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Il commissario De Vincenzi. La gondola della morte

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Trafiletto

Nelle acque scure e limacciose della Laguna viene rispescato il cadavere di un distinto signore. Nelle sue tasche solo una placca da mille del Casinò municipale. È un nobile inglese, accompagnato a Venezia da sua moglie, l’avvenente lady Anna. Chiamato a dirigere il commissariato veneziano, De Vincenzi affronta una delle inchieste più difficili e intriganti della sua carriera. Molti, troppi avevano interesse ad uccidere il sedicesimo duca di Prandley: lo strano “santone” russo Anselmo, con un passato ambiguo e oscuro; il segretario di lady Anna, innamorato segretamente di lei; e poi Fleming e Kettering, due strani personaggi legati a vario titolo al duca e alla sua carriera di diplomatico. Ma la rosa dei sospettati è ancora più ampia… In una Venezia torturata dalla calura estiva, durante la Mostra del Cinema, in quarantotto ore il Commissario risolverà un enigma apparentemente irrisolvibile, fra le sale del Casinò, la spiaggia affollata dell’Excelsior e gli inconfondibili vaporetti della città di San Marco.

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O.
O.La vicenda ebbe principio la sera del 10 agosto e si chiuse il 12 dello stesso mese di quest’anno di grazia 1937. Quarantotto ore, insomma. Quarantotto ore arroventate dal solleone, questo conta. Due giorni sono brevi e sono lunghi. Per lady Anna Quebenquey durarono un’eternità. Per lord Edgard Quebenquey, secondo figlio del sedicesimo duca di Prandley, furono assai brevi, invece, tanto da non avere neanche principio. Per Vladimiro Curti Bò furono giorni di duro travaglio. Ma egli visse l’estate di Venezia, sotto il segno della bendata dea dai trentasette occhi di brace e sempre serbò il ricordo rutilante della ruota bicolore, che ha una croce di nichelio nel centro e tante caselline attorno, esatte e rettangolari come bare. Sulla riva degli Schiavoni era il passeggio. Da San Marco all’Arsenale, dall’Arsenale a San Marco. I caffè erano affollati; da quelli di lusso vicini al «Danieli», a quelli dai tavoli di ferro senza marmo. La laguna scintillava tutta, come un grande monile tempestato di gemme luminose. Le isole chiudevano il cerchio. Nel mezzo le navi da guerra all’ancora, i piroscafi e i battelli che scorrevano, incidendo sul fondo di zaffiro disegni bizzarri, aprendo nella notte illune scie di bagliori. La folla s’era riversata sulla riva a bere l’aria. Sembrava una frotta di pesci boccheggianti. La folla di Venezia in agosto. Variopinta. Tutti i colori e le eleganze. Tutte le lingue e i dati somatici. Un’orgia di bellezze muliebri di ogni paese. E poi, come trama di canovaccio per il ricamo di quei colori, il popolo di Venezia, che guardava, si agitava, «ciacolava» senza posa. Fu alle undici precise della sera — ed era martedì — che Momolo, detto «Sbregon», ubriaco fradicio come al solito, uscì dalla bettola, inseguito dalle risa, dai motteggi e dalle teste di pesce fritto che gli tiravano dietro gli avventori, divertiti e un poco esasperati dalle sue oscenità e dal suo schiamazzo. L’osteria era in una calle, che sbuca sul rio del Pestrin, semibuio e largo e anche profondo. Il rio del Pestrin è parallelo o quasi alla riva degli Schiavoni, nell’interno. Ma a fare la topografia di Venezia, se si esce dal Canal Grande, dalla Piazza e dai Moli, c’è da perdersi come in un labirinto. Il fatto è che «Sbregon», barcollando, correndo, dando del gomito e della testa contro i muri, procedette come se starnazzasse dalla porta dell’osteria sino alle fondamenta del rio. Lui voleva imboccare il ponte, che sapeva esserci. E c’era infatti. Ma «Sbregon», non Io prese e dritto dritto, per modo di dire, finì