Diego rabbrividì e si portò una mano alla gola, immaginando fosse quella della donna.
Poi lei afferrò i capelli dell’uomo e li strattonò all’indietro, strappandogli una risata gutturale, di intensa goduria. Infine, lo spinse senza cerimonie più al centro della strada, mentre la musica cambiava ancora ritmo e diventava una forsennata salsa.
Era lei a comandare, lei a decidere cosa fare e come farlo.
Ormai stregato e persino geloso, Diego rimase appoggiato alla transenna come se fosse incapace di allontanarsi. La vide rigirarsi il tipo intorno al suo mignolo per tutta la durata di quel ballo scatenato. La sua passione e la sua gioia di ballare erano così evidenti che, quando cantava qualche frase o ammiccava al suo partner, Diego sorrideva con lei, beandosi di quella sensazione indiretta.
Lo spilungone, dal canto suo, appariva estasiato: la accompagnava, indietreggiava per darle spazio, si muoveva come un giullare intorno alla sua regina, sempre pronto a compiacerla. Eppure, ogni volta che compiva un movimento fuori dagli schemi, ruotando magari il bacino e strofinandosi con eccessiva confidenza, la donna trovava un modo per disimpegnarsi con eleganza.
Gli sfuggiva, si allontanava di qualche passo e poi tornava indietro, come fosse una farfalla e l’uomo provasse a catturarla, usando il proprio corpo come un retino. Sembrava ignara di quanto quel loro gioco malizioso e inconcludente creasse inquietudine nel suo partner.
Da questo e dal modo in cui schivava i suoi sguardi vogliosi, Diego dedusse che i due non fossero amanti. L’uomo lo avrebbe voluto ed era così evidente che, nonostante lei lo respingesse, fu tentato di saltare la transenna e andare a dividerli.
Un fuoco improvviso e devastante gli incendiò le vene, facendogli ribollire il sangue. Di solito avvertiva quella sensazione quando stava per fare a pugni e l’adrenalina lo investiva, riversandosi nei muscoli e trascinandolo sul ring. Stavolta, però, ne ricavò una sofferenza fisica lacerante perché, nonostante la voglia di intervenire, dovette costringersi a restare immobile e accettare, uno dopo l’altro, quella serie di colpi bassi.
Colpi che, con sua somma sorpresa, derivavano da lei, non dal suo partner.
Passo dopo passo, quella sensuale estranea senza nome lo stava mettendo al tappeto. L’eleganza misurata con la quale si muoveva e talvolta sfiorava il suo compagno era ipnotica. Nel tentativo di resisterle, Diego si impose di respirare, sudando freddo per lo sforzo.
Provò a richiamare a sé la poca razionalità che gli restava, per studiare in modo logico le movenze conturbanti e i dolci tratti del suo viso, ma quelli si impressero nella sua memoria. E quel fuoco, che poco prima si era acceso nel suo petto, lo devastò.
Chiunque lei fosse, doveva averla. Anche solo per soddisfare il capriccio di una sera, ma doveva. Una volta, forse due. Diamine, con quel corpo, anche tre. Per lei avrebbe fatto più che volentieri uno strappo alla sua ferrea regola. Anzi, l’avrebbe riscritta, modellandola sulle sue curve mozzafiato.
Una voce, però, si svegliò in fondo alla sua coscienza. Gli sussurrò che non era affatto un’avventura ciò che avrebbe voluto da lei e che quel brivido, che lui aveva per errore scambiato per quello della caccia, avrebbe dovuto piuttosto metterlo in allarme.
Pur frastornato da quelle sensazioni contrastanti, Diego decise di non darle retta. Non sapeva dove l’impulsività lo avrebbe condotto, ma era determinato a fare ciò che l’istinto esigeva, in maniera incontrovertibile.
Intanto il ritmo della salsa diventava sempre più frenetico, trascinando Abigail in un vortice di sensazioni che ormai da tempo non provava più.
Certo, c’erano sempre la scuola di ballo e le feste che, di tanto in tanto, erano organizzate per attirare nuovi clienti, ma quella serata era diversa dalle altre. Lei si sentiva diversa.
Finalmente, la musica le parlava di nuovo al cuore, evocando solo sensazioni positive, non i ricordi struggenti e angoscianti degli ultimi tempi trascorsi con Michael. Avvertiva l’impulso di lanciarsi nella mischia, scatenarsi, liberarsi di quell’inquietudine che si era sforzata di tenere a bada, mentre accettava l’idea che non avrebbe mai più visto l’uomo che aveva tanto amato.
