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2030 Parole
2 Rivelazioni Sebbene camminasse lenta e insicura e avvertisse un fastidioso ronzio nelle orecchie, Charlotte riuscì a raggiungere il salotto, dove i legionari e le loro compagne parlottavano a voce bassa. Qualcuno rideva. Forse strapparsi di dosso la flebo non era stata una grande idea, ma non sapeva quanto tempo fosse rimasta incosciente. A lei parevano anni. Nemmeno si era destata quando le avevano fatto indossare quel pigiama che adesso, a contatto con la pelle, la faceva sentire ancora di più fuori posto. Un’estranea. Ad ogni modo, era riuscita ad alzarsi dal letto e a rimettersi in piedi. Doveva vedere Buddy, essere sicura al cento per cento che stesse bene. Ne ebbe la certezza quando, ancor prima di vederlo, lo sentì allungare una vocale e ridere a crepapelle, eppure… Provò una certa irritazione. Quasi non credeva alle proprie orecchie. Nessuno, davvero nessuno faceva divertire in quel modo suo figlio, a parte lei. Perlomeno, ne era stata convinta fino ad allora. Che Luke fosse tornato? Che fosse lui a fare divertire il loro piccolino? L’incontenibile emozione di vederli finalmente insieme le provocò un capogiro e dovette poggiarsi al muro per non ruzzolare giù per le scale. Chiuse gli occhi, sopraffatta da un sentimento che non era felicità, non c’era modo che potesse esserlo, ma comunque vi si avvicinava tanto. Si accorse che tutti le davano le spalle ed erano intenti a osservare qualcosa. Furono sufficienti altri due passi per rendersi conto di essersi sbagliata, perché Buddy non era affatto in braccio a Luke, come aveva sperato. Al contrario, di lui non c’era neanche l’ombra. Suo figlio penzolava dal collo di un legionario, e non di uno qualunque, ma del capo. Quel Tom Fabius Buteo di cui si parlava con timore, rispetto e soprattutto con la speranza di non doverlo mai incontrare. Il vampiro se ne stava in piedi, al centro della stanza, con le braccia inerti lungo i fianchi e un’espressione impacciata sul viso austero. Pareva che non sapesse come reggere Buddy, che comunque aveva preso l’iniziativa, allacciandogli le mani dietro la nuca e dondolandosi da destra a sinistra. Chiaramente era a suo agio, malgrado fosse vicino a uno degli esponenti più pericolosi e influenti della loro società. Un peso si sollevò dal suo cuore di madre, ma un altro, altrettanto gravoso, vi si poggiò, schiacciandola: l’invidia per qualcuno che avrebbe preso il suo posto e che ancora non sapeva quanto fosse fortunato a godere del calore di Buddy, della sua vocetta allegra, dei suoi sguardi colmi di fiducia e di bontà. “Sei così sexy in questo momento!” esclamò Alice, osservando il marito piegarsi in avanti e tendere le mani sotto il pannolino, che era in bella vista. “Tu scherzi, ma io ho il terrore che mini Luke inizi a usarmi per fare pole dance. Del resto, sapendo chi è suo padre, non mi meraviglierei… Ce l’avrà nel sangue!” “E tu cosa ne sai di pole dance?” gli rispose, insospettita. Suo marito non era il tipo da frequentare certi locali… O sì? “Abbastanza da sapere che bisogna avere molta forza nelle braccia e fidati, questa scimmietta ce l’ha. A momenti mi stacca il collo!” Stava offrendo uno spettacolo buffo, ma era chiaro che non fosse avvezzo a trattare con un bambino e, nonostante l’irritazione crescente per averlo sentito rifare una battuta sulle abitudini goderecce di Luke, Charlotte decise di intervenire per toglierlo dall’impaccio. “Aspetta, dallo a me!” disse, barcollando nella loro direzione. Nell’udire la voce della sua mamma, Buddy rovesciò la testa all’indietro e, quando furono vicini, lei si chinò e lui le baciò il naso. Sembrava un gesto quotidiano, un loro piccolo rituale d’amore, e non passò inosservato. Sollevato, Tom non si fece pregare due volte e quasi glielo lanciò addosso ma Buddy, una volta finito di ricevere le coccole dalla sua mamma, si accorse di aver perduto il suo compagno di giochi e ricominciò a piangere disperato. “Scusatelo, in genere è un bimbo molto vivace, ma buonissimo, ve lo assicuro!” Allarmato