Capitolo trentaduesimo La notte prima di lasciare Catania l’avevo trascorsa come tante degli ultimi tempi: gli occhi spalancati contro un buio che sembrava ricacciare l’alba verso un’ora innaturalmente tarda. La stanchezza che continuava ad accumularsi da giorni aveva il vantaggio di annegare i miei pensieri in un’indeterminatezza ovattata che li teneva lontani dalla piena consapevolezza. Sapevo che erano lì, oltre la nebbia: un magma corrosivo che ribolliva minacciosamente, pronto a sommergermi. Avevo raggiunto Messina quasi in trance. Una volta sul traghetto, lasciata l’auto in stiva, mi ero inerpicata per le scalette fino al ponte più alto. Ricordavo da altri viaggi quanto fosse piacevole stare fuori attaccata alla ringhiera, anche al freddo, a riempirmi le narici di quell’aria densa

