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2050 Parole
2 Collisione La concitata musica caraibica risuonava per l’intera Grand Army Plaza a un volume talmente alto che non si riusciva neppure a udire la propria voce. Le strade erano gremite di venditori ambulanti, con i loro banchi di cibo speziato, souvenir, bevande fresche e oggetti di ogni tipo, dai vestiti ai gioielli, dai quadri agli accendini. Gente di ogni etnia navigava alla rinfusa in costumi dai colori sgargianti, mescolandosi agli onnipresenti turisti, armati di cellulari per riprendere qualsiasi cosa e postare le foto sui social network. Il Carnevale Caraibico era un evento di grande rilievo per la città. Non solo contribuiva alle entrate economiche di piccole e grandi aziende, ma richiamava anche un numero spropositato di appassionati dei balli latini, diventando così uno degli spettacoli più divertenti e attesi dell’anno. Per riuscire a raggiungere il luogo, erano stati costretti a lasciare i loro mezzi in un silo lontano e percorrere a piedi così tante strade diverse che Diego non sapeva più neanche dove si trovassero. E lui conosceva New York come le sue tasche. A un certo punto, si erano immessi nella scia di una piccola banda musicale perché fungeva da apripista e loro erano stanchi di sgomitare. Avevano quindi occupato, per puro caso, uno spazio appena lasciato libero, ma non si poteva certo dire che andasse meglio. Il caos regnava sovrano e Diego, nervoso com’era, non riusciva nemmeno più a distinguere gli impiegati con i quali era arrivato dagli altri spettatori. Riconobbe qualcuno solo per via dell’abbigliamento formale, ma il loro atteggiamento era così differente da quello richiesto sul lavoro che avrebbe preferito non farlo. Più che licenziosi, erano davvero volgari. Fischiavano, urlavano, attaccavano bottone con le prime donne a tiro… Non era uno spettacolo edificante. Preferì comunque non soffermarsi su certe scene di palese cattivo gusto e, dopo un po’, abbandonò il tavolo dove si erano fermati, per ritagliarsi un piccolo spazio sotto un albero. Si appoggiò con la schiena al tronco e provò a dominare il senso di nausea dal quale era sopraffatto. Gli capitava spesso quando era tra la folla, ecco perché evitava molte manifestazioni, anche quelle alle quali veniva invitato per questioni lavorative. Per quanto potessero rivelarsi interessanti, il fastidio legato al vocio intenso e alla stessa presenza di persone con le quali non aveva nulla in comune diventava sempre insopportabile. A dimostrazione di ciò, avvertì la solita tremenda emicrania farsi strada sopra un sopracciglio, facilitata non solo dalla musica, ma anche dalla stanchezza. Con il calare della sera, poi, qualche genio aveva avuto la brillante idea di sparare sulla folla una miriade di luci multicolori, che spesso lo costringevano a chiudere gli occhi per evitare di esserne abbagliato. Lanciò un’occhiata al tavolo e si dette di nuovo dello stupido. La precipitosa decisione di accodarsi si era rivelata quasi peggiore del male che aveva inteso scongiurare. Claire, per l’appunto, non aveva smesso un attimo di cercare di sedurlo. Era una vera e propria macchina da guerra: poteva quasi ammirarla per la costanza e la determinazione. Peccato che, in lei, quelle qualità avessero un che di patologico. Cicalava di continuo di ogni argomento, sfoggiando con falsa modestia le sue conoscenze, eppure a Diego sembrava soltanto una cantilena noiosa e ripetitiva. Quando era ancora seduto, lei aveva tentato in ogni subdolo modo di avvicinarsi, toccandolo sulle braccia muscolose, sulle spalle robuste, sulle gambe o sul collo, fingendo di sporgersi per prendere da bere o da mangiare. Ogni occasione era buona per mettersi in mostra o strusciarsi come una gatta in calore, ecco perché si era allontanato non appena ne aveva avuto occasione. Aveva evitato con cura di bere alcolici, per non peggiorare il mal di testa e, soprattutto, per non diventare una preda facile di quella virago. Così, con più frequenza di quanto desiderasse, si era ritrovato a scambiare chiacchiere irrisorie con i suoi dipendenti, quando non stavano allungando le mani su qualche conquista. Il più volgare tra loro era senz’altro Randy Miller, junior manager nel dipartimento acquisizioni e, di recente, divenuto