Capitolo 5-1

2007 Parole
Capitolo 5 Venerdì 16 settembre 2005, ore 15,00 Questura di Milano Siamo seduti uno di fronte all’altro, il mio capo ed io, in attesa dei risultati dell’autopsia che non tarderanno a venire. Un uomo di cinquantun anni pieno di charme, il mio capo, che con il suo metro e ottantasette di altezza è sempre ben vestito in abiti blu che un sarto di Roma crea appositamente per lui. Nessuna marca famosa, solo un’etichetta su cui Gil ha voluto che il vecchio mago della stoffa forgiasse la seguente frase: A Gilberto Zampieri, mio caro amico da sempre, da Silvio. Nessuna vanità in tutto questo. Silvio Patti è un suo vecchio compagno di scuola e i due sono rimasti in contatto – non solo per faccende di vestiario – anche dopo il trasferimento di Gil a Milano, avvenuto due anni e mezzo fa. Sua moglie ogni tanto mi dice: “Sai Luc, quando mi viene un po’ di nostalgia scendo in metropolitana. Lì basta chiudersi le orecchie per non sentire il dialetto di qua e tutto torna come quando ero a Roma. Faccio così se mi prende più forte. Ma per Giancarlo e Umberto è più difficile, eppure non c’era altra via. Soffrono ancora, e io per loro”. “È solo questione di tempo, Cinzia, sono grandi e se la caveranno. fidati”. “Sei caro, Luc”. “Ci sono passato anch’io, Cinzia, e più o meno alla loro età, quando per lavoro da Milano sono andato ad abitare a Pavia: città diverse, gente diversa, ho impiegato anni per ambientarmi, poi, quando credevo di avercela fatta, mi hanno rispedito a Milano!”. “Non ti pesa fare su e giù da Pavia tutti i giorni?”. “Non lo so più. Ormai mi ci sono assuefatto, al pendolarismo”. “Cosa ne pensi, Gil?”. “Che se si tratta veramente di tre omicidi” replica lui, “dovremo far riesumare i corpi degli altri due ragazzi”. Annuisco e gli faccio: “Hai visto che tutti e tre avevano 23 anni? Coincidenza?”. “Non credo, sai”. Due colpi ravvicinati e uno singolo contro la mia porta. “Ciao, Enrico. Entra”. “Buongiorno a tutti!”. Quindi, rivolto a me: “Dormito bene?”. “Devo ammettere che, tra una chiamata per omicidio in piena notte e tuo figlio non ho notato grossa differenza”. Arriva anche Silviona. “Quando ti chiamerà nonno per la prima volta” esordisce lei, “come ti devo raccogliere da terra, con una cannuccia o un cucchiaino?”. “Ah ah ah...”. “Ho sentito che parlavate dell’età delle vittime”. Enrico ha studiato a lungo il comportamento dei criminali e si è specializzato nel profilo psicologico. Vediamo un po’ come se la cava questa volta il mio bel ragazzone. “Ti viene in mente qualcosa?” gli faccio. “Direi di sì”. Basta, Enrico, non aggiunge altro. “Vuoi che ti prepari un caffè intanto che ci pensi un po’ su?”. “Oh, sì grazie!”. Enrico possiede un innato senso dell’u-morismo, ma con le battute degli altri ha ancora qualche difficoltà. “Secondo me, a tuo figlio gli mancano giusto tre anni per buttarti fuori di casa”. “Perché, Luc? Che ho detto?”. “Enrico, perché non ci spieghi cos’è che ti è venuto in mente riguardo all’età?” intervengono la pazienza e la calma di Gil. “Giusto”. L’indice di mio genero volteggia nell’aria. “Io credo che l’età dei tre ragazzi non sia un fatto casuale”. Si ferma un momento a raccogliere le idee. Quindi aggiunge: “Se negli omicidi appartenenti alla stessa mano si verifica una coincidenza di questo tipo, significa che per il nostro omicida è di vitale importanza che quei ragazzi abbiano ventitré anni”. “E che siano dei maschi, che mi dici?”. “Troppo presto. Magari sta ammazzando tutta la sua vecchia classe e la prossima vittima potrebbe essere una donna”. A quel punto, mi guarda in faccia e afferma deciso: “Dio solo sa quanto dobbiamo fare presto”. Poi torna a guardare gli altri. “Ma una cosa è certa: se non lo becchiamo in tempo, le sue prossime vittime avranno tutte ventitré anni”. Alle 15 e 30, puntuali come sempre, le nocche di Ildo rumoreggiano dietro la mia porta. “Entra, Ildo”. “Ci vedi anche attraverso le porte, adesso?”