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2026 Parole
“A quanto pare, sono stato via davvero tanto! Ehi Alice, non mi avevi detto di avere una pagnotta nel forno!” Per la seconda volta, la sua voce, squillante e vivace, la colpì con la stessa potenza di un pugno allo stomaco. Altre parole sussurrate nell’impeto della passione, altri suoni smorzati dalle lenzuola aggrovigliate si riaffacciarono alla memoria e Charlotte, sopraffatta, chiuse gli occhi. Malgrado si fosse ripromessa di mostrarsi calma e di affrontarlo con distacco, la sua sola presenza nella stanza era già bastata a spazzare via ogni suo proposito. Forse era un bene che non si fosse nemmeno accorto di lei. Avrebbe avuto un attimo per riprendere il controllo ed evitare di svenire. Doveva in ogni caso affrontarlo, e subito. Risollevò le palpebre e le sue occhiate ansiose rimbalzarono da Luke a Buddy, temendo il peggio. Ignorando la battuta, Tom si strinse il bimbo al petto. Alla vista del suo presunto padre, Buddy si era immediatamente irrigidito. Non rideva più, aveva gli occhi sgranati per la sorpresa e il pannolino, a contatto con il braccio del centurione, stava diventando sempre più caldo e pesante. Tom temeva che il piccolo avesse paura, perciò fece un passo indietro. Quindi guardò Alice che, pur provando le sue stesse sensazioni, lo incitò a restare fermo. Fu Cédric a prendere in mano la situazione. Con il suo naturale aplomb, era infatti abituato a dirimere ogni tipo di controversia, non solo legale. “Luke, amico, perché non ti siedi? C’è una persona che vorremmo farti conoscere.” “Sì, sì, subito. Tieni questi, inizia a trapanare il muro sul caminetto. Ho comprato diversi fisher, ne troverai pur qualcuno che sorregga bene il peso del quadro! Io, intanto, ho davvero bisogno di mangiucchiarmi queste piccole coscette deliziose!” Gli ficcò in mano un sacchetto di carta pieno di chiodi e, sotto lo sguardo attonito dei presenti, in primis di Charlotte, si lanciò sulle gambette inerti di Buddy e cominciò a fingere di morderle in più punti, masticando poi rumorosamente e suscitando le risa del bambino. Tom, più rilassato, provò a deporglielo con cautela in braccio, ma Buddy si lanciò con naturale entusiasmo sul padre e lui raggiunse Alice, per condividere con lei un certo sollievo. Cédric mise via i fisher e si schiarì la voce. Cercava di non sghignazzare perché sarebbe stato inopportuno, ma era davvero un’impresa ardua. Avevano tutti ipotizzato spesso che Luke avesse sparso il suo seme in giro per il mondo e generato figli a volontà, ma mai avrebbero pensato a un vero ricongiungimento familiare. Il modo in cui stava giocando con suo figlio senza sapere chi fosse era, comunque, già un fatto positivo. “Appunto. Come ti dicevo, ho il piacere di presentarti il piccolo Buddy!” Luke lo udì a malapena. Le sue attenzioni erano volte al bambino, un vampiretto dagli occhi vispi che si dimenava per il solletico e gli sorrideva sbavando. Si accorse che aveva dei minuscoli dentini bianchi, così glieli sfiorò con il dito e Buddy, prontamente, lo morse per provocarlo. Scoppiò a ridere, deliziato. “Oh, ma sei un simpaticone, tu! Diventerai un vampiro fortissimo, non è vero? Sì?” Lo agitò, lo dondolò un po’, poi iniziò a farlo saltare in aria e a riprenderlo all’ultimo momento, con gridolini sempre più entusiasti da parte di Buddy, per il quale quel gioco era nuovo di zecca. “Lei è Charlotte, la madre” insistette Cédric, indicandola. Sentendosi sui carboni ardenti, la donna sbiancò. Non riusciva a capire se quello fosse un sogno o un incubo. Temeva di non essere più capace nemmeno di spiccicare parola e di restare imbambolata a fissare le due persone che più amava al mondo, senza trovare il coraggio di farsi avanti. Poi Luke si voltò, le offrì un sorriso raggiante ed esclamò: “Piacere di conoscerti!” Così, semplicemente. Un attimo dopo, però, tornò a osservarla e, stavolta, il dubbio sembrò aver fatto breccia. “Ci siamo già