dal flebile tono di voce e dalla evidente fatica con cui si esprimeva, Tiberius corse al suo fianco. Charlotte non era per niente stabile e temeva che sarebbe di nuovo caduta rovinosamente insieme al piccolo. “Oh sì, ce ne siamo accorti!” esclamò Alice. “Lo abbiamo tenuto a turno, ma non c’era niente da fare. Piangeva come un matto, fino a quando non ha visto Tom e ha preteso di saltargli addosso. Guarda qua!” A dimostrazione, riprese Buddy, che stava diventando paonazzo a furia di strillare, e lo passò a un reticente Tom. Quasi avessero spento un interruttore, il bimbo smise di frignare e lo abbracciò, incuneando la sua testolina tra l’orecchio e la spalla del centurione. “Siete così teneri!” sospirò, ma lui serrò le labbra. “Io non chiamerei tenerezza quella che sta fuoriuscendo dal suo naso e che mi sta spalmando sul collo…” “Mi dispiace” si riscusò Charlotte, ma di colpo sentì venir meno le forze e ringraziò il cielo per le solerti braccia che la stavano sostenendo. “Lascialo perdere!” protestò il medico. “Tom ha visto di peggio in vita sua, di sicuro sopravvivrà. Tuo figlio sta benissimo, perciò pensiamo un po’ a te adesso. Sei rimasta addormentata solamente per un’ora e questo non va bene. Perché ti sei tolta la flebo?” “Dovevo vederlo. Devo stare con lui più a lungo possibile!” ansimò, gli occhi già lucidi al solo pensiero che quelli potessero essere gli ultimi momenti in sua compagnia. Non voleva rimettersi a piangere, aveva scombussolato già abbastanza la loro nottata ma, a quanto pareva, la debolezza cronica degli ultimi mesi non voleva saperne di dissiparsi. Grazie alla sua sensibilità, Tiberius poteva comprenderla, ma sapeva che quella sua testardaggine non l’avrebbe fatta guarire più in fretta. “Non sono ancora in grado di eseguire dei miracoli e, se non lasci che ti dia dei ricostituenti, dubito che smetterai di avere capogiri e stanchezza. Vieni, siediti qui con noi e lasciati un po’ coccolare.” La accompagnò fino al divano e Charlotte si sedette vicino a quel tale, Gus, il primo a notare la forte somiglianza fisica di Buddy con Luke. Poi Tiberius si scusò per andare in infermeria e il suo posto fu preso dall’appariscente vampiro biondo che le aveva offerto da bere e che le stava riporgendo un calice. “Bevi questo, di sicuro ha un sapore migliore di qualunque sostanza Doc ti inietterà nelle vene.” Per strana che fosse la situazione, nei suoi occhi verdi e ammiccanti Charlotte non lesse compassione ma una specie di complicità, quasi potesse indovinare il suo stato mentale. In altre circostanze, si sarebbe stupita di quella empatia e avrebbe trovato lui e Tiberius molto intriganti. Adesso, invece, la sua vita era finita così sottosopra che faticava a riconoscere se stessa. Figurarsi poi mettersi a fantasticare su due uomini che, per quanto affascinanti, non erano, né sarebbero mai stati, all’altezza di Luke! Ringraziò e cercò di tenere il bicchiere in mano, senza rovesciarsi addosso il contenuto. Trovò strano che, pur avendone il diritto, nessuno le rivolgesse domande imbarazzanti e che, al contrario, l’avessero accolta con tanta affabilità. Non era quella la reazione che si aspettava dopo aver fatto irruzione nella loro casa, né i loro atteggiamenti disinvolti combaciavano con l’idea che si era costruita nel tempo sulla temibile Legio X. Intanto, Buddy l’aveva tranquillamente sostituita con Tom, riprendendo il gioco del dondolio spericolato che tanto sembrava piacergli. “È davvero incredibile” confessò. “Mio figlio non è mai stato tanto espansivo.” Alice le sorrise radiosa. “Sarà merito del fascino magnetico di Tom! Sai, nessuno gli resiste: nemici con una vena sadica, ex fidanzate psicopatiche, bambini…” “Non sei divertente” sibilò lui a denti stretti, ma inavvertitamente Buddy gli sferrò una testata sul mento e lo zittì, scatenando l’ilarità generale. Quel poveretto non sapeva che pesci prendere, eppure si faceva fare qualsiasi cosa, purché il bimbo non ricominciasse con i capricci. Dunque, era così che suo figlio sarebbe vissuto? Accolto, protetto, amato come lei non