Aveva deciso di rimettersi in pista nel senso letterale del termine, per godersi in modo spensierato la sua età e, soprattutto, perché Gabrielle e le altre avevano ragione da vendere. Un flirt non l’avrebbe uccisa. Desiderare essere toccata non era un peccato da pena capitale e avere voglia di qualcosa di più di un casto bacio sulle labbra non avrebbe fatto di lei una prostituta biblica, né avrebbe azzerato i ricordi felici che custodiva nel suo cuore.
Chiuse gli occhi e lasciò che la musica fluisse attraverso di lei, inondandola di energia e di carica positiva. Ballare le era sempre piaciuto, prima ancora che diventasse uno dei suoi lavori part-time, ma riuscire a farlo senza più il fardello del passato a gravarle sulle spalle le parve meraviglioso.
Sorrise tra sé e continuò a seguire le figure indicate da Mario senza pensiero alcuno, finché il piede sinistro non le dette una fitta acuta. Maledette scarpe! Non era la prima volta che le indossava, eppure continuavano a procurarle dolore e distorsioni.
Finirete nella spazzatura, se continuate così pensò dispiaciuta, prima che Mario la afferrasse, salvandola da una rovinosa caduta.
“Grazie, stavo per finire con il sedere per aria!”
“Cosa dici?” urlò lui, attirando la curiosità del resto del gruppo.
“Niente. Scusa ma vado a sedermi!” gesticolò per farsi capire.
“Ok. Vengo anch’io! Vuoi una mano per camminare?”
“Spostati, casanova! La mano gliela diamo noi!” intervenne Gabrielle, prendendola sottobraccio e facendo segno alle altre di raggiungerla.
Le coppie si separarono ma gli uomini, quasi fosse un segnale convenuto, cominciarono a coinvolgere i passanti, invitandoli a unirsi alle danze, mentre le ragazze si allontanavano.
Mario rimase interdetto a fissare Abigail, quasi si aspettasse che lei lo difendesse o che urlasse al mondo intero di desiderare solo la sua compagnia. Poi si riscosse da quello stato di delusione, abbozzò un sorriso di circostanza e dette loro le spalle, raggiungendo a passo svelto l’inizio della parata.
Abigail si sentì mortificata. Sapeva di averlo ferito, ma non poteva rimediare, non nel modo che lui avrebbe voluto. Per una banale storta, poi, avevano già iniziato a trattarla come un’invalida e la colpa di ciò, lo sapeva bene, era sua. Troppe volte si era mostrata debole e adesso, nel riprendere le redini della propria vita e rifiutare l’aiuto degli altri, finiva spesso per sentirsi un’ingrata.
“Gabri, dai, posso farcela, ma perché tratti così quel poveretto? Cosa ti ha fatto di male?” le chiese, mentre si dirigevano, zigzagando tra la folla, verso le sedie che qualcuno aveva appena liberato.
Lei alzò gli occhi al cielo e agitò una mano con noncuranza.
“A me niente ma, se vuoi il mio parere, non è proprio la mano quello che sta pensando di darti stasera il tenero Mario…”
“Appoggio la mozione di sfiducia, vostro onore!” aggiunse Caroline, accomodandosi con Monica su una panca. Abigail si finse sorpresa e si toccò drammaticamente il petto.
“Tu quoque, Brute, fili mi!”
Monica concordava. “Non solo lei, cara! Abbiamo notato tutti il polipo in azione stasera. I suoi tentacoli sembrano persino più appiccicosi del solito. Tu non ci hai fatto caso?”
Abigail si finse sorda, poi andò a sedersi sulle gambe di Gabrielle.
“Sono scomode quelle sedie di plastica, vero? Hanno uno schienale così rigido…”
“Non cambiare argomento e rispondi alla domanda” proseguì l’amica imperterrita, prendendo posto sulla sedia in questione.
“Uff, sì, è vero, ma le sue non sono delle vere avances… Più cortesie di un amico che si preoccupa.”
Caroline sbuffò. “Giuro che, quando fai la finta ottusa, non ti sopporto. Perché ti ostini a non vedere la realtà? Quell’uomo è fuso, completamente perso. Vedrai che uno di questi giorni, quando meno te lo aspetti, tirerà fuori dalla tasca un anello di fidanzamento e ti sciorinerà una proposta strappalacrime. Chissà se anche allora parlerai di amicizia!”
“Esatto” confermò Monica, rendendosi conto di quanto in realtà l’amica fosse stata sincera, a proposito delle sedie. “Perciò, deciditi: o gli dai subito un bel due di picche…”
“Perché è brutto come un debito” aggiunse ridendo Gabrielle.
