Il commissario rimase a fissare per qualche secondo la porta a vetri del locale da dove era appena uscita la donna che lentamente si stava chiudendo alle sue spalle, facendo entrare nel locale una folata di aria gelida. Poi estrasse il cellulare dalla tasca.
– Il professor Szilard? Sono il commissario Jacques Melykian. Sì. L’amico di Maurice. So che vi siete parlati e che le ha detto del mio arrivo. Mi dispiace disturbarla in questo frangente ma vorrei incontrarla al più presto. Va bene per le 17?
All’ora concordata, puntuale, Jacques si ritrovò davanti a un edificio moderno situato nel triangolo d’oro di Lione.
Suonò al quinto piano. Gli aprì la porta una ragazza sui vent’anni. Aveva gli occhi rossi e gonfi di pianto. Si muoveva nervosa a scatti, stringendosi addosso la coperta scozzese che le avvolgeva le spalle e che lasciava scoperte le lunghe gambe e i piedi nudi. Tirò una boccata di sigaretta e si spostò per fare entrare il commissario.
– Venga, mio padre la sta aspettando.
Seduto sopra un divano rosso, le gambe accavallate pigramente, uno splendido anello antico al dito, occhiali alla moda, il professor Szilard gli sorrise dolcemente. Il tono di voce era delicato e i gesti misurati.
– Si sieda, commissario, posso offrirle qualcosa? Io prenderei volentieri un whisky come aperitivo.
– Va bene, professore, ne prendo uno anch’io. Come si sente?
– Non bene.
– Le dovrò fare qualche domanda.
– Capisco.
– Potrò sembrarle inopportuno.
– …
– Lei pensa che sua moglie si sia tolta la vita?
– Non so.
– Ma, secondo lei, poteva avere delle valide ragioni per farlo?
– Ho sempre considerato il suicidio come una possibilità nella vita. In quanto alle ragioni per arrivarci ognuno ha le sue. Forse anche Giselle.
– Era depressa?
– Non stava bene.
– Cosa vuol dire?
– Semplicemente quello che ho detto. Alle volte piangeva, altre aveva scatti di rabbia.
– Con lei?
– Sì.
– C’erano delle ragioni valide che giustificassero il suo comportamento?
– Sì e no.
Jacques osservava il professore. L’uomo diceva poco.
– Si ricorda come era vestita sua moglie l’ultimo giorno che l’ha vista prima dell’incidente?
– Indossava una gonna, una camicia e un soprabito blu. Lei adorava il blu.
– Vestiva sempre in modo sobrio?
– Sì.
– Quante parrucche possedeva sua moglie?
– Che io sappia nessuna.
– Lei è a conoscenza di come hanno trovato sua moglie, l’altra mattina, al parco? Intendo: le hanno detto come era vestita?
– Sì. L’ho vista.
– E trova che fosse del tutto normale il suo abbigliamento?
– No. Non l’avevo mai vista vestita così...
– Professore, cosa ne pensa davvero di tutta questa storia?
– Io e Giselle siamo stati insieme per molti anni. La amavo. Un pezzo della mia vita, forse la mia vita stessa se n’è andata.
– Allora, crede davvero che si sia suicidata?
– Sono confuso. Non so. Sono sempre stato un uomo pieno di dubbi...
Jacques studiò attentamente l’uomo che aveva di fronte.
Sembrava apparentemente tranquillo. Eppure c’era qualcosa nel controllo che mostrava… Qualcosa che strideva. Forse qualcosa nel suo modo di fare, nel tono della voce: una certa assenza di partecipazione vera, di sentimento.
Aveva l’impressione che il professor Eric Szilard fosse lì solo con il corpo ma che, per il resto, stesse con il cervello in un altro mondo, distante. Lontano.
Tutti i fisici sono un po’ autistici. Anche questo non esce dal cliché, pensò.
Si alzò dalla poltrona dirigendosi verso il pianoforte a coda al centro della sala
– È un bel pianoforte, come lo pulisce?