in laguna. Si sentì un grido, il tonfo, e poi lo sciabordìo dell’acqua turbata dal tuffo di quel corpaccione. Il rio in quel punto e la calle erano deserti, ma i rii e le calli di Venezia hanno orecchie, anche se si crede che vi si possa scannare un cristiano in piena impunità. E, dopo un minuto dal tonfo, sulle fondamenta e sul ponte — quel ponte che «Sbregon» non aveva imboccato — la folla si addensava a guardare l’acqua e a commentare con pietà la fine miseranda di Momolo. Dopo i commenti e le grida e i richiami da finestra a finestra, da un capo all’altro della calle e del rio, qualcuno disse che bisognava pur fare qualcosa per tentar di salvare lo sciagurato. E dalla casa di un notaio, il quale, destato dal baccano, s’era fatto sulla porta in veste da camera e ciabatte, fu telefonato ai pompieri. Poco dopo le lance arrivarono al suono delle sirene e l’acqua del rio fu illuminata dai riflettori. Le ricerche con gli arpioni furono brevi. Un corpo d’uomo fu uncinato e poi tirato a galla e, issa issa, lo deposero sul lastricato delle fondamenta. Attorno la gente si agitava. Le donne chiamavano a raccolta tutti i Santi del calendario e le Vergini beate dei luoghi più fuorimano. Un cadavere è un cadavere, anche se da vivo il defunto era un beone buono a nulla, fastidioso e nauseante. Ma a un tratto dalla folla partì prima un grido, poi un coro di grida: — Ma nol xe Momolo!... — Uh! Maria Vergine! — Tasì, done! Che quel cadavere non fosse la spoglia mortale di Momolo detto «Sbregon» era evidente. A meno di pensare a un bizzarro miracolo, Momolo non poteva essersi messo in marsina nera e sparato bianco nel breve tempo ch’era rimasto sott’acqua, ché lui dall’osteria era uscito sbracato e in maglietta lercia sotto la giacca di rigatino azzurro. E poi Momolo tutti lì attorno Io conoscevano e quel volto bianco sotto la luce dei riflettori, coi capelli e i baffi d’argento, nessuno lo aveva visto mai. — Xelo un foresto... — Xelo un american del «Danieli»... Il telefono del notaio tornò a funzionare; un vigile avvertiva la Questura. Così come poterono, i pompieri e le guardie accorse dalla Riva e da San Marco — la voce di quella pesca macabra e di «Sbregon», messosi in abito di gala per annegare, era corsa come fiamma sulla miccia attraverso l’intrico delle calli e dei rii e dei campielli fino al cuore della città — fecero argine alla folla e inquadrarono il corpo disteso sul lastricato. E intanto Momolo, tiratosi dall’acqua a un cento metri di distanza, ché il tuffo gli aveva snebbiato il cervello e ridato il vigore, vista tutta quella folla nera, si diede a correre, così gocciolante com’era, a tutte gambe dalla parte opposta per la paura che, scampato alla morte, lo volessero ritener responsabile di tutto quel pandemonio, di cui egli credeva essere la causa. Il commissario De Vincenzi, appena arrivato coi suoi uomini da San Lorenzo al rio del Pestrin, data un’occhiata al cadavere, comprese che quel morto gli avrebbe dato filo da torcere e molto. Per prima cosa, l’uomo non era morto annegato: un foro nero alla tempia destra diceva chiaramente in qual modo l’anima se ne fosse andata dal corpo. L’avevano ucciso e poi gettato in acqua. Un delitto. Un grosso delitto da fare un chiasso del diavolo, ché con ogni evidenza l’ucciso era persona d’importanza. E non c’era neppure da pensare a un delitto di malavita, a un delitto per rapina. All’anulare della mano sinistra del morto splendeva un brillante grosso come un fagiolo e sul panciotto bianco si vedeva l’oro della catena dell’orologio. Uno dei due bottoni dello sparato mancava, ma era rimasto l’altro ed era una perla. Certo il bottone mancante doveva essere sgusciato dall’asola, quando avevano gettato il cadavere in acqua. Ché segni di lotta il cadavere non recava e anche il volto