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Il vecchio professor Bartoli, decano della facoltà di odontoiatria, guardò Francesco con occhi fermi prima di dire: «Lei è uno studente coi fiocchi, signor Raimondi. Ha fatto un grande lavoro». Inaspettatamente sorrise e la sua aria divenne confidenziale: «Merita tutto il meglio che la nostra splendida professione possa offrire».
Lo congedò con una stretta di mano.
Erano le diciassette quando Francesco uscì dalla facoltà. Il rumore del traffico faceva tremare il portico di via San Vitale. C’era ancora una bella luce e l’aria era tiepida. Le giornate si stavano allungando velocemente.
Gironzolò godendosi la primavera. Guidava malvolentieri (la Smart di Giorgia) e saliva raramente sugli autobus.
I palazzi altissimi, le grandi piazze gremite, lo rassicuravano. Al contrario, gli spazi vuoti gli creavano angoscia. Li associava ai silenzi dell’ospedale.
Incrociò tre compagni di facoltà. Uno di loro gli doveva qualche decina di euro, ma disse di non avere soldi con sé. Gli chiese ugualmente se aveva qualche grammo di m*******a. Che fosse buona come quella dell’ultima volta, però.
Francesco sapeva che non sarebbe stato facile incassare. Prese comunque dalla tasca una bustina e gliela passò.
«Sei un amico» disse il giovane, con uno spiccato accento nuorese.
Scambiarono opinioni in merito alle rispettive tesi e si salutarono.
Francesco si diresse verso casa.
Appena imboccò via Castiglione, un colpo di clacson attirò la sua attenzione. Era stato un suono familiare. Si girò. Dietro di lui c’era una Range Rover nera opaca, dai finestrini oscurati. Doveva aspettarselo.
Si guardò intorno con circospezione prima di avvicinarsi all’auto.