– Semplicemente con un panno morbido.
– Se ne occupava sua moglie?
– No, io.
Il cellulare del fisico emise un suono. L’uomo estrasse dalla tasca un portatile di ultima generazione, rosso e ultrapiatto, con delicatezza. Osservò il messaggio, poi rimise il bell’oggetto nella tasca.
Nel far questo osservò Jacques con attenzione. Il commissario a sua volta, notò che Eric Szilard aveva assunto un atteggiamento strano, come se fosse stato colto in fallo o volesse nascondere qualcosa.
Una certa ambiguità.
– Professore, per il momento non ho più nulla da chiederle ma, se mi permette, la richiamerò al più presto per avere ulteriori informazioni o per darle delle novità nel caso ci fossero.
– Va bene, grazie.
Mentre usciva, Jacques Melykian si girò verso il corridoio e scorse la figura slanciata della figlia che si allontanava.
– Arrivederci.
La ragazza si voltò e sembrò sul punto di dire qualcosa ma non pronunciò una sola parola. Abbassò, invece, lo sguardo e, di scatto, sparì veloce dentro ad una camera.
– La scusi. È molto turbata.
– Immagino…
– Arrivederci professor Szilard.
– Arrivederci.
Ormai era calata la notte. La pioggia leggera continuava incessante. Il commissario, che odiava l’umidità, seccato alzò il bavero del giubbotto e si incamminò veloce verso l’albergo.
A quell’ora Lione sembrava una città abitata solo da giovani. In gruppi vocianti e perlopiù ubriachi o coppiette di innamorati che bisbigliavano fra loro e ridevano. Jacques, invece, si sentiva pesante. Quell’incontro, al posto di chiarirgli le idee, lo aveva confuso e non riusciva a capire perché.
Salito nella camera dell’albergo, spalancò la finestra della stanza e si accese una sigaretta, sentendosi colpevole per quel gesto. Ma era fatto così Jacques Melykian, appena iniziava un caso diventava come un cavallo chiuso da troppo tempo nella stalla. Fremeva.
Era arrabbiato con se stesso perché aveva smesso di fumare solo pochi giorni prima, ma si perdonò all’istante come al solito: tutto sommato, non aveva mai aspirato ad essere un uomo perfetto.
– All’inferno… di qualcosa si deve pur morire! Almeno la libertà di scegliere questo...
Il commissario, inspiegabilmente inquieto, si mise a camminare avanti e indietro per la stanza accarezzandosi il mento ispido per la barba non fatta nella mattinata e, infine, si affacciò alla finestra guardando, dall’alto del terzo piano, la via sottostante, vuota.
Due ragazze eleganti e piuttosto carine, almeno viste così, da lontano, girarono l’angolo della strada e si guardarono intorno con aria circospetta, ridacchiando fra loro.
Non riesco a pensare...
La moglie del fisico è stata trovata la mattina, verso le sette e trenta, riversa sul parapetto di fronte alla gabbia della scimmietta cinquantenne Lulù, con le vene tagliate.
La donna aveva cinquantotto anni... giusto un po’ più vecchia della scimmia! pensò incoerentemente.
… Fisicamente ben tenuta, in perfetta salute, lavorava e frequentava la palestra di yoga, andava in bicicletta, non fumava, nel tempo libero seguiva un corso di fotografia creativa. Bella donna ancora, per la sua età. Capelli grigi, lisci, media misura, occhi azzurri, tipica bellezza bon-ton borghese.
Il marito dice che si vestiva sobriamente.
Ma quella stessa donna che, apparentemente, si era suicidata indossava una parrucca di capelli a caschetto neri, portava una minigonna rossa e delle calze a rete nere a trama larga, tacchi a spillo e una maglia aderente dalla scollatura vertiginosa. Un seno le spuntava dalla maglia. Era senza mutande, era truccata pesantemente. Aveva appena avuto un rapporto sessuale.
Non ci sono tracce di violenza.