uno dei protetti di Claire. Un uomo in apparenza colto e raffinato, sempre impeccabile nei suoi completi di alta sartoria, mai un capello rosso fuori posto, preciso ed efficiente sul lavoro. Tuttavia, lo sguardo sinistro con cui osservava le donne gli ricordava quello di un serial killer e gli appellativi con i quali le apostrofava non erano piacevoli da ascoltare, neppure per un uomo navigato che, come Diego, avesse frequentato i peggiori quartieri. Forse credeva di essere irresistibile o che il suo portafogli, aperto e stracolmo di banconote, lo fosse. Rimaneva il fatto che non avesse problemi a prendersi ciò che voleva da una donna, anche in pubblico e con i vestiti addosso. Randy toccava, baciava e beveva contemporaneamente, mentre le sue mani vagavano senza sosta sotto l’abitino inguinale di una tipa che gemeva a gran voce, indifferente agli sguardi degli astanti. Mentre Diego rifletteva su come allontanarsi senza dare nell’occhio, il giovane Trevor lo raggiunse sotto l’albero, con la scusa di offrirgli qualcosa. Nonostante i suoi rifiuti, non riusciva ad accettare un no come risposta perciò, a un certo punto, dopo l’ennesimo tentativo di Claire di riportarlo al tavolo e infilare le mani dove non avrebbe dovuto, Diego lo prese in tutta fretta per il gomito e lo condusse fino a una transenna, con cui la strada era stata delimitata per evitare che la fiumana di gente ostacolasse i gruppi che ancora si esibivano in marce colorate e danze travolgenti. “Senti, Trevor” gli disse ammiccando, “ti sarei grato se mi aiutassi a distogliere le attenzioni della signorina Collins dal sottoscritto. Ne ho davvero abbastanza.” Trevor strabuzzò gli occhi per la sorpresa. “Ma non state insieme?” Alla sola idea, lo stomaco di Diego si contrasse per la repulsione. “Non so cosa te l’abbia fatto credere… O chi” aggiunse, guardando Claire di sottecchi, “ma ti garantisco che non c’è niente tra me e lei. Niente. Ripetilo in giro, per favore. È sempre meglio stroncare queste stupide chiacchiere, prima che assumano proporzioni disastrose.” “Sì, signore, con piacere. A dirla tutta, nemmeno io la sopporto. Ed è colpa sua se, poco fa, mi sono permesso di arrivare nel suo ufficio in quella maniera. Le chiedo scusa.” “Non serve, ma lo apprezzo. Ora però vai, divertiti anche tu. Io ho bisogno di un attimo di pace.” Trevor comprese di essere stato congedato e non aggiunse altro. Appena si fu allontanato, Diego poggiò entrambe le mani sulla transenna, chiuse gli occhi, inspirò ed espirò con lentezza. Ripeté l’operazione per alcuni minuti, cercando il più possibile di estraniarsi dalla confusione e di trovare in sé l’energia necessaria per raggiungere il parcheggio, recuperare la sua auto e tornare a casa. Agognava la solitudine più di ogni altra cosa. Si immaginò già sotto il portico frontale, circondato dalla quiete e dal rassicurante fruscio delle chiome degli alberi che, come silenziosi guardiani, avrebbero sorvegliato il suo riposo. Ecco, si sentiva meglio. Decise di andarsene, aprì gli occhi ma un potente fascio di luce lo accecò, facendolo addirittura barcollare. Imprecando, li abbassò, strizzandoli più volte e poi rivolgendoli verso il centro della strada. La prima cosa che riuscì a focalizzare fu un gruppo di ballerini. Gli uomini stavano prendendo posizione, in attesa che le loro partners li raggiungessero. Una delle ragazze, snella, con capelli corvini corti, ricci e vaporosi, si era fermata per voltarsi e chiamare qualcuno che si stava attardando alle sue spalle. Fu allora che la vide. Mora, un metro e settanta circa, tra i venti e i trent’anni. Di solito gli bastavano pochi istanti per inquadrare una donna, ma con lei ebbe qualche difficoltà, perché l’atteggiamento dimesso la faceva apparire più giovane. Data la sua generica propensione per le bionde, fu quasi tentato di guardare altrove, ma qualcosa glielo impedì. La vide avanzare a passo incerto e testa bassa, quasi stesse pensando di trovarsi nel posto sbagliato e di non avere alcuna via di scampo. Sembrava un passerotto spaurito, con le ali legate dietro la schiena e il timore di non farcela, di non essere abbastanza. Proprio come lui. Quel pensiero vagante, seppur privo di ogni fondamento logico, lo folgorò al pari di un’illuminazione. Non c’era mai stato