’altro D.I.O. in sei anni ha conquistato l’impossibile e nel settimo ha raccolto tutto ciò che aveva per reinvestirlo, dando ai propri affari una direzione opposta a quella precedente. Ha spiazzato tutti, ma ce l’ha fatta. È un uomo geniale, affascinante…”
“Allora sposalo, così poi ci inviti sul vostro yacht privato e ci porti alle Bahamas!” ridacchiò Gabrielle.
“Spiritosa! Mi dispiace, ma io sono maschio, moro ed etero e so che lui preferisce le donne, bionde, alte e ricche!”
Gabrielle finse di mettere su il broncio. “Che palle! Già m’immaginavo su una splendida barca, in alto mare, a sfoggiare il mio sorriso e la mia abbronzatura totale!”
“Quando diventerò il proprietario di una società importante come la sua, Gabrielle, ti giuro che il primo acquisto che farò sarà un enorme panfilo, che terrò ancorato nelle acque di Montecarlo, dove tu e il tuo sorriso sarete ospiti fissi!”
La discussione proseguì con ciascuno di loro che elencava, in modo dettagliato, le spese folli che avrebbe fatto, se fosse stato tanto benestante.
Il calore delle loro voci si rivelò un balsamo per Abigail. L’agitazione di poco prima si era placata e ora si vergognava un po’ per essersi lasciata turbare così tanto, per così poco. Inoltre, adesso che i suoi sentimenti non erano più in tumulto, era riapparso il dolore alla caviglia sinistra, che mentre ballava le aveva dato qualche noia.
Seduta sul bordo della panca, iniziò a massaggiarla, concentrandosi sul fastidio che sentiva e desiderando con tutta se stessa di potersi sfilare le scarpe senza dare nell’occhio. Non si accorse di come le voci, di colpo, si attutissero, coperte comunque dal volume sempre più roboante della musica, né udì le esclamazioni infantili di stupore che Ted e Peter si fecero sfuggire.
Tutto ciò che vide fu un paio di scarpe da uomo, grandi, nere, di pelle e lucidissime, come fossero appena state estratte da una scatola. Il loro proprietario si era piazzato davanti a lei e non accennava a muoversi.
Infastidita da quell’insolenza, Abigail sollevò lo sguardo ma, più lo spostava in alto, più la sua mente si faceva distrarre in modo inquietante dai dettagli. Come il pantalone grigio chiaro, con la piega perfetta, che fasciava un paio di lunghe gambe davvero muscolose e che era tenuto su da una cintura, anch’essa nera, con il marchio dorato Prada sulla fibbia.
Guardò un po’ più su, senza rendersi conto di reclinarsi all’indietro, poggiando il peso del corpo sulle braccia e finendo quasi per sdraiarsi sulla panca. Vide una camicia nera, che aderiva perfettamente ad un torace possente e villoso. Spalle ampie, braccia toniche e un collo ben proporzionato completavano l’elenco delle qualità dell’uomo.
Solo quando arrivò al mento e riconobbe la bocca, sentì il mondo vorticare intorno a sé, mentre una vaga ansia, mista a eccitazione, le mandò il cervello in tilt. Raccolse il poco coraggio che le restava e lo guardò negli occhi. Ah, mamma!
Blu, profondi come le acque incontaminate di un paradiso tropicale. Occhi che aveva riconosciuto subito e dai quali non poteva fuggire.
Le sopracciglia dell’uomo, però, si aggrottarono per un attimo: le aveva forse detto qualcosa?
“Scusami?” riuscì a gracchiare, sentendosi la gola asciutta.
“Ciao. Ho detto ciao.”
Quel diavolo tentatore possedeva una voce roca e graffiante, i cui artigli le sfiorarono lascivi il basso ventre. Tuttavia, il sorriso che la accompagnava sembrava genuino e diretto, senza doppi fini.
“Io sono Diego.”
Senza smettere di guardarlo, Abigail allungò la mano per prendere la sua.
Caldo, freddo, gioia, terrore, stordimento: nell’istante in cui si toccarono, ogni sensazione possibile si riversò sulla sua pelle, increspandola. Il suo cuore scalciò forte nel petto, rubandole il fiato.
“E tu… Come ti chiami?”
“Il mio nome è…” BOOM BOOM BOOM. “… Gail.”