XXVIII. Candore ed ipocrisia
XXVIII.
Candore ed ipocrisia.
Malgrado le fatiche di questa lunga cerimonia che durò fino a due ore dopo mezzogiorno, monsignore Arbues, ritiratosi nel palazzo inquisitoriale, non poté gustare un sol momento di riposo. L’ardore inestinguibile di quell’anima dispotica e passionata dava al suo corpo un continuo bisogno di moto e di attività: era come l’abisso di cui parla l’Ecclesiaste, mai sazio. Uomini siffatti divengono inevitabilmente la provvidenza o il flagello dell’umanità.
Ciononpertanto un’interna soddisfazione leggevasi sul volto dell’inquisitore; la certezza che Dolores era ormai in suo potere dava ai suoi tratti uno splendore infernale; e come lo spirito delle tenebre, quando un’anima pura cade fra le sue mani, ei gioiva del suo trionfo.
Josè, silenzioso e mesto, sfogliava una Bibbia latina in un canto della camera. Un cupo presentimento sembrava agitarlo. Egli ignorava che la figlia del governatore fosse scomparsa dalla casa di Giovanna, ma la gioia dell’inquisitore avendo qualche cosa di sinistro e di fatale, Josè ne fu spaventato come di una sventura.
Per la prima volta eziandio, e per un istinto segreto, l’inquisitore si sentì disposto alla diffidenza verso il suo favorito; non già che si credesse malsicuro di lui; ma egli trovava un tale incanto in quella soddisfazione sconosciuta, aveva durato tanta fatica a giungere al compimento dei suoi desiderii, che, parlando della sua felicità anco ad un intimo confidente, sembratagli di perdere una parte della sua illusione; perciò tacque.
Solamente ad intervalli un sorriso involontario sfiorava le sue labbra, il suo sguardo scintillava d’uno strano splendore, un rossore passeggero coloriva la sua fronte ordinariamente pallida.
Di quando in quando Josè alzava lentamente i suoi grandi occhi neri di sopra al suo libro per considerare il volto del suo signore.
Ei vedeva che quel volto tradiva emozioni insolite, ma non ne poteva immaginare la causa.
Quando fu vicina mezzanotte, Pietro Arbues non poteva risolversi a differire fino al giorno successivo la felicità di vedere Dolores. Aspettava che Josè si fosse ritirato, e Josè, da vero favorito, si affrettava tanto meno ad allontanarsi, quanto comprendeva che la sua presenza non era allora gradita a monsignore. Poneva un persistenza calcolata a rimaner cogli occhi fissi sulla sua Bibbia, di cui non leggeva neppure un parola.
Finalmente Pietro Arbues perdé la pazienza, si avvicinò a lui sorridendo, e strappandogli il libro dalle mani:
“Lascia, mio Josè” gli disse; “tu riprenderai la tua lettura un’altra volta. Io ho la volontà di dormire, e tu pure, mi sembra, poiché sei pallido come un fanciulla nel giorno successivo ad un ballo.”
“Tuttavia posso giurare a Vostra Eminenza che non sono niente stanco.”
“Il tuo zelo è sì grande, mio buon Josè! Perciò spero, quando tu sarai più avanti negli anni e la morte dei monsignore Alfonso Manriquez mi permetterà d’aspirare al grado d’inquisitore generale, spero, io dico di farti nominare grande inquisitore di Siviglia.”
“Io non voglio però abbandonare Vostra Eminenza,” rispose Josè.
“Povero fanciullo! Hai ragione, tu non mi lascerai; ma per il momento va a dormire, va, figlio mio; noi abbiamo bisogno di ricuperare le nostre forze onde continuare le nostre dure fatiche apostoliche.”
“Egli ha certamente qualche progetto per la testa,” pensò Josè, alzandosi come per allontanarsi.
“L’atto-di-fede è vicino,” aggiunse l’inquisitore; “le prigioni sono piene di eretici giudicati o da giudicare, e bisogna segnalarci in presenza del nostro gran re Carlo V, un monarca sì zelante per la religione del regno!”
Ma dicendo così si vedeva che monsignore Arbues parlava soltanto a fior di labbra, e che l’animo suo era occupato da altri progetti.