incontrati?” domandò, la voce non proprio salda e lo sguardo più diffidente. A Cédric per poco non cadde la mandibola. Se quelle erano le premesse… “Perché non ti siedi accanto a lei?” gli disse con tono conciliante. “Charlotte vorrebbe parlarti.” Quindi gli si avvicinò e tese le braccia. Seppure controvoglia, Luke gli cedette il piccolo, che non solo riprese a piangere ma, in men che non si dica, sguillò fino a terra e prese a gattonare per la stanza, toccando ogni cosa su cui riuscisse a posare le sue manine grassocce. Incuriosito da quell’aria di segretezza e dalle fastidiose risatine alle sue spalle, Luke si accomodò a così poca distanza da Charlotte che, quando le loro gambe si sfiorarono, lei trasalì. “Eccomi qua, sono tutto tuo… Come hai detto che ti chiami?” La fissò dritto negli occhi, ma lei fu più rapida e abbassò la testa. Non ce la faceva. Non ci riusciva. L’uomo che aveva idolatrato per mesi e che le aveva donato un figlio era là, davanti a lei, eppure non riusciva a dirgli nulla. Neanche le scuse che si meritava a profusione. Si morse le labbra e restò in silenzio fino a quando Luke, che cominciava a provare una buffa sensazione di déjà-vu, insistette. “Ti prego, non avere alcun tipo di imbarazzo. Parla pure, sei al sicuro tra noi. Cos’è successo?” C’era un che di familiare nel modo in cui quella sconosciuta, dall’aspetto tanto minuto da sembrare una ragazzina, si torturava la bocca. Tuttavia, non era mai stato un fisionomista. L’unico dettaglio che gli restava impresso di una donna era il seno e lei, a quanto pareva, non ne era molto fornita. In realtà, gli parve che fosse fragile come un uccellino con le ali spezzate. Provò subito pietà per lei e, nel notare in quale modo si fosse incurvata, si ritrovò a volerla consolare. Osò sfiorarle il mento per sollevarglielo e sentì le dita formicolare, quasi come se una parte di lui l’avesse già riconosciuta. Quando però lei aprì gli occhi e li piantò nei suoi, il tocco divenne incendiario e un fuoco indomabile gli si accese in corpo. Conosceva quello sguardo. Ne era stato perseguitato per mesi e non credeva, non sperava di rivederlo ancora. “Sunshine!” esclamò, colpito all’improvviso dalla luce color oro dei suoi splendidi occhi. Era incredibile, pressoché impossibile che fosse lei! E infatti gli bastò un attimo per notare quei capelli biondi e sfibrati, gli zigomi meno marcati, la linea delle labbra più sottile. Si trattava di un’altra, magari… Una sua parente! “Scusa, ma somigli da morire a una persona che conoscevo. Non è che per caso sei sua sorella?” mormorò speranzoso. Charlotte scosse il capo a scatti e, pur con dispiacere, allontanò il viso dalla sua mano. “No, Luke. Sono io. Sono proprio io. E mi chiamo Charlotte. Sunshine era un alias o meglio, un alter ego… Una finzione, insomma.” “Lo so cosa significa, ma…” replicò basito, senza credere a una parola. “Come hai fatto? E come sei riuscita a trovarmi?” “Avrà seguito la scia di profilattici usati…” sussurrò scherzosamente Tiberius all’orecchio di Cédric, che si piegò in due dalle risate. Luke lo zittì con un ringhio così feroce da fare accapponare la pelle e ridurre subito entrambi al silenzio. Presa in contropiede dalla sua animosa reazione, Charlotte sussultò. Aveva sbagliato tutto, adesso lo sapeva per certo. E comprese che, se non si fosse data una mossa, la rabbia di Luke si sarebbe sfogata su altri, non su chi la meritava davvero. Ormai il dado era tratto, perciò smise di tormentarsi le mani e si fece coraggio. “Non è stato facile. Dopo New York, mi sono spostata parecchio e sono rimasta lontana per questioni di… lavoro. Poi è successo qualcosa e mi sono resa conto di aver commesso un errore madornale. Così ho chiesto un favore a un vecchio amico, un investigatore di Chicago, affinché scoprisse il tuo esatto indirizzo.” E speso i suoi ultimi risparmi per tappargli la bocca, prima che andasse a spifferare la sua posizione alla famiglia. Questo, però, lo