. “Dai, lo so che sei tu. Allora, siediti e dicci dell’autopsia”. “Non era ancora morto quando l’ha appeso a quella corda”. Lo dice mentre si siede. “Strano, non ci sono segni di lotta” dichiaro. “C’è una ragione. Dai livelli di Valium nel sangue e di concentrazione dei metaboliti nelle urine, direi che l’omicida ha tenuto la sua vittima addormentata al momento dell’impiccagione: la dose che le ha somministrato risulta incompatibile con lo stato di coscienza. Dal rapporto delle concentrazioni nel sangue e nell’urina sono risalito all’ora della somministrazione”. “Che sarebbe?” domando. “Intorno alle ventitré” mi risponde Ildo. “Un’esecuzione” sentenzia Enrico. “Anche secondo me” ribadisce Gil. “Lo vuole controllare, desidera che la situazione non gli sfugga di mano, e così lo rende innocuo con un ipnoinducente. Ok, questo ora è chiaro, ma perché?” fremo. “Un passo alla volta” mi fa Ildo. “Dunque, dalla concentrazione dei metaboliti nelle urine ho dedotto che potrebbe non essersi trattato di un’unica somministrazione: l’assassino potrebbe aver razionato le dosi. Secondo me, l’ha tenuto in semi-incoscienza per qualche ora, anche se questo non possiamo provarlo, e solo alla fine lo ha addormentato”. “Come gliel’ha rifilato il Valium?” domando sempre più sulle spine. “Sul corpo del ragazzo non ho trovato fori che lascino pensare al passaggio di un ago. Ho esaminato lo stomaco per capire se gli aveva fatto bere qualcosa: niente. A quel punto ho avuto i miei primi sospetti”. Qualche secondo di silenzio. Osservo Ildo molto attentamente: “Marylin” azzardo. “Già”. Tristezza? Rabbia? Compassione per quel povero ragazzo? Impotenza e frustrazione? Sì. Sì, diavolo! E tutto questo in un lampo, l’immediatezza che genera la paura. Ma perché! “Ma come si fa a diventare così... bestiali?”. La mia voce è appena un sibilo, fuori da denti serrati. “Vi spiacerebbe erudire anche noi?” reclama Enrico. “Enrico, hai mai dato uno sguardo al caso di Marylin Monroe?”. “Non mi spiego ancora come riesca a guardare uno dei suoi film il medico legale giapponese, tal vattelappesca, che ha eseguito su quella donna... irraggiungibile, la devastazione per eccellenza del corpo umano”. Enrico fa un lungo respiro, poi annuisce: “Sì, adesso ho capito”. “Entra in circolo più velocemente” chiarisce Ildo. “Lo si somministra a quel modo anche nei pazienti soggetti a crisi epilettiche, soprattutto nei bambini; si utilizza in genere lo schizzetto, quelle perette arancioni che si comprano in farmacia. È tutto molto semplice, non è altro che un banale clistere”. “Quindi, se le cose stanno davvero così” interviene Gil, “a meno di un rapporto non consensuale, non dovresti aver trovato nulla intorno...”. “Infatti” lo interrompe Ildo. “Lungo la zona perianale non ho riscontrato lacerazioni della mucosa, per cui quantomeno contro la volontà della vittima non può esserci stato alcun rapporto sessuale”. “Come si fa ad essere così crudeli” commento di nuovo. “Te lo spiego io, Luc, come si fa ad essere così crudeli!” sbotta Enrico. “Non credo che l’assassino avesse intenzione di nascondere il modo con cui ha somministrato il Valium, come verosimilmente è successo per la Monroe: lui si sentiva più che al sicuro in queste sue messinscene dei suicidi. La verità è che voleva umiliare la sua vittima, una sorta di profanazione della sua integrità, forse più che fisica, morale. Lo odiava quel ragazzo, e giurerei che ha riservato lo stesso trattamento anche agli altri due”. “C’è tutto un rito intorno” fermo Enrico con questo gettito di parole che hanno un senso, ne sono sicuro, il problema è capire quale. Mi alzo dalla sedia, riavvio con una mano i capelli, la mia bic nera nell’altra. “Da quello che sono riuscito a capire osservando la mansarda, l’omicida e la sua vittima erano sul divano a guardare una videocassetta. E questo, stando a quanto dice l’inquilino, avveniva prima della musica alta e del contestuale tonfo per terra. Un rumore sordo, Silvia correggimi se sbaglio”. “Giusto, un botto attutito dalla moquette”. “Ora, che motivo aveva Marco Reinaldi di guardare una videocassetta con il suo assassino, se era in uno stato di semi-incoscienza? Ma questo vale, a maggior ragione, se già dormiva. Vediamola ora dalla parte dell’assassino: perché vedere un film se la tua vittima ti dorme accanto? No. Non dormiva. Marco gli serviva sveglio, sveglio ma intontito. Voleva che guardasse...”. i miei pensieri a tavoletta: “voleva che facesse con lui questa cosa. Ma perché, allora, tenerselo vicino mezzo addormentato? Per quale diavolo di motivo non vedere insieme qualcosa, voglio dire, con il ragazzo sveglio, e poi ammazzarlo? Ecco perché dico che è un rito quello che l’omicida compie, anche quando alza al massimo la musica. Ma come? Tu sei lì che stai per uccidere qualcuno, sei in uno stato di totale allerta, tutto dovrebbe essere incentrato sulla prudenza estrema. Al contrario, tu cosa fai? Metti la musica al massimo? No, c’è qualcosa che non quadra. Costringi Marco a guardare una videocassetta in un contesto che solo tu puoi aver incoraggiato, un atteggiamento volto