Josè, dotato d’una perspicacia straordinaria, comprese che Carlo V era ciò che meno occupava in quel momento il pensiero dell’inquisitore; dissimulò prudentemente, e disse, fregandosi gli occhi:
“Io credo, monsignore, che il sonno prenda me pure; si degni Vostra Eminenza di darmi la sua benedizione, e mi ritiro.”
E il favorito inchinò la sua bella testa coperta di capelli neri, eccettuato un piccolo spazio, dove la tonsura era appena accennata.
Pietro Arbues distese su di lui le mani riunite, pronunziò le parole sacramentali, quindi soggiunse:
“A domani, figlio mio, vieni a vedermi innanzi all’ora della tortura.”
E partì per la porta che conduceva nella sua camera da letto, e di là nella strada per un scala segreta.
In vece di ritirarsi in casa don Josè scese le scale del palazzo: poscia, giunto nel cortile, si nascose dietro un grande oleandro, e aspettò.
Era l’ora in cui, di sovente, Pietro Arbues usciva accompagnato da quattro famigliari, o guardie del corpo degli inquisitori; impiego che aveva loro assegnato Tommaso di Torrequemada, fondatore della milizia di Cristo, la cui vita, essendo spesso minacciata a cagione delle sue crudeltà inaudite, aveva resa necessaria questa precauzione.
D’ordinario Josè seguiva l’inquisitore nelle sue peregrinazioni misteriose. Facendosi un riparo co’ rami frondosi dell’oleandro, disse fra sé medesimo:
“Vediamo dove vuole recarsi senza di me.”
Non tardò a veder partire monsignor Arbues, vestito, al di sopra della sua tonaca e del suo scapolare da Domenicano, d’un ampio mantello alla spagnuola e d’un cappello a larga tesa: precauzione che usava abitualmente per non essere riconosciuto. Pietro Arbues camminava innanzi, i quattro famigliari lo seguivano a qualche distanza, pronti al menomo cenno a difendere, col pericolo della loro vita, quel propugnacolo della fede.
Appena chiusa dietro di essi la porta del palazzo Josè, il quale ne aveva sempre seco la chiave, l’aprì senza farla stridere, e strisciò come una serpe attraverso la porta semiaperta.
Allora vide Pietro Arbues dirigersi verso la strada dell’Inquisizione. Lo seguì a passo lento, tenendosi lontano dai famigliari e camminando senza far rumore, mercé i suoi sandali.
In meno di dieci minuti erano giunti alla porta delle prigioni del Sant’Uffizio.
Monsignore Arbues si fermò, e batté in un modo particolare e convenuto. Josè erasi a poco a poco avvicinato a lui.
Quel luogo era molto oscuro.
Josè strisciò leggermente contro il muro, ed appena l’inquisitore ebbe varcata la soglia, il favorito entrò chiotto chiotto dopo di lui, a rischio d’esser veduto.
Ma Pietro Arbues non pensava a lui. S’avvanzò a gran passi verso la scala che conduceva al primo piano, e siccome era cosa consueta il veder Josè accompagnarlo per tutto, il carceriere lo lasciò entrare senza ostacolo; poscia richiuse accuratamente la porta, e prendendo in mano la sua lanterna e il suo mazzo di chiavi, montò la scala in tutta fretta onde aprire a monsignore la camera che fosse per indicare e onde fargli lume.
I famigliari erano rimasti al di fuori della prigione. Alcuni istanti dopo, il carceriere discese nuovamente, e, senza curarsi del fraticello, entrò nella sua stanza, ove si distese sur una panca per dormire, aspettando che piacesse alla santissima Inquisizione di destarlo un’altra volta.
Josè allora salì, e siccome aveva udito camminare ed aprire una porta sulla sua testa, si fermò al primo piano, pensando che ivi scoprirebbe quello che bramava sapere.
Infatti aveva appena mosso alcuni passi a tentone nel corridoio, che vide un raggio di luce, il quale veniva da una delle celle per il foro della serratura; nello stesso tempo udì due voci a lui ben cognite: l’una apparteneva all’inquisitore, l’altra era quella di Dolores.
Josè fremé di terrore all’accento di quella voce ben nota. Ei non poteva comprendere per quale fatalità Dolores fosse stata rapita dal ritiro che avevale scelto.
