Una pista apparenteDavanti alla gabbia di Lulù, la vecchia scimmia, due ragazzi stavano parlottando.
Il commissario, avvicinandosi, non poté fare a meno di ascoltare.
– La madre di Angéline... L’hanno trovata qui.
– Ma cosa c’entra quella tipa? Si sarà anche suicidata per colpa sua ma lei non può sentirsi responsabile più di tanto. Se tutte le donne si suicidassero perché il marito ha un’amante...
– Mia madre ha sofferto tantissimo quando mio padre l’ha abbandonata per l’altra...
– Sì, lo capisco. Anche mia madre. Ma poi ha divorziato e si è rifatta una vita e devo dire che mio padre non era felice con lei, né lei con lui. Me lo ha detto dopo.
Io sono diventato amico della nuova compagna di mio padre. In fondo il matrimonio non deve essere una prigione. Se due si sono voluti bene devono venirsi incontro se capita che uno dei due trovi un altro amore.
Il commissario, alzando il bavero del giubbotto con noncuranza e passandosi una mano fra i capelli, appena appena spruzzati di grigio, sorrise ai due giovani.
– Scusate…
Il ragazzo dai capelli scuri e lisci, la pelle candida e uno sguardo serio e maturo guardò Jacques.
– State parlando del fatto della settimana? Il suicidio di Giselle Szilard? Era su tutti i giornali...
– Sì. Noi la conoscevamo. Siamo compagni di facoltà della figlia del fisico: Angéline. Una bella ragazza, anche se a volte è un po’ strana...
– Immagino che sia distrutta. Era molto legata alla madre?
– Abbastanza. Ma anche la madre era piuttosto strana.
– Davvero? Non avrei mai pensato. Tutti parlano di lei come di una donna gentile...
– In apparenza. In realtà stava molto nel suo mondo.
– Capisco.
– Non mi sarei mai immaginato che si potesse suicidare.
– Perché?
– Non so... Pensava troppo alla salute, al suo benessere fisico, a essere in forma... e poi colpevolizzava sempre tutti...
– Capisco.
Jacques si guardò intorno. Lulù li stava fissando da dietro il vetro della gabbia.
– Povera bestia! – disse il ragazzo. – Mi fa pena. Cinquant’anni che è chiusa qui dentro, sola.
– Già. Una vita di merda. Ma forse lei non lo sa. Arrivederci ragazzi.
Jacques si allontanò. Il freddo era diminuito. Il commissario camminava a testa china senza sapere dove stesse andando. Pensava o meglio cercava di darsi un pensiero logico. Ma la sua testa era vuota.
Compose il numero di Maurice Brotteaux.
– Maurice, sono Jacques.
– Ciao, Aznavour.
– Piantala Maurice! Non mi sento in vena di scherzare. C’è qualcosa in questa città che mi deprime.
– Lione? Ma se è la metropoli più piccolo borghese e tranquillizzante di tutta la Francia...
– Appunto. Forse è questo. È tutta apparenza... Non so, qualcosa di stonato.
– Che ne pensi del caso, Aznavour.
– Sono in alto mare... Mi è venuta a trovare la cugina di Szilard.
– Ah!
– Mi ha detto che Eric Szilard aveva un’amante. Ne eri al corrente? Italiana.
– Le italiane sono di moda da un po’ di tempo a questa parte in Francia... No. Non ne sapevo nulla. Ma non mi stupisco più di tanto.
– Cioè?
– Eric Szilard non ha mai nascosto la sua passione per le donne e per tutto ciò che concerne la, diciamo, figura femminile.
– Cioè?
– Sei stato a casa sua? Non hai notato che ci sono dappertutto delle sculture che rappresentano la donna? L’archetipo, insomma.
– L’arche… cosa?
– L’ideale femminile...
– Qui non siamo nell’ideale, Maurice. Qui c’è una con tette e culo reali. Un’altra che è morta e un fisico che, senza tanti ideali, teneva i piedi in due scarpe. Nessun ideale. Siamo nel più banale sistema borghese del mondo. Marito perfetto con amante nascosta. Non c’è ancora, maledizione, il risultato dell’autopsia?
– No, arriverà a giorni. Sciopero.
– No comment. Ti lascio, Maurice.
– Sei davvero cupo, oggi. Jacques...
– Questa città, con la sua atmosfera irreale, mi sta rincoglionendo. Ma non c’è nulla di irreale in questo apparente suicidio. Nulla di estetico. Direi anzi che, se si tratta di suicidio, è alla luce dei fatti il meno estetico, il meno disperatamente poetico che abbia mai incontrato. C’è qualcosa di volgare che contrasta... Ciao Maurice.
Jacques rimise il cellulare in tasca mentre si dava dell’idiota fra sé e sé.