omise. “Tu?! Tu hai cercato me?! Che cazzo t’inventi?” sbottò lui, salvo poi coprirsi la bocca, non appena notò con la coda dell’occhio che Buddy aveva smesso di trotterellare per la stanza e stava ascoltando ogni sua parola, imprecazioni comprese. “Sono io quello che ti ha inseguito in lungo e in largo, per tutti gli Stati Uniti. Io, quell’idiota che ha speso un patrimonio, pur di sapere dove diavolo ti fossi cacciata. Eri svanita nel nulla!” “Lo so, lo so…” ammise, mortificata. Si scostò i capelli dal viso per portarli dietro le orecchie e Luke, attratto dall’odore del sangue, li sollevò per avere una visuale più chiara. “Che ti è successo?” pretese di sapere, sgomento. “Ti hanno aggredito? Chi è stato?” Prima che lei potesse rispondere, lo sguardo adirato di lui incontrò quello dolce e innocente di Buddy. Lo stomaco gli si contrasse all’idea di quanto tempo fosse trascorso, spingendo la propria vita verso un insieme di tragedie senza senso e quella di Sunshine, Charlotte, verso una maternità che, per fortuna, si era conclusa nel migliore dei modi. D’improvviso, un atroce sospetto gli squarciò il cuore. “No, non dirmelo: è stato quel figlio di puttana del padre di Buddy ad aggredirti, non è vero?” Scattò in piedi e sfoderò una nove millimetri caricata ad argento. “Sputa il nome del farabutto, me la vedo io a sbarazzarmi delle ceneri!” “No, non è stato il… padre. Sono caduta qui davanti. Sono scivolata sul ghiaccio.” A malapena soddisfatto da quella spiegazione, tornò a sedersi per osservare meglio il brutto taglio sulla testa, poi guardò in tralice il medico. “E tu? Non sai fare niente di meglio che startene a ridere come un imbecille? Guariscila!” Sembrava si stesse davvero alterando e lei non voleva che alzasse la voce, né che si arrabbiasse. La notizia che stava per dargli sarebbe stata di per se stessa già abbastanza sconvolgente, senza che lui si mettesse a litigare con i suoi compagni. “Luke” lo pregò, sperando di riuscire a calmarlo. “Non fa niente. Non è importante come sto io, ma ti devo dire una cosa. Su Buddy.” Il vampiro annuì e si mise in ascolto con la massima attenzione. Era sicuro che fosse andata a cercarlo per chiedergli di ammazzare quel bastardo che l’aveva messa incinta e, con ogni probabilità, abbandonata. Magari l’aveva anche picchiata, altrimenti non sapeva come spiegare quei segni rossi, simili a lividi, che le vedeva vicino alla clavicola. Il tipo, chiunque fosse, doveva morire, ormai aveva deciso. “Ecco, vedi, Buddy… Buddy è…” Le parole disertavano la sua mente, ma non ci fu bisogno che Charlotte si sforzasse oltre perché, proprio mentre si accingeva a svelargli la sua paternità, il piccolo iniziò a schiamazzare. “Pa-pa, pa-pa” gridacchiava, saltellando furiosamente e aggrappandosi alla grossa cornice del dipinto, ancora poggiato dritto accanto al camino. “No, piccolo, attento. Ti puoi far male!” gli disse Luke, sperando di convincerlo a fare il bravo mentre lei, che non aveva fatto caso alla tela perché troppo occupata a tenere gli occhi bassi, sbiancava. “Pa-pa, pa-pa!” continuava però a dire Buddy, a voce sempre più squillante, eccitandosi in maniera irrefrenabile. “Gus, allontanalo, prima che mi squarci il ritratto. Giove tonante, ne ha di voce il nanerottolo! Ma chi è il padre?” le domandò. E mentre Charlotte muoveva le labbra per rispondere, gli occhi di Luke parvero di colpo uscire dalle loro orbite, perché Buddy, il piccolo, innocente Buddy, prese a tremare come se fosse epilettico. I suoi movimenti divennero così convulsi che si faticava a distinguerne le fattezze. Continuava imperterrito a urlare “Pa-pa, pa-pa”, ma battendo le manine sul quadro come un ossesso. Poi, di colpo, bum! Si sdoppiò e un altro piccolo Buddy, tale e quale il primo, si mise a gridare e saltare. Osservando Luke con occhi adoranti. Mandandogli baci volanti. Facendogli sentire l’approssimarsi di un collasso neuro-circolatorio.
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