“Io m’inganno,” pensò fra sé medesimo, ma lo stesso suono di voce, elvandosi a note più distinte, venne nuovamente a farlo trasalire.
Preso da una mortale ansietà, tentò di vedere attraverso l’angusta apertura dalla quale veniva il raggio di luce. La chiave, che era rimasta al di dentro, non gli permetteva di distinguere gli oggetti. D’altronde il lume gli sembrò che fosse posto di faccia alla porta, e le voci venivano da un punto più lontano; concluse che dovevano essere a destra, dal lato in cui era il letto.
Nell’impossibilità di vedere, si mise ad ascoltare. Ecco ciò che seguiva in quella camera.
Nel momento in cui Pietro Arbues era entrato, la figlia del governatore era seduta sulla sponda del letto, colla testa appoggiata sui guanciali. Dopo il suo ingresso nella prigione, non aveva lasciato i suoi abiti; ma dopo una notte ed un giorno intiero pieni di terrori e d’angosce, cedendo finalmente ad un abbattimento insormontabile, erasi leggermente addormentata. Perciò inclinata su quel letto d’un singolare candore, sul quale i suoi abiti neri staccavano quasi in rilievo, la fanciulla aveva una grazia toccante ed inesprimibile.
L’orlo della sua veste era stato castamente ricondotto sui suoi piedini, di cui non si vedevano che le estremità. Una delle sue mani era, come il suo braccio, gettato attorno al suo personale: l’altra, posta con abbandono sui cuscini, sosteneva quella vezzosa testa pallida ed abbattuta. La sua fronte, sì pura e sì altiera, che somigliava ad un bel marmo, era in quel momento d’un bianco smontato, e solcata verso le tempie di vene turchine e trasparenti. L’ombra delle sue lunghe ciglia, che si delineava sulle pallide gote, dava pure a quel nobile volto una più profonda espressione di tristezza e di scoraggiamento. Pareva si fosse addormentata fra pensieri di morte, volgendo gli occhi sdegnosa da quel mondo di morte nel quale aveva tanto sofferto.
Nel vederla così, più bella nel suo dolore di quello che gli fosse mai sembrata nei giorni della sua prosperità, il feroce inquisitore si fermò commosso e tremante, quasi avesse temuto di commettere un sacrilegio. Una emozione inesplicabile, un rimorso, forse, fé vacillare quell’uomo indomabile, che altro padrone non conosceva fuori delle sue passioni.
Guardò attorno a sé con una specie di terrore, come per assicurarsi che non v’erano nell’aria testimoni invisibili pronti ad accusarlo.
Il più profondo silenzio regnava nella camera, ove non si udiva che la respirazione tranquilla ed uguale della fanciulla addormentata.
Pietro Arbues si sforzò a discacciare quell’importuno terrore che lo aveva assalito:
“Sono pazzo!” disse a sé medesimo.
Si assise sur una poltroncina presso al capezzale della prigioniera.
Dolores non s’era ancora svegliata.
Pietro Arbues ebbe tempo di considerarla per alcuni minuti, e di saziare l’anima sua all’aspetto di lei; ma di mano in mano che la percorreva così con occhio audace, numerando senza pudore nella sua mente i vezzi di quella casta giovinetta, le sue emozioni cangiarono di natura. A quel vago terrore, da cui s’era lasciato sorprendere, succedette uno di quegli accessi di passione frenetica, che lo immergeva in una dolorosa esaltazione. Tuttavolta, ad onta della sua incredibile audacia, e della certezza dell’impunità, non osò commettere il delitto in tutto il suo orrore. Era un segreto rimorso che il fermava? Era il timore di aggiungere un misfatto di più alla massa già enorme dei suoi delitti? Ovvero era per un raffinamento di lussuria che quest’uomo, dalle passioni sfrenate, temeva di trovar scarso piacere in una sì facile vittoria? L’anima umana è un abisso impenetrabile; perciò ci asteniamo dal risolvere la questione.
Il fatto è che quella lotta interna salvò in quel momento la figlia del governatore: Abbiamo detto ch’essa era leggerissimamente addormentata.
L’inquisitore, immerso in un’estasi profonda, la contemplava con avidità, ma non ardiva destarla. Nel suo delirio, si piegò dolcemente verso la mano che riposava sul guanciale, e vi posò le sue labbra, che bruciavano.