nessuno con cui avesse provato una simile, istintiva affinità, ma non conosceva quella donna. Com’era possibile? Incuriosito, tornò a studiarne le movenze. Aveva un viso innocente ma un corpo peccaminoso, fasciato in un morbido abito turchese senza spalline e al ginocchio, abbinato a scarpe nere dai tacchi vertiginosi, sui quali pareva a proprio agio. La ragazza riccia le porse una mano, invitandola ad accelerare il passo. Lei le rivolse un sorriso esitante e raggiunse il resto del gruppo, posizionandosi al centro. L’attesa per ciò che stava per accadere si fece per lui subito snervante. Per una insondabile ragione, non riusciva a smettere di fissarla. C’era qualcosa in lei che, a livello istintivo, lo aveva catturato, alterandogli il respiro e rendendogli le gambe inferme. Poco alla volta, la musica divenne più incalzante. Le note risuonarono una ad una dentro di lui, come se una melodia stesse prendendo forma, e ciò non fece che aumentare la sua curiosità. La donna si guardò intorno, forse in cerca di qualcuno, e Diego si ritrovò a sperare di essere lui quel qualcuno. Desiderò essere visto, magari riconosciuto. Avrebbe dato qualunque cosa per sentire i suoi occhi addosso, essere l’àncora di cui lei aveva bisogno per non farsi travolgere dalle sue paure. Perché sapeva, dentro di sé, che lei ne stava cercando una. Comprendeva la sua ansia come fosse la propria e poteva leggere nei tratti tesi del suo viso quello stesso malessere che lo aveva colto poco prima, costringendolo a estraniarsi. Poi, però, sulle prime note di una celebre canzone, la donna smise di colpo di cercare. Chiuse gli occhi, sospirò e reclinò il capo all’indietro, come se si aprisse al potere curativo della musica e le desse il consenso di usarla come suo strumento. Quando li riaprì, erano colmi di un bagliore audace, quasi sfacciato. L’esitazione e l’incertezza con le quali era arrivata erano svanite nel nulla. In un solo battito di ciglia aveva cambiato pelle. Era diventata un’altra. La nuova lei si scompigliò i capelli, mentre i suoi fianchi trovavano il tempo. I movimenti aggraziati divennero sempre meno timidi e, con il crescere del ritmo della rumba, la sua sensualità si sprigionò. A ogni passo, il suo bacino dondolava sinuoso e così anche il vestito che, come Diego aveva notato con un’insolita soddisfazione, le fasciava il seno, per poi svolazzare leggero sul sedere dalle curve invitanti. Non gli era mia successo di capitolare a prima vista per una donna. Era esterrefatto da ciò che provava e avvertì un’insolita voglia di toccarle i lunghi capelli castani, resi lucidi dalla pioggia leggera, che ondeggiavano sulle spalle nude. Li avrebbe prima accarezzati, poi stretti nel pugno per tirarla a sé e spalmarsela addosso, immaginando che i loro corpi avrebbero aderito l’uno all’altro in maniera perfetta, unica. Continuò a osservarla mentre, sempre più entusiasta, risplendeva tra la folla, vibrando di un’energia interiore davvero particolare. C’erano altre donne che ballavano e anche bene, ma nessun’altra sembrava possedere la sua stessa vitalità, né lo stesso spirito. I suoi amici, pur danzando in coppia, la circondarono, applaudendola, incoraggiandola a lasciarsi andare di più. Sì, dammi di più, pensò Diego, bramoso. Mostrami chi sei. Proprio allora, con suo grande disappunto, un uomo alto e magro, dai lineamenti latini, le si avvicinò furtivo alle spalle e, dopo averle circondato la vita con fin troppa naturalezza, la fece voltare verso di sé. Una cieca invidia colpì Diego come un diretto in pieno viso, infliggendogli un dolore acuto per il quale non era preparato. Serrò la mandibola e fissò lo sguardo sulla coppia, mentre l’adrenalina iniziava a fargli formicolare i pugni ora stretti. Gli parve che quel tipo fosse solo un cretino e che le stesse facendo delle avances indesiderate, tanto che pensò che lei lo avrebbe respinto. Si domandò, però, perché i suoi amici, che poco prima erano stati tanto solleciti, non intervenissero e, nell’assistere alla sua reazione, il dolore accecante che aveva provato alla testa si diramò anche al petto, denso come fumo soffocante. Infatti, non solo lei non lo respinse, ma gli accarezzò il collo, sorridendogli per accettare l’insolente invito.
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