Il commissario pensava a quella donna anziana, conciata in quel modo, come una puttana, e non riusciva a trovare nessuna ragione valida che sostenesse la tesi del suicidio.
Si incamminò a passo svelto verso l’uscita del parco.
Erano quasi le dodici. In realtà non sapeva bene cosa fare in quel momento. C’era una panchina un po’ nascosta dalle chiome di un larice, alla destra dell’ingresso del parco che si trovava di fronte al Lycée du Parc, uno dei migliori licei di Francia. Lui la notò improvvisamente, come un naufrago che veda un salvagente spuntare improvvisamente nel mare in tempesta. Davanti a lui iniziarono a sfilare sempre più numerosi gli amanti del fitness.
Entravano nel parco correndo. Jacques li avvertiva arrivare dall’annuncio del loro passo cadenzato. Un cik-ciak, cik-ciak che iniziava da lontano e si avvicinava a lui velocemente, provocato dalle scarpe da corsa che battevano il piccolo sentiero di terra rossa e ghiaia leggermente bagnato, dove si trovava la panchina. I passi erano regolari, come un metronomo. Moderati tra 108 e 120 fino all’Allegro tra il 120 e il 168.
Il suo orecchio da musicista dilettante cominciò virtualmente a fargli sopportare, malgrado tutto, quel passaggio improvviso, ravvicinato e sempre più frequente di quegli esseri davanti al suo naso.
Attorno alla statua delle Tre Grazie, posta davanti all’ingresso del giardino botanico, un giardiniere del Comune della Grand Lyon zappettava e preparava per futuri fiori la terra grassa e ferrosa.
Due giovani donne coi capelli lunghi legati a coda di cavallo, una bionda e l’altra bruna, che indossavano due giubbotti fosforescenti uno rosa e l’altro giallo, sfilandogli davanti gli sorrisero.
Jacques riguardò l’orologio. Le dodici e trenta. Il parco si andava affollando sempre più.
Andavano di moda gli short, quell’anno: in pieno inverno con meno 10 gradi! Le tre ragazze sedute sulla panchina a fianco li indossavano con disinvoltura. Ridevano spensierate e addentavano voracemente i loro panini.
Un gruppo di venti persone con pantaloncini rossi corti entrò agguerrito nel parco marciando e muovendo le racchette per camminare sincronicamente. Il commissario non poté fare a meno di osservare che i francesi, come i tedeschi, erano un popolo di militari. Cominciava davvero ad esserci troppa gente per i suoi gusti. Troppa.
Jacques non riusciva più a pensare.
– Il tempo di una sigaretta e vado.
Circa un’ora più tardi suonò alla porta del professore Eric Szilard.
Il fisico non c’era. Gli aprì la porta, inaspettatamente, Marilin Szilard, la cugina. Era avvolta in un insolito, accattivante, scollatissimo e costoso abito di seta verde smeraldo poco invernale e più adatto ad un veglione di capodanno che ad una giornata da passare all’università. In piedi, vicino al pianoforte aperto, c’era Angéline che fumava nervosa. Teneva in mano uno spartito musicale.
– Suonate tutti in famiglia?
– Tranne mamma. Le piace la musica ma lei balla. Lei ama ballare... Volevo dire, amava ballare...
La giovane era diventata rossa in viso.
Jacques le strinse leggermente la spalla. Gli dispiaceva per lei.
– Posso farle qualche domanda? Non sarà piacevole, ma devo...
– Capisco. Si accomodi.
Si sedettero intorno al tavolino che stava al lato della sala, tra il divano e due poltroncine. L’atmosfera era elettrica. La giovane donna si accese un’altra sigaretta e scosse i capelli lunghi, nervosa.
– Non capisco cosa vuole da me...
– Sapere qualcosa su suo padre.
– Mio padre?
La ragazza sgranò i suoi enormi occhi ben truccati e li rivolse in fretta verso Marilin che, sempre padrona di sé, non mosse ciglio.
– Mio padre è mio padre. Alle volte è simpatico, ma la maggior parte delle volte è lontano, immerso nei suoi pensieri.
Si vedeva che la ragazza aveva del risentimento nei confronti del padre.
– Avevano un buon rapporto sua madre e suo padre?
– No. Non ultimamente...
– Angéline! Non è il caso di continuare su questa strada...
Marilin, impetuosa, aveva perso inaspettatamente il controllo e aveva alzato, seccata, il tono della voce.
– Perché? Dobbiamo ipocritamente far finta che siamo una famiglia perfetta?
– Ma…
Angéline mise una mano provocatoria sopra il braccio di Jacques Melykian.
– Commissario, mia madre era nel suo mondo. Parte di questo mondo era mio padre, il resto... l’apparenza, lo yoga... e le scenate perché le grucce dell’armadio dovevano essere appese tutte nella stessa direzione.