A quel contatto colse un fremito in tutte le membra di Dolores, la quale alzò a metà le gravi sue palpebre, ed all’aspetto di quella cupa figura che sorgeva a lei davanti, mandò un grido di spavento, cuoprendosi il viso con le mani.
“Hai dunque paura di me?” disse Pietro Arbues con dolcezza.
“O monsignore! monsignore! perché mi perseguitate così?” esclamò la giovine con voce interrotta. Fu in quell’istante che Josè l’udì.
“Figlia mia,” rispose Pietro Arbues, ricondotto al suo posto d’inquisitore dallo spavento che inspirava, “figlia mia, il pastore cerca sempre la pecorella che si smarrisce finché l’abbia ritrovata.”
Dolores, che s’era posta a sedere sul letto, guardò l’inquisitore con diffidenza, ed un amaro sorriso sfiorò le sue labbra; poscia disse lentamente:
“Anco il lupo cerca la pecorella per divorarla.”
“Dolores!” riprese il degno scolaro di Domenico di Guzman irritato di vedere la sua ipocrisia cadere davanti alla rettitudine ed al candore d’una fanciulla; “Dolores! Io vedo con dolore la vostr’anima accecata e pervertita dalle abominevoli dottrine della riforma. Chi ha fede in Dio, ha fede ne’suoi ministri, e voi non credete più in me.”
“Siate giusto e buono come Iddio,” rispose la coraggiosa fanciulla. “io obbedirò al servo quando seguirà i precetti del suo padrone. Ma che mi domandate, monsignore?d’adorare la mano che, per colpire, cerca sempre il posto in cui si trova un capo innocente?volete voi ch’io benedica colui il quale ha fatto di mio padre, del mio nobile padre, un cadavere vivente?”
“Povera insensata! Siete voi sì innanzi nella via della perdizione, che la verità non possa dissipare le vostre tenebre profonde? Ignorate voi che noi colpiamo il corpo caduco onde salvar l’anima immortale?”
“Ah! Monsignore, se tali sono i vostri mezzi di salvare le anime, credetemi, rinunziateci più presto, essi non sono atti che a far dubitare della giustizia divina!”
“Ecco,” proseguì l’inquisitore, “sempre questa ostinazione e questa insubordinazione alle leggi della Chiesa; conseguenze della dottrina di un monaco apostata. Non sapete, o fanciulla, che Dio stesso ha detto: -Ogni albero che non darà buon frutto sarà tagliato e gettato al fuoco, - e ha detto eziandio: -Scacciate la pecora scabbiosa dal gregge?- Ecco perché la santissima Inquisizione, per obbedire agli ordini del suo maestro, estirpa tutti i membri malvagi del cattolicesimo, la perversità dei quali minaccia d’infettare la grande famiglia cristiana.”
“Monsignore, il maestro ha detto questo; ma egli ha detto pure: -Non estirpate il loglio, aspettate il tempo della mietitura. Perché, dunque impiegate contro di me le persecuzioni e la violenza? Perché mi avete tolto il genitore? Che v’ha fatto per torturarlo così?”
“Ha pervertito l’anima vostra colla sua colpevole tolleranza. L’Inquisizione, volendo punirlo, ha operato secondo giustizia; poiché è per i padri che la corruzione giunge ai figliuoli.”
L’inquisitore, esprimendosi così, aveva una maestà tutto biblica; anco l’ipocrisia era grandiosa in lui. La sua parola severa, il suo gesto grave e misurato, il suo accento energico e sonoro, la giustezza apparente delle sue arguzie, avevano una gran forza d’affascinazione; ma Dolores, malgrado la sua giovinezza e la sua inesperienza, aveva un troppo retta ragione per lasciarsi convincere.
L’uso abbominevole a cui Pietro Arbues adoperava le pregevoli facoltà della sua intelligenza le inspirava un atto di dispregio, e questo sentimento leggevasi nella sua nobile fisionomia.
Inoltre essa aveva paura di trovarsi sola con lui in quella prigione, nella quale ei comandava da re.
