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1916 Parole
Il piccolo, come purtroppo egli aveva già compreso, avvertiva i morsi della fame e persino il cuore di Tiberius, pur non battendo, ebbe uno spasmo di pietà. Rivolse uno sguardo furtivo al letto accanto, quello sul quale riposava Gina, ed evitò di pensare a quella famiglia che avrebbe voluto creare insieme a lei, se solo a suo tempo gli avesse aperto il suo cuore e parlato di ciò che la turbava. Invece, aveva ceduto alla disperazione, a quel suo lato oscuro e autolesionistico che, passo dopo passo, l’aveva allontanata da lui. Prima di chiudersi in se stesso, raccolse in fretta ciò che gli serviva per visitare Buddy e le lasciò sole. Brianna scostò i capelli di Charlotte e con una salvietta le deterse piano il viso, cercando di non svegliarla. “Chissà qual è la sua storia! Luke non ha mai parlato di lei, per quel che ricordo. So che scherziamo sempre sulle donne che seduce e abbandona, l’ho fatto spesso anch’io, ma mi sembra incredibile che una perfetta estranea si sia veramente presentata alla nostra porta con un figlio suo! Vedi? Ha la pelle così fragile che persino questa salvietta gliela graffia…” Aveva notato altri ematomi sul suo corpo e sapeva per esperienza diretta che erano del tipo che si formava quando si soffriva di inedia. Ricordava in maniera frammentaria, ma con un certo orrore, il tempo in cui Victor l’aveva tenuta prigioniera, ossessionato da lei ma non abbastanza attento da nutrirla con regolarità. Spesso l’aveva lasciata per giorni chiusa in quella maledetta villa degli orrori che cadeva a pezzi, senza ricordarsi di doverle lasciare qualcosa da bere. Dopo essere stata salvata, il suo corpo martoriato aveva impiegato molte settimane a guarire, tanto che sulle prime si era convinta che quegli ematomi le sarebbero rimasti per sempre addosso, come marchi infamanti. Alice, dal canto suo, non sapeva cosa dirle, né cosa pensare. Aveva un nodo allo stomaco ma poca voglia di scioglierlo in quel momento, così allontanò le lacrime con un gesto stizzito della mano, poi prese anche lei una salvietta e si mise all’opera. “Credimi, Bree, mi sto sforzando di tenere a bada la mia empatia, perché credo che ciò che ha vissuto possa spaventarmi più di qualsiasi altro evento mi abbia coinvolta in prima persona. L’unica cosa certa è che è letteralmente terrorizzata dall’idea di perdere il figlio, anche se ho la netta impressione che sia venuta apposta per questo. Per lasciarlo.” Mesta, Brianna annuì. L’aveva capito subito anche lei nel notare i bagagli e, soprattutto, la persistente aura di sconfitta da cui Charlotte pareva circondata. “Credi che Luke accetterà di tenere il bambino? È così piccolo e indifeso! Non oso davvero pensare a come vivessero…” La voce le si incrinò e si coprì la bocca per non piangere. “Non avrà scelta, suppongo. Sarebbe disumano cacciarli e farli tornare per strada, nella miseria dalla quale provengono. Comunque, una cosa è chiara: se lui non lo vorrà…” “Lo terremo noi!” concluse Brianna. “Ovvio. Almeno fino a quando sua madre non si sarà ripresa e non sarà di nuovo in grado di pensare a lui. Non è giusto che vengano separati. Non quando è così evidente che dipendono uno dall’altra.” In silenzio, rimasero a riflettere sui possibili sviluppi di quella situazione, ma ognuna volse l’attenzione su temi differenti. Alice, la cui voglia di maternità aveva iniziato già da un po’ a far ticchettare il suo orologio biologico, sebbene non ne avesse fatto parola con suo marito, si domandava da quale incubo Charlotte fosse scappata. Non riusciva a immaginare cosa l’avesse spinta al limite e temeva che l’orgoglio avesse giocato la sua buona parte perché, dopo l’amore per suo figlio, quella era la sensazione maggiore che percepiva da lei. Si doveva essere sforzata di andare avanti con le sue sole