avrebbe più potuto fare? Ingoiò un sorso di sangue e rimase a fissare i suoi grandi occhi verde-azzurri, cangianti come quelli del padre e pieni di una luce gioiosa, che lei non vi scorgeva da tanto. Buddy era la sua unica ragione di vita, il suo amore immenso, infinito. Tutto ciò che era, nel bene e nel male, convergeva verso un unico scopo: assicurarsi che fosse allegro, sano e salvo. Sempre al riparo da ogni male. Perfino da quello rappresentato da suo padre o meglio, dal suo lavoro. Li aveva tenuti separati per tanti motivi che, stando in quel modo la situazione, non avrebbe mai potuto spiegare all’uno, né all’altro. Adesso, però, iniziava a dubitare di se stessa e delle scelte che aveva compiuto. Come avrebbe reagito Luke? Cosa gli avrebbe detto, per placare la sua giustificabile ira? Buddy ormai aveva oltre un anno e, malgrado la vita da reclusi che avevano vissuto, era straordinariamente ricettivo. La sua predilezione per Tom dimostrava quanto i suoi gusti in fatto di persone fossero già ben definiti. E se Luke non gli fosse piaciuto? Se avesse avvertito le paure di sua madre o, gli Dèi non volessero, il rifiuto del padre? Si passò il dorso della mano sugli occhi per asciugarsi le lacrime e tornò a fissarlo. Era il bambino più bello del mondo. Solare, vitale, intelligente. Così simile a suo padre che si era convinta del fatto che, una volta diventato adulto, la gente avrebbe faticato a distinguerli. Era questo che l’aveva indotta a credere che, malgrado le avverse circostanze, Luke lo avrebbe amato a prima vista. Avrebbe riconosciuto in lui un’altra parte di sé che viveva nel mondo. Proprio mentre Tiberius, tornato poco prima, le stava infilando in vena l’ago della flebo e lei era persa nei suoi cupi pensieri, la porta d’ingresso si spalancò all’improvviso. “Cazzo, che tempaccio! Piovono persino cani e gatti! Tom, non potevi occupartene? Ci ho messo un’eternità per trovare un market aperto, almeno avrei evitato di bagnarmi fin dentro le mutande!” Entrato a testa bassa, Luke strofinò gli stivaloni neri sullo zerbino, poi con due falcate delle sue li raggiunse e, per indispettirli, si scrollò di dosso la pioggia come un grosso cane, facendola schizzare ovunque. “Scherzo” aggiunse, “lo sapete che non porto le mutande!” La pressione sanguigna di Charlotte schizzò alle stelle, e non per quella battuta, che comunque gli aveva sentito fare in molte altre occasioni. Era bastata la sua sola voce a farle tremare le ginocchia, riaccendendo una fiamma mai sopita. Pur temendo di svenire per l’emozione, si azzardò a sbirciare nella sua direzione. Del resto, ce l’aveva davanti e gli altri si erano zittiti di botto, aspettando le reazioni di uno dei due. A prima vista, le parve più irresistibile, muscoloso, persino più alto di quanto ricordasse. Aveva però anche un aspetto più maturo e un viso meno spensierato, come se alla fine la vita si fosse presa la rivincita, esigendo una parte sostanziosa del suo perenne ottimismo. Portava i capelli più rasati sui lati e lunghi sopra, dove numerose ciocche scure gocciolavano eroticamente sulla sua t-shirt. Eroticamente? Dio, quanto sono patetica! Pensò lei, ma per quanto ci provasse non riusciva a distogliere lo sguardo. Lo aveva desiderato tanto, amato e perso troppo in fretta. E adesso era là, sereno, ignaro di come la sua vita stesse per cambiare per sempre. Di una cosa era certa: l’avrebbe odiata. Non importava quali fossero le sue ragioni, ma l’avrebbe detestata per ciò che aveva fatto. Perciò, a quel punto, quale peccato capitale avrebbe commesso, se si fosse goduta per qualche altro istante quel suo sorriso, radioso e sconvolgente come sempre? Poi, però, notò un sensibile cambiamento in lui nell’attimo in cui Luke, sollevato il capo, si accorse non solo di Tom che lo fissava in cagnesco, ma anche di chi reggesse in braccio. I suoi occhi furono attraversati da un bagliore differente e quella sua bocca peccaminosa, di cui Charlotte ricordava i baci infuocati, si aprì in un’espressione di pura estasi.
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