Troppo altiera, e troppo candida per dissimulare le sue impressioni, essa temeva tuttavia d’irritare ulteriormente quell’uomo, dal quale dipendeva la vita di suo padre; e su quel viso severo in cui l’intolleranza aveva lasciata la sua impronta di ferro, essa cerva se fossevi rimasta qualche traccia di sensibilità; se quel feroce inquisitore, per cui la morte di un uomo non era che un giuoco, avesse ancora nel cuore qualche fibra che potesse essere tocca.
Ma il volto di Pietro Arbues non esprimeva che una durezza spietata. Soltanto la passione che lo divorava fiammeggiava da’ suoi occhi: la prigioniera abbassò lo sguardo e non osò parlare.
“Dolores!” riprese l’inquisitore con accento soave e tranquillo; “non volete dunque convertirvi?”
“Io sono cristiana di cuore e d’anima, monsignore; perché dunque mi perseguitate?”
“Oh fanciulla! Come t’inganni intorno ai miei veri sentimenti,” disse Pietro Arbues, avvicinandosi alla giovinetta, mentre serrava contro il suo corpo la sua gonnella di seta che strisciava sulla tonaca dell’inquisitore.
“Tu mi abborri dunque?” disse con dispetto.
“Grazia, monsignore! Grazia e pietà!” soggiunse essa, giungendo le mani con terrore: “rendetemi il padre, rendetemi la libertà; io ve lo chieggo nel nome del Dio che adoro, nel nome di quel gran martire che morì sulla croce per redimerci.”
“Oh! Se tu volessi!” proseguì egli, riguardandola con spassionata ammirazione.
Dolores fremé e divenne pallidissima! Si rammentava la scena che alcuni mesi prima, era accaduta nel suo oratorio; ed in quell’istante era in potere dell’inquisitore.
Josè udiva di fuori tutta quella conversazione; egli pure tremò per Dolores; ma mentre accostava il suo orecchio alla serratura per non perdere una sillaba, la porta cedé leggermente, e si avvide che non era stata chiusa. Allora si ritirò alquanto indietro perché non si aprisse maggiormente.
L’inquisitore proseguì, facendo a sé medesimo estrema violenza per restare tranquillo, mentre era divorato da tutte le fiamme della passione.
“Chi vi ha detto, figlia mia, ch’io non ho agito così con voi per ricondurvi alla vera fede, da cui vi eravate allontanata, ad usar quindi della misericordia e della indulgenza del buon pastore? Comprendete dunque che voi mi siete molto cara, e che non intendo farvi alcun male?”
Un moto quasi impercettibile delle labbra fu l’unica risposta della figlia del governatore.
“Oh Dolores!” proseguì il Domenicano, “voi non potete comprendere quanto è grave e faticosa la missione che Dio ci ha imposta di governare gli uomini e di ricondurli nel retto sentiero. Soventi volte il nostro zelo medesimo ci attira l’odio e la collera degli eretici, e la nostra ricompensa quaggiù è di portare incessantemente una croce pesante…Ma,” proseguì con accento penetrante ed ipocrita, “Iddio nella sua bontà, ci riserba talvolta delle consolazioni mai sperate. Vi sono delle anime elette, la vostra, per esempio, alle quali ci è lecito accordare non solo un’affezione spirituale, ma eziandio quella parte d’amor terrestre che, senza offendere la maestà di Dio, l’onora invece e lo glorifica nella sua creatura. Sono queste anime elette che sopra tutto ne sta a cuore di togliere all’errore, perocché sono fatte per servir di esempio alle altre, e per giungere a questo scopo, i mezzi di dolcezza, di tenerezza e di persuasione essendo i più sicuri, la nostra anima attende con ardore a questa conquista gloriosa. Ecco perché vi amo, Dolores, perché vorrei versare in voi questa profonda tenerezza dalla quale il mio cuore è compreso.”
Pietro Arbues parlava con unzione, con calore, e la semplice fanciulla, non potendo farsi idea di tanta nequizia, dubitò un momento se avesse troppo precipitato nel condannar quell’uomo.
“Sarebbe possibile,” pensò essa, “ch’egli non avesse in mira che gl’interessi della religione?”