Si sentiva bella solo lei ed era convinta che quando si ha la bellezza, si ha tutto... una limitata!
– Smettila Angéline! Non stai bene...
– Io non sto bene e non sono mai stata bene, vero? Ma certo! Soprattutto per lei... Non le sono mai piaciuta... e anche a papà. Non ero abbastanza bella, brava, non avevo soddisfatto a sufficienza le loro aspettative... Non mi hanno mai capito!
– Calmati!
– Calmarmi? Non ho sentito altro che questa parola da sempre. “Calmati Angéline… Vai dallo psicologo Angéline. Fatti curare Angéline...” E così via. E il padre perfetto e maritino perfetto, intanto, se la spassava con l’italiana... Non voglio giudicare ma... è troppo!
La giovane scoppiò a piangere.
Jacques si alzò e prese dal bar una buona dose di rhum che le porse e che lei bevve avidamente.
– Chi è questa italiana?
Una voce alle spalle lo sorprese.
– Si chiama Isabella.
Jacques si voltò e fissò il fisico che era rientrato silenziosamente.
– Professor Szilard si sieda: è meglio che mi spieghi tutto onestamente, a questo punto... Capisco che può essere imbarazzante, vista la situazione. D’altra parte credo che un uomo della sua importanza sia abituato all’onestà intellettuale.
– Sciocchezze!
– Allora le dirò che lei è considerato una bella persona.
Eric Szilard alzò le spalle e si levò l’elegante cappotto nero. Era vestito tutto di nero, compreso il cappello dal quale uscivano i lunghi capelli grigi accuratamente pettinati. Unico vezzo che dava un tocco di snobismo all’insieme rigoroso era la sciarpa al collo, di un rosso acceso.
– Sciocchezze... Apparenza...
Gli si avvicinò e il commissario sentì l’aroma del profumo muschiato che aveva addosso. Nonostante la tensione del momento, il tono della voce del professore Szilard era pacato e sottilmente ironico.
– Sono solo un uomo mediocre, commissario. Un uomo di malafede...
– Mmm. Mi sta facendo venire in mente una canzone che ascoltavo negli anni ’60. Ero in Italia, allora e la ascoltai da Mina, la cantante. La conosce? Parole, parole, parole.
– Sì, me la ricordo. Ho studiato in Italia.
– Davvero?
– È stato il periodo più bello della mia vita, o forse no...
– Lei è un uomo pieno di dubbi, giusto? Ma c’è una realtà, Eric. In questa realtà io non posso permettermi troppi dubbi anche se condividessi pienamente il suo punto di vista filosofico...
– Io non so nulla di filosofia.
Jacques cominciava a “ bollire”. Il professore era bravissimo nel rigirare le cose in modo da complicarle parlando e parlando senza dire nulla.
– È un paraculo questo Szilard.
Non appena ebbe fatto questo pensiero, il commissario si sentì immediatamente in colpa e si diede dello stronzo.
Non doveva farsi coinvolgere da antipatie o simpatie.
Per esperienza sapeva che farsi trasportare da sentimenti personali, in una indagine, poteva portare alla condanna antipaticissimi innocenti.
– Amava sua moglie?
– Direi che da un po’ di tempo a questa parte non so più cosa voglia dire amare e, forse, io non so amare.
Angéline scoppiò di nuovo a piangere.
– Allora mi dica se pensa anche lei che sua moglie non si sia suicidata ma che, come sostiene Maurice Brotteaux, si tratti di omicidio.
– Omicidio? Ma cosa sta dicendo? Qualcuno ha ammazzato mamma?
Angéline si era alzata di scatto e aveva quasi urlato la frase.
– Se è così io... io... Chi può essere stato? Ma certo! È stata lei. Lei, è stata lei perché voleva mio padre a tutti i costi, lei... quella serpe!
– La smetta, per favore, Angéline. Così rende tutto più difficile. Capisco che questa storia è... orribile! Ma vorrei vedere la luce, intravedere una strada che non vedo ancora. Mi hanno solo detto che il suicidio appariva “bizzarro” e ora anch’io, ma non saprei spiegargliene il motivo, inizio ad avere dei dubbi.
– Anche lei dunque è un uomo pieno di dubbi?
Angéline si mise a ridere ma la sua frase, sarcastica, apparve a tutti fuori luogo.
– Senza i dubbi si commettono gravi errori. Con i dubbi si cerca di trovare la strada per la verità sperando di evitare gravi errori.
– Tutte stronzate, Commissario!
Angéline si alzò, prese a calci la poltrona, si mise la giacca e uscì di casa seguita subito da Marilin, indispettita.
– Vorrei parlare con quest’italiana. Mi dia il suo numero di telefono e l’indirizzo, professor Szilard.