era placido, composto, quasi sorridente. De Vincenzi si sollevò e si volse al dottore, che aveva condotto con sé. — Dategli un’occhiata, dottore. Quanto tempo può esser rimasto in acqua? Il medico municipale aveva la pancia ed era stato strappato dalla sua serotina partita di tarocchi nel caffè di campo San Luca. Lasciò sentire un brontolio sordo e s’inginocchiò sul lastricato. Il responso venne rapido: — Un’ora o al massimo due. E anche la morte risale allo stesso tempo, press’a poco... — Alle nove, allora, era ancora in vita? — Probabilmente. Ma lo sapremo con sicurezza dopo l’autopsia. Non c’è nemmeno da guardare alla rigidità, perché lo hanno messo a mollo come un merluzzo... Si rialzò, cercando di pulirsi i pantaloni alle ginocchia, e si asciugò il sudore. Batteva gli occhi, ché i riflettori delle lance lo abbagliavano. — Non posso farci altro, io!... Se ne parlerà domattina... A rivederci, commissario... E, apertosi il varco fra gli agenti e i vigili, scomparve. De Vincenzi si chinò a frugare nelle tasche del cadavere. Da quella del petto tolse il fazzoletto di seta bianca e lo distese in terra. Dentro ci mise gli oggetti a mano a mano che li tirava fuori. L’orologio con la catena e alcune medaglie d’oro per ciondolo. Il bottone con la perla e l’anello di brillanti, che venne via dal dito con facilità. Nei taschini del panciotto non trovò altro. Nelle tasche dei pantaloni poco di più: un secondo fazzoletto, una pipa, una borsa col tabacco, una manciata di monete d’argento e di rame. Nella tasca posteriore c’era un rotolo di banconote inglesi e italiane, così a occhio e croce più di diecimila lire. Niente rapina! Frugò ancora. Né un portabiglietti, né un’indicazione qualsiasi, che potesse rivelargli l’identità dell’assassinato. Qualche straniero ricco o altolocato, certamente. Ma nel rialzarsi, De Vincenzi in una mano aveva il fazzoletto pieno di tutto quel ben di Dio, denaro e gemme, e nell’altra una placchetta di una sostanza bianca come avorio, listata di azzurro, con impressa nel mezzo una cifra: 1000. Una placca da mille lire del Casino Municipale. Lì sul rio non c’era altro da fare per lui. Sarebbe venuto il giudice istruttore per il «nulla osta» e poi avrebbero portato il cadavere a San Michele, per l’autopsia. De Vincenzi lasciò due uomini a piantonare il corpo e si allontanò. Fece la calle, passando davanti all’osteria da cui era uscito fra i lazzi e le imprecazioni il povero sciagurato «Sbregon», e dopo giri e rigiri sbucò sulla riva degli Schiavoni. Dietro gli camminava il maresciallo con gli altri agenti. — Tornate in Questura, voialtri... Io ho da fare... E poi diede gli ordini al maresciallo: pregasse a suo nome il vicecommissario di cominciar le ricerche negli alberghi; più urgente di tutto era l’identificazione dell’ucciso; al resto avrebbe provveduto lui e a ogni modo ci si sarebbe pensato la mattina dopo. Stava per avviarsi verso San Marco, quando sentì qualcuno che gli correva dietro e lo chiamava. — Cavaliere!... Cavaliere!... Si volse di scatto. Lui era soltanto da una ventina di giorni a Venezia, mandatovi in missione da Milano a dirigervi la Squadra Mobile per i mesi del gran lavoro estivo, e pochi dei suoi dipendenti sapevano che a chiamarlo a quel modo gli si dava fastidio. — Che volete? L’agente, uno dei due lasciati di piantone al morto, si fermò di colpo sferzato dal tono brusco. — Cavaliere... i pompieri hanno trovato una gondola abbandonata... Nessuno sa a chi appartenga ed è sporca di sangue... — Vengo — fece De Vincenzi. Naturalmente, c’era una gondola. O come, altrimenti, poteva essere andato a finire nell’acqua del rio del Pestrin quell’uomo in marsina, con più di diecimila lire nelle tasche e una placca del Casino Municipale?

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