forze, privandosi di ogni cosa, come dimostravano i suoi abiti sdruciti, rattoppati alla meno peggio in più punti. Alla fine, però, doveva essersi resa conto da sola di non farcela e, consapevole di aver raggiunto il fondo, aveva deciso di contattare Luke. Alice non osava esprimere un giudizio sulle sue scelte, perché non lo riteneva giusto. Sacrificarsi in quella maniera per offrire il minimo indispensabile al proprio figlio era un concetto facile da comprendere e da condividere, anche senza essere madre. Brianna era del suo stesso avviso. Lei, che mai sarebbe diventata madre in maniera naturale, intendeva fare ciò che poteva per consentire a Charlotte di conservare il suo stato genitoriale. Poi sarebbe spettato a Luke intervenire e offrire ai due una degna sistemazione, anche economica. Sul momento, ciò che lei poteva fare era sperare che tutto si risolvesse per il meglio e che il povero Buddy potesse infine contare su una famiglia vera, unita. Su un padre e una madre che lo amassero in maniera incondizionata. Raccolse gli abiti macchiati di Charlotte e decise di portarli in lavanderia, in modo che al suo risveglio li trovasse freschi di bucato. Pensava anche di sistemare certe toppe, visto che c’era. Male non avrebbe fatto, anche se sapeva che sarebbe stata una magra consolazione. “Credi che si possa offendere, qualora le preparassimo dei vestiti da portare via? Ho tanta roba che non metto mai!” Alice la trovò un’ottima idea. “Ho anch’io dei pantaloni che mi vanno lunghi e, visto quanto è magra, dovrebbero calzarle a pennello. Dio santo, è un fuscello! Hai visto con quanta difficoltà Tiberius le ha trovato una vena in cui inserire l’ago della flebo? È assurdo!” Poi un pensiero vagante la colpì. “Anche Buddy avrà bisogno di vestitini, non credi? Non ho avuto modo di controllare cosa ci fosse nei suoi bagagli ma, visto lo stato in cui Charlotte versa, dubito abbia altro da mettergli.” “Concordo. E i pannolini? I biberon? Cosa staranno usando per dargli da mangiare?” esclamò inorridita Brianna. Entrambe rivolsero un’occhiata al piano superiore, da cui continuavano ad arrivare le urla isteriche del bambino. Alice si mise subito in azione. “Qualunque cosa stiano tentando, non funziona. Vado di sopra a dare una mano.” “Io sistemo questi vestiti, faccio un salto in lavanderia e torno qui. Non voglio che si svegli senza avere nessuno accanto. Potrebbe sentirsi spaventata.” “Hai ragione. Speriamo, comunque, che Luke torni presto.” “E che qualunque problema li abbia divisi possa essere risolto, per il bene di tutti” concluse Brianna. Quindi uscirono dalla stanza e richiusero dolcemente la porta alle loro spalle. Non appena udì lo scatto della serratura, Charlotte rinvenne. Si mosse inquieta sul materasso, ma ebbe una atroce fitta alla testa e scoprì che persino sbattere le ciglia le costava un’immensa sofferenza. Provò ad aprire gli occhi, ma li aveva asciutti, quasi avesse appena versato le sue ultime lacrime. Su questo, però, sapeva di essere in errore. Tutto si era aspettata, tranne di finire con il sedere per terra, ferita e affamata, sull’uscio della Legio X. Aveva immaginato tante varianti della medesima scena, ma mai quella in cui si presentava davanti ai famosi e temuti legionari senza un briciolo di dignità, distrutta nel fisico quanto nello spirito. Il pianto costante del suo angelo giungeva forte e chiaro dal piano superiore e lei sapeva, sapeva che Buddy riusciva ad avvertire ogni sua angoscia, ogni suo rimorso. Al pari di Luke, era dotato della straordinaria capacità di tirare fuori da lei le emozioni più vere, senza il minimo sforzo. Era il suo compagno di sventura, l’unico che, in qualche maniera, la comprendeva, condividendo ogni attimo della sua patetica esistenza. Il suo Buddy, appunto. Ne avevano passate tante insieme, troppe. Sempre in fuga da una città all’altra, senza