Capitolo settimo

763 Parole
Capitolo settimo La casa è molto umida. Nelle sue stanze abitate da un gelo stagnante, il freddo è ancora più intenso di quanto non sia all’aperto. Apro immediatamente tutte le finestre per lasciare entrare l’aria pulita poi vado subito a controllare se nella cassa per la legna ci sia qualche pezzo adatto ad accendere la stufa. La legna non manca – in questo sono fortunata – e con i giornali più asciutti, una manciata di rami sottili e un ciocco resinoso riesco ad accendere il fuoco. Anche la canna fumaria tira bene, il che significa che, per qualche miracolo, nessun uccello l’ha eletta a luogo di nidificazione in questi due anni di inutilizzo. Al piano di sopra sembra che tutto sia rimasto perfettamente com’era quando me ne sono andata. I mobili della camera da letto dei miei genitori sono gli stessi con i quali il mio bisnonno aveva arredato la stanza agli inizi del ’900. Mio padre li aveva restaurati con pazienza, nei momenti liberi, con un lavoro che si era protratto negli anni. Un pezzo alla volta, erano stati trasportati nella rimessa, riportati a legno vivo a forza di carta vetrata e poi resi nuovi con mordente e cera. I coetanei di Emilio firmavano cambiali per comprare armadi moderni di truciolato rivestiti in formica, lui invece, in barba alla spinta modernizzatrice che animava il suo tempo, aveva preferito tenersi quei vecchi mobili che davano alla casa una particolare atmosfera d’altri tempi. Sul letto c’è ancora la bella coperta ricamata che era appartenuta al corredo di nozze della mia nonna materna. Quando il nonno, vedovo da alcuni anni, aveva deciso di risposarsi, mia madre aveva chiesto di averla: non poteva accettare che rimanesse sul letto dove avrebbe dormito la nuova moglie del padre. La donna gliela aveva resa senza offendersi, inaugurando così un rapporto che col tempo sarebbe divenuto di grande affetto. Le lampade sui comodini hanno la base di legno e il paralume è fatto di un patchwork di pezzi di stoffa avorio di vario tipo: pizzi, rettangoli di shantung e broccato. Da piccola mi piacevano tantissimo e mi sembrava straordinario che mia madre fosse riuscita a mettere insieme dei ritagli inutili con un effetto così armonioso, facendone qualcosa di bello e unico. Le basi naturalmente le aveva fatte mio padre. Sulla toeletta ci sono ancora le spazzole, il piccolo specchio incorniciato d’argento col manico, la scatola di legno che raccoglieva i pochi cosmetici necessari per un maquillage molto essenziale. Anche questa scatola intarsiata con legni di vario colore era opera di mio padre. Mi sento quasi una ladra ad aprire le imposte dell’armadio. Lì sono stipati vestiti di tutta una vita. I miei genitori non buttavano mai via nulla, tenevano gli abiti vecchi riutilizzandoli per farne altre cose. I vestiti più comuni venivano declassati ad abiti da lavoro e, in ultimo, a strofinacci, prima di finire la loro vita. Gli abiti più belli e preziosi rimanevano semplicemente nell’armadio anche se nessuno avrebbe mai più potuto utilizzarli per via dell’inevitabile cambiamento delle mode. C’è un vestitino a pois di mia madre che si vede in diverse fotografie di quand’era ragazza, un abitino da poco, di quelli fatti in serie dalla giovane industria dell’abbigliamento prêt-à-porter negli anni sessanta. C’è anche un tailleur di seta azzurra che ho visto nelle foto del matrimonio della zia Adele: era il 1969 e, da allora, era rimasto nell’aneddotica di famiglia l’episodio quasi mitologico nel quale mio padre arrivava alla cerimonia di nozze accompagnato da una sconosciuta, una ragazza che lui stesso ammetteva di aver cominciato a frequentare pochissimo tempo prima, e la presentava a tutti, senza esitazioni, come sua futura moglie. Sul fondo dell’armadio, delle fodere di stoffa pesante custodiscono le scarpe e la borsetta di lucertola delle grandi occasioni. Un’antica confezione di cioccolatini, che un tempo raccoglieva i documenti di mia madre, si trova lì accanto, dove è sempre stata, ma vedo subito che è vuota. Vicino ad essa c’è un qualcosa che ha l’aria di un acquisto recente, una scatola gialla di cartone di quelle che si comprano in posta per spedire gli oggetti. Al suo interno, in una totale confusione, intravedo già a un primo sguardo alcune delle carte appartenute a mia madre. Insieme ad esse, dall’ammasso, occhieggia il certificato di nascita di mio padre e, ancora, una bolletta della luce del 2012. Mi sembra poi a prima vista che ci siano anche liste della spesa, fotografie, pezzi di quotidiano ritagliati, lettere, nastri. Immagino che sia stato mio padre in tempi più o meno recenti a voler conservare in quell’ordine illogico tutto il materiale che riteneva importante. Decido di portare la scatola in cucina e di guardarne con calma il contenuto, al caldo della stufa, mentre mangio qualcosa per pranzo.
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