alla ricerca di calore, umano intendo, sotto una morbida coperta. Che diavolo stai combinando? Cosa gli stai facendo fare? E quando arriva il momento di uccidere ti alzi, vai accanto allo stereo, metti su un disco. No, un momento, metti su il disco. Tu volevi proprio quello! E poi lo appendi a quella corda come un cane”. È Silvia a bloccare il mio trasporto: “Ma se è un omicidio premeditato, allora tra i due doveva pur esserci un barlume di rapporto. Non ci sono segni di effrazione o di lotta, quindi perché cavolo l’ha lasciato entrare, mi domando. Che tipo di legame li univa? Chi c’era a cena con loro? E perché a un certo punto il terzo che ha mangiato a quel tavolo è andato via? Ma siamo sicuri che si tratti dell’opera di uno solo? Se invece fossero stati in due ad aver ucciso quel povero ragazzo? O magari è uno che è arrivato dopo che Marco ha salutato i due amici della cena. E come mai abbiamo subito pensato a un uomo? Dopotutto, se lo teneva mezzo stordito a quel modo, forse era una donna che sapendosi perdente sul piano fisico temeva una reazione di difesa da parte di lui”. Domande a raffica lasciano trasparire lo stato di sconfinata frustrazione in cui è sprofondata Silvia, come del resto tutti noi. “Non poteva essere una donna” valuta Enrico “non ce l’avrebbe fatta a tirarselo in groppa su per quella scala. Però, un momento...”. Enrico squadra da capo a piedi la mia Silviona: “Dal pugno che ti ho visto tirare a Del Monte durante il nostro ultimo interrogatorio, non ne sono più tanto sicuro”. “Pensa per te, Enrico!” risponde Silvia stizzita. “Ok, d’accordo. Mi arrendo” le dice, fingendo di schivare un bel gancio. “Secondo me, Enrico, se non la pianti, t’arriva davvero” esprimo un mio finto timore. Finto? Mah, chi può dirlo. Il quel momento entra Battaglia. “Ragazzi, vi si sente da fuori”. “Ciao Leonardo, accomodati pure. prendi quella sedia”. Gliene indico una libera in fondo alla stanza. “Novità?”. Battaglia si siede accanto a Gil e tira fuori dalla sua borsa una serie di fogli. “Cominciamo? Cominciamo”. Plurale maiestatis? Luc, piantala e cerca di non rovinare quel poco che comincia ad esserci di buono tra voi. “Dunque” prosegue lui, “la copertina del disco non è da nessuna parte. Sulle posate, sui piatti e i bicchieri sono state rinvenute delle impronte, alcune di Reinaldi, le altre non lo sappiamo. Evidentemente sono tutti incensurati”. “Dobbiamo cercare fra gli amici della vittima per fare un confronto” propongo e osservo Leonardo preoccupato. “Cosa c’è che non va?”. “Non so, non mi è chiara una cosa”. “Cosa?” gli domando. “Sentite, voi quando mangiate, che fate?”. È irrimediabilmente irrimediabile. “Bè, io di solito apro la bocca e mastico”. Ma non contento aggiungo: “poi, in genere ingoio. A volte però mi capita anche di bere”. Sento arrivare un calcio da sotto la scrivania. Dallo sguardo di Silvia, capisco immediatamente chi mi ha tirato la pedata. Che mi ha fatto anche un po’ male, a dir la verità. Battaglia sembra non aver colto, é una persona troppo rigida ed è per questo che a volte non riesco a digerirlo. Stavo per chiedergli scusa quando, continuando come se niente fosse, Leonardo mi fa: “Bene, Luc. Hai colto nel segno”. Lo guardo: qualcosa di lui mi dice che non sta affatto scherzando. “Non mi prendi in giro, giusto?” gli faccio. “Nient’affatto” borbotta Leonardo. Siamo tutti in attesa di spiegazioni, ma Battaglia si massaggia il mento e non favella. Poi, come se solo ora fosse riuscito a trasformare in linguaggio comune gli ameni pensieri che affollano la sua mente, dipana a voce alta la matassa dei suoi dubbi. Sguardo assente: “Piatto 1, bicchiere 1. Piatto 2, bicchiere 3. Piatto 3, bicchiere 2” esordisce fluido. Quindi alza lo sguardo e ci osserva uno ad uno convinto di averci esposto una cosuccia da niente per lui del tutto comprensibile. “Per non parlare poi delle posate”. “Leonardo, volevo chiedertelo da tempo”. Temo che sia giunto il momento di restituire a Silvia il mal dato sotterraneo. Ma non me ne dà il tempo, poiché rapida mi precede: “Fai parte degli alcolisti anonimi?”. Oddio... “Ho capito!” grida Enrico. “Forse ho capito! Voi, quando mangiate, toccate il piatto?”. “Questo è giusto” gli fa Battaglia. “Ma perché il 2 non sta con il 2 e il 3 non sta con il 3?”. “Sentite, chiariamo un concetto cardine”. comincio ad irritarmi sul serio perché, come disse Totò, ogni limite ha una pazienza. “Non ci sto capendo un tubo, gradirei una spiegazione”.
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