La sera precedente, il marito dice che la moglie si era recata a una conferenza di tema psicoanalitico. Lavorava per un centro di psicoterapia o cose del genere. Da allora non è più tornata.
Allarme lanciato da parte della famiglia all’una di notte alla polizia, ma era dalle undici e trenta circa che la cercavano negli ospedali. Non era solita tornare tardi senza avvertire.
Vita regolare. Casa e chiesa, insomma. Nessuna ragione apparente di suicidio. Con il marito formava una coppia apparentemente perfetta da molti anni, aveva una figlia ormai adulta, passava le estati a Porquerolles... Quella donna decide, insomma, improvvisamente di suicidarsi: si veste come una puttana, scopa con qualcuno e poi si ammazza… Mmm...
Le due ragazze in strada, dopo essere andate avanti e indietro per un po’, ora si erano fermate davanti ad un’auto bianca. Una delle due, improvvisamente, si mise a tirare calci violenti sulla portiera. L’altra rideva e si guardava intorno circospetta. Jacques, preso dai suoi pensieri, non realizzò subito quello che stava accadendo sotto i suoi occhi. Ma quando vide che la ragazza, imperterrita, proseguiva nel suo atto vandalico, agì d’impulso, di “pancia”, viscerale come era solito fare di fronte a certe cose.
– Oh! Ma che cazzo fate! Avete perso la testa? Siete sceme?
Le due si parlarono e si allontanarono come se niente fosse. A passo lento, tranquille, scomparvero nel buio.
– Pazzesco! Sembravano delle brave ragazze... Pensare che una di loro poteva essere mia figlia... Che mondo di merda!
Jacques chiuse la finestra, si sdraiò sul letto e si addormentò. Vestito.
La mattina seguente, mentre faceva colazione al bar dell’albergo, ricevette una visita.
La ragazza era piuttosto bella, anche se leggermente sovrappeso. Bruna, capelli lisci, un sorriso malizioso e un morbido vestitino di seta scollato che le accarezzava i movimenti di donna sicura di sé per quanto ancora molto giovane. Con disinvoltura si sedette al tavolo di Jacques e iniziò a giocare, pensierosa, con le zollette di zucchero e le marmellatine che aveva di fronte. Le dita affusolate, dalla pelle candida, cercavano di formare piccole torri di dolciumi. Restò in silenzio per qualche minuto, concentrata apparentemente su quel piccolo gioco di abilità. Finalmente aprì una marmellatina e, usando il dito come cucchiaino, se ne infilò un po’ nella bocca sorridendo.
– Buona… La disturbo?
– No…
– Mi chiamo Marilin. Marilin Szilard...
– Lei è una parente del Fisico?
– La cugina.
– Dunque mi cerca per via del suicidio della moglie di suo cugino?
– Sì. Ho saputo ieri da sua figlia Angéline, mia amica, che lei ha visto mio cugino. Le ha detto qualcosa dell’italiana?
– L’italiana?
– Immaginavo… Non le ha detto nulla. Non ha detto mai nulla per un anno, ma io avevo già capito tutto da un pezzo. Lo avevo detto ad Angéline.
– Temo di non seguirla...
– Mio cugino è da un anno che ha una relazione con una donna: “l’italiana”. Si sono conosciuti a Roma anni fa. Se non ci fosse stata questa storia, mia cugina sarebbe ancora viva. Erano una coppia perfetta. Ma mio cugino è un po’ naïf e l’italiana più giovane ed… esotica, come diceva mio cugino. Capisce? Gli ormoni quando cominciano a impazzire disturbano anche gli uomini sessantenni. Anche i più tranquilli. Non solo gli adolescenti e le donne in menopausa.
– La ringrazio dell’informazione, Marilin.
Jacques si alzò dal tavolo, piuttosto seccato, per quelle osservazioni sugli uomini di una certa età, visti come degli adolescenti o dei vecchi che ormai, al massimo, hanno solo il diritto di aspettare la morte.