mezzi di sostentamento, senza nessuno su cui contare e sempre più terrorizzati. Era un miracolo che fossero ancora entrambi incolumi, più o meno, ma il peggio era alle spalle. Sperava solo che le forze l’accompagnassero un’ultima volta, per fare ciò che doveva. Ciò che era giusto e che, ne era consapevole, avrebbe dovuto fare sin dal principio. Quindi, messo in salvo Buddy, si sarebbe eclissata. Non le interessava dove sarebbe finita, né cosa ne sarebbe stato di lei, se mai l’avessero catturata. Una volta sulla strada, libera e sola, sarebbe anche potuta morire di gelo, sotto la neve. Sarebbe sparita con la coscienza finalmente a posto, forte del fatto che suo figlio, il suo prezioso cucciolo, sarebbe stato al sicuro con suo padre. Repentino, il volto di Luke tornò ad affiorare tra i ricordi, ma lei lo sospinse con prontezza indietro, tra le memorie del passato che avrebbe dovuto cancellare. Che senso aveva ripensare a lui, a quel suo corpo irresistibile, a quelle labbra piene che erano state la sua rovina? Che bene le avrebbe fatto ricordare il suo micidiale sorriso, che tanto contrastava con il tormento innegabile che aveva letto nei suoi occhi, facendoci l’amore? “Basta, Charlotte, basta!” supplicò, obbligandosi a mettere a tacere l’anima spezzata. Rimpianti, dolore, persino il ribrezzo che aveva di sé e della propria infelice condizione non contavano più nulla. Buddy era tra persone che lo avrebbero amato, che si sarebbero prese cura di lui. Non era forse stato quello il primo pensiero della donna di nome Alice? Le credeva, si fidava di lei. Eppure la conosceva da quanto, due minuti? Non importava. Buddy era un seduttore quanto suo padre e li avrebbe conquistati con il suo innegabile charme, come aveva fatto con la tipa con i capelli ramati. Anche lei, un tempo, aveva avuto dei capelli così. Lucidi, curati, senza una doppia punta... Che sciocca era, a lasciarsi andare alla vanità dopo ciò che aveva passato! Sollevò il lenzuolo e se lo portò sulla testa, per chiudere fuori il mondo, fuori i suoi stessi pensieri. Tuttavia, per quanto si sforzasse di non rievocarli, la risata argentina di Luke, le sue grandi mani, che la accarezzavano come se lei gli fosse sempre appartenuta, e le loro sottili schermaglie continuavano a tormentarla. La eccitavano ancora come il primo giorno e per questo la spaventavano in maniera indicibile. Chiaramente, date non solo le sue condizioni ma anche l’imbroglio che aveva portato avanti a suo beneficio, lui non l’avrebbe riconosciuta, non subito e forse… Forse era meglio così. In effetti, avrebbe preferito che Luke non ricordasse nulla del passato, affinché lei non uscisse da quel confronto più umiliata che mai. Quanto a Buddy, era figlio suo, non c’era proprio alcun dubbio su questo. Non aveva fatto in tempo a chiedere al medico di iniziare a effettuare un test del dna, ma la somiglianza tra loro era già una prova più che sufficiente. Ciò che le restava da fare era mettergli la loro splendida creatura in braccio, baciare un’ultima, straziante volta la sua testolina castana e poi… Al pari di un animale in fin di vita, sarebbe andata a morire da qualche parte. Se di stenti o di dolore per la perdita di quanto aveva di più caro al mondo, le era indifferente. Comunque meglio quello, che essere uccisa per mano della sua famiglia. Ed eccole di nuovo, le lacrime. Altro che esaurite! I singulti si fecero subito irruenti, ma Charlotte si morse le labbra a sangue e, poco alla volta, si calmò per non attirare più attenzione di quanto non avesse già fatto. Buddy, il suo adorato Buddy, piangeva altrettanto disperato e lei, pur sopraffatta dai sensi di colpa, si lasciò cullare dai suoi singhiozzi, fino a quando la stanchezza non ebbe il sopravvento e crollò, mormorando il suo rassicurante nome.
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