Essa cessò di considerare l’inquisitore con diffidenza; e guardandolo coi vezzosi suoi occhi:
“Monsignore, disse con nobiltà, “io vi credo; quale interesse avreste ad ingannare una povera fanciulla che non vi ha fatto niente? Ebbene! Se pensate che io sia nell’errore, istruitemi, monsignore, io sarò docile, e non domando che la verità. Voglio praticare con amore la dottrina del nostro divin Salvatore. Se ho fuorviato riconducetemi nel buon sentiero, io vi prometto di seguirlo; ma liberate mio padre, e rendetemi alla sua tenerezza.
“Dolores!” gridò l’inquisitore trionfante, “mia bella Dolores! Io amo di vederti sì docile ed incantevole; sì, io ti renderò a tuo padre! Ti renderò alla libertà. Oh1 qual donna sarà più felice e più amata? Io riporrò in ten tutte le mie affezioni.”
Parlando così, il monaco impudico erasi alzato, il suo sguardo fisso sulla fanciulla, brillava d’uno splendore fiammeggiante.
Per un istinto di pudore messo in guardia, Dolores era discesa dal letto, ed ormai i suoi piedi toccavano il suolo.
L’inquisitore non parlava, ma il suo petto, tumido di desiderii, si sollevava mandando un soffio rumoroso e rapido; solo il nobile candore della giovinetta tratteneva ancora il torrente della sua sfrenata passione.. Seguiva in lui un feroce combattimento.
Per alcuni secondi rimase in piedi spaventato, non osando commettere un nuovo delitto. Nella sua immaginazione vide passare ed aggirarsi come in sogno tutte le sue vittime: esse erano ivi, davanti a lui, che mandavano gridi ed urli, fra cui la parola vendetta!, vendetta!, rimbombava come un tintinnio d’una campana a martello. Bentosto la sua vista si turbò, la passione lo serrava come fra ardenti tanaglie; allora, pari ad un uomo preso da vertigine che si getta a testa bassa in una voragine, l’inquisitore distese in avanti le sue due braccia, e slanciandosi verso la giovinetta rimasta immobile:
“Ah! Lascia…” gridò con voce spaventevole…
Dolores cacciò un urlo terribile.
“Monsignore!” esclamò Josè, aprendo la porta della prigione.
Pietro Arbues, reso a se stesso da quella inaspettata apparizione, alzò fieramente la testa con un’aria cupa ed irritata:
“Che venite a far qui?”diss’egli.
“Monsignore, io veniva come Vostra Eminenza a tentare di convertire alcuni eretici.”
“Per Cristo! Siete stanco di vivere voi che attraversate così il mio cammino?”
“Monsignore non conosce lo zelo del suo più fedele servitore,” rispose il favorito, con accento ironicamente umile; “ma il servitore non ha nulla a temere da sì buon padrone, e Josè l’inquisitore non ha paura dell’Inquisizione1.
Dolores guardava con sorpresa il giovine Domenicano; ma con un cenno ei le ingiunse di mostrare di non conoscerlo.
“Uscite!” disse imperiosamente l’inquisitore.
“Io non uscirò che con Vostra Eminenza,” rispose il favorito; “rumori di rivolta circolano nella città, parlasi di cospirazione contro la vostra vita.”
“Davvero?” riprese l’inquisitore, un poco inquieto.
“Sì, monsignore. Io vi accompagnerò dunque, poiché al bisogno questa buona lama di Toledo potria difendere Vostra Eminenza,” soggiunse mostrando un pugnale affilato che portava sotto il suo scapolare; “è un’arme eccellente, monsignore, e non tradirà mai il suo padrone!...”
E Josè accarezzava con il pollice il tagliente di quella lama lucida come specchio.
“Venite adunque, monsignore, e non temete di nulla.”
Pietro Arbues, cedendo suo malgrado alla influenza di Josè, che in quel momento detestava di tutto cuore, si avvicinò a Dolores, e le disse dolcemente:
“Spero di trovarvi domani con sentimenti più sommessi, figlia mia.”
“Oh! Io vi odio!” rispose essa, volgendo la testa con disgusto: “fatemi morire con mio padre, è la sola grazia ch’io voglio da voi!…”
Josè trascinò via l’inquisitore.
“Oh! Voglio vendicarmi di essa!…” esclamò Pietro Arbues serrando i denti con rabbia, “che farò io per sottomettere questo spirito indomabile?”
“Monsignore,” rispose il favorito, “mandatela nella camera della penitenza.”
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