– Come le dico le conviene far parlare mio cugino, anche se la vedo difficile. Oppure parli con Angéline. Lei sa bene, ora, di cosa parlo.
– Grazie del consiglio.
Jacques si girò e si allontanò dalla sala.
Stava salendo in camera quando, dalla reception, la donna cinese dalle unghie lunghe finemente laccate di rosso, lo chiamò cinguettando il suo francese melodioso.
– Commissario, c’è una telefonata per lei. La prende qui o in camera?
– Arrivo... Linda? Cara come stai? Tutto bene a Porquerolles? Ti trovi bene con Madeleine? Hai sentito la mamma?
– Ciao papi! Sto ultra! Ieri notte abbiamo fatto una passeggiata con le torce per l’isola. Bellissimo! Maddy è super e mamma sta bene.
– Ma come, ieri notte... con chi eri?
– Tranquillo, papi, ero con i soliti ragazzi che conosci... Ugo è... gnam, delizioso!
– Ma come ti sei messa a parlare Li...
– Uffa! Mi critichi sempre. Non mi sopporti.
– Lo sai che non è così...
– Sì invece... Comunque dicembre qui è interessante.
– Mmm... Quando vieni?
– Non so, Li. Al solito...
– Beh! Baci, papi, ora devo andare.
– Baci, Li. Mi raccomando...
– Sì, sì... Ciao! Ciao.
Jacques mise a posto il ricevitore. La donna cinese gli porse la chiave della camera e lo scrutò curiosa.
– Era mia figlia.
– Quanti anni ha?
– Quattordici.
– Adolescenza… Periodo difficile, ma passa...
– Già, come tutto a questo mondo. Speriamo non lasci tracce terribili del passaggio...
– Mio Dio, non esageri, commissario. È stato adolescente anche lei!
– Ma io ero un maschio. Mia figlia è una bella ragazza, capisce?
La receptionist sorrise scuotendo la testa. Pensava che quel papà fosse protettivo e decisamente troppo ansioso. O forse conosceva bene gli uomini, visto che era un uomo lui stesso e immaginava evidentemente i rischi a cui andava incontro la figlia.
Jacques si sentiva un po’ stupido. Proprio allora salì dal piano inferiore, dove si era attardata per un caffè, Marilin Szilard che, passandogli accanto, gli fece un sorrisino ironico.
– Signorina, permette un domanda?
– Ma certo!
– Quanti anni ha?
– Diciotto.
– Vive sola?
– Sì, i miei genitori sono divorziati. Non vedo molto mio padre che si è rifatto una vita...
– Dunque qui è sola...
– Sì. Mio cugino mi ha aiutato a cercare l’appartamento dove vivo e mi dà una mano per le piccole cose, insomma si prende cura di me. Si prendeva cura di me: da quando l’italiana è entrata nella sua vita, ha iniziato a cambiare...
– Lo vedeva meno?
– No, ma... insomma le dico che è così!
La giovane si girò di scatto e uscì dall’hotel ancheggiando sicura dall’alto delle sue scarpe col tacco di dieci centimetri.
– Quella ragazza è gelosa...
Melykian, cambiando improvvisamente idea, invece di salire in camera prese la strada per il parco deciso a sciogliere, in qualche modo, i pensieri sempre più caotici che gli si erano aggrovigliati nella testa.
Non era ancora stato sul luogo del ritrovamento. Forse, andare lì gli avrebbe suggerito qualche idea sul caso.
Il parco era affollato di gente. Correvano tutti. Vestiti con tute, scarpe appropriate guanti e cappelli, sudati, affannati o sorridenti e ciarlieri, i lionesi, maschi e femmine di ogni età, percorrevano il parco ansimando.
Jacques si chiese se poi facesse davvero così bene alla salute tutto quel correre. Lui preferiva camminare, guardare, pensare.
Attraversò il giardino botanico ammirando lo splendido albero di Ginkgo, ma evitò di andare ad osservare la “Pianta della Settimana”.
Sentiva da lontano i lemuri litigare. Il fracasso era notevole.