“Oppure cedi alle sue lusinghe e poi vedi…”
“Sì, vedi di spararti in fronte!”
Abigail le pizzicò la pancia, facendole il solletico.
“Gabri, sei terribile! Sul serio, ragazze, non mi tormentate. Non posso neanche pensare di mettermi con Mario. È… Mario!” disse, sopprimendo una smorfia. “L’idea di andare a letto con lui non mi fa sangue, se capite l’antifona.”
Per la verità, ci aveva pensato in un paio di occasioni, cioè quando lui l’aveva baciata sulle labbra dopo un ballo travolgente, o anche quando, al cinema, le aveva tenuto la mano, accarezzandola con il pollice e guardandola così spesso che aveva finito per perdersi le scene migliori del film.
Tuttavia, le sensazioni che percepiva quando era insieme a lui non la inducevano a pensare a lenzuola aggrovigliate, corpi sudati e orgasmi da urlo. Piuttosto, a quel divano giallo, con i buchi in un bracciolo, che ingombrava il minuscolo salotto di casa sua. In altre parole, era comodo e affidabile, ma di certo non una piattaforma per acrobazie sessuali. Anche se, volendo…
“No” affermò con sicurezza, alzandosi e zoppicando verso una vicina transenna. “Voglio un uomo diverso. Uno che mi faccia tremare di desiderio, che mi travolga i sensi ma non sia troppo impegnativo!”
Monica decise di rinunciare alla sedia, la spinse con entrambe le mani verso un altro tavolo, dove il resto della loro compagnia stava tornando a sedersi, e si sistemò sulla panca tra Gabrielle e Caroline.
“Fai bene! Pescane uno dal mazzo, e fa’ in modo che ti sollevi la gonna, ti strappi le mutandine di pizzo nero che hai indossato e ti scopi senza pietà fino a tramortirti!”
“Giusto” confermò Caroline, mentre faceva cenno a suo fratello Peter di portarle da bere. “Trova uno sconosciuto, seducilo con il tuo fascino mediterraneo ereditato e togliti il dente!”
Poi sembrò ripensarci, inclinò la testa verso di lei e chiese: “Davvero hai indossato le mutandine di pizzo? Quelle dell’altro giorno, prese dal nuovo store La Perla?”
Abigail arrossì e annuì, mentre si lisciava il vestito sui fianchi.
“Bene, bene… Allora vai, lanciati di nuovo tra la folla, ora che i ragazzi stanno tornando dal chiosco e il polipo non può vederti!”
Gabrielle le sorrise per incoraggiarla, poi si immerse con le altre in una discussione sui pregi del pizzo e quelli della seta.
I pensieri di Abigail, però, avevano preso un’altra direzione. Si spostò più avanti, provando a poggiare il peso del corpo sulla caviglia dolente, poi si fermò a osservare la sfilata.
Certo, anche lei sognava un incontro mozzafiato e del sesso senza paragoni, ma cosa avrebbe offerto in cambio? Erano tre lunghi anni che non faceva l‘amore e anche prima non era mai stata granché a letto. Era sempre stato Michael a iniziare il gioco, a condurlo e a finirlo dove voleva. Lei, che all’epoca era poco più che maggiorenne, lo seguiva, lo assecondava, ma aveva sempre ignorato quale fosse la vera essenza del piacere. Nei sentimenti, invece, era brava. Li comprendeva, li accettava e sapeva viverli con pienezza, in libertà.
Le sue amiche l’avevano rassicurata in ogni modo, ma la sola idea di attuare quei propositi, dopo tanto tempo, con un perfetto estraneo e il terrore dell’imbarazzo post coito, la scoraggiava da morire.
Si sentì patetica e, ancora una volta, a disagio. Aveva ventotto anni e nessuna certezza. Cosa si era messa in testa? Che un’avventura veloce e indolore potesse cambiarle la vita?
Meglio aspettare un altro po’ pensò, dando le spalle ai suoi amici e facendo vagare lo sguardo.
Per alcuni minuti, osservò senza entusiasmo la masnada di gente che si scatenava ballando o cantando. La strada era più affollata che mai e le persone sembravano tante formiche addossate le une alle altre, nessuna di loro particolarmente interessante. Oltre le transenne, c’erano avventori che bevevano e si divertivano ma, come sempre accadeva, c’era anche chi, senza alcun rispetto per la privacy altrui, amoreggiava sotto gli alberi, negli angoli dietro le bancarelle, persino intorno ai tavoli.