Capitolo ottavo

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Capitolo ottavo Seduta al tavolo di cucina tiro fuori, a uno a uno, i fogli dalla scatola e li accatasto da una parte a mano a mano che li leggo. Ci sono molti documenti di mia madre: i suoi certificati di nascita e di matrimonio, le ricevute dei contributi che ha versato per la pensione. C’è, poi, la foto di una squadra di calcio amatoriale. Vi figurano una ventina di ragazzi molto giovani raggruppati su due file. Nella prima riga, accosciato, riconosco mio padre giovanissimo con lo sguardo fiero, quasi di sfida, diretto alla macchina fotografica. Alle sue spalle un uomo più anziano regge una piccola coppa. Sul retro, i nomi dei giocatori nell’ordine e il nome del trofeo intitolato a un piastrellificio locale. Mi viene poi in mano un minuscolo sacchetto di cellophane che racchiude un fiocchetto rosa con una ciocca di capelli finissimi. Immagino siano i miei capelli di bambina appena nata. Il ritratto di mia nonna giovanissima con un’acconciatura di trecce raccolte sul capo in un suggestivo bianco e nero che vira al seppia e una foto di mia madre con i capelli cortissimi – come nella foto al cimitero – ripresa insieme a una sua amica di allora, su una terrazza a strapiombo sul mare sullo sfondo di un panorama costiero che non riesco a identificare. Sul retro leggo la data 1968 e nient’altro. All’estrazione seguente, saltano fuori due biglietti di una rappresentazione teatrale: la data è 8 dicembre 1968. Lo spettacolo è Filumena Marturano, al Teatro della Pergola. Chi andava a teatro? Mia madre o mio padre? Nel sessantotto certamente non uscivano ancora insieme. Chiunque dei due avesse conservato quei due biglietti per tanto tempo doveva avere certamente dei buoni motivi per non voler dimenticare quella serata. C’è poi ancora una foto. Anche questa ha a che vedere con il teatro: una foto di scena dove si vede una fila di attori che si tengono per mano, come accade quando una rappresentazione si conclude e l’intera compagnia si schiera per ringraziare il pubblico. Sul retro leggo «1976 - Il Giardino dei Ciliegi». Scorro i visi degli attori ma non riconosco nessuno che mi sia familiare. Sono passate le due e il mio stomaco brontola legittimamente. Frugo nel sacchetto della spesa fatta al supermercato e recupero il pacchettino della focaccia. Mentre mangio continuo a estrarre il materiale della scatola. Una strisciolina di cuoio con delle perline infilate alle estremità: me la svelano i polpastrelli ancora prima che io la veda. Si tratta di un braccialetto di quelli che negli anni ’60 e ’70 portavano sia i ragazzi che le ragazze. Sulla parte centrale più larga e liscia appaiono delle semplici decorazioni pirografate. Sul rovescio ruvido e grezzo, qualcuno ha inciso con un oggetto appuntito un piccolo cuore e la scritta: «E e A per sempre». Ecco, questo mi sembra proprio un regalo da primo amore. Un amore da ragazzi, che ti fa comprare un braccialetto da due soldi in una bancarella e lo rende prezioso con le parole spropositate «per sempre». «Per sempre». Ci vuole un gran coraggio per dire «per sempre». Un coraggio che si perde presto a partire dalla prima volta che il tuo «per sempre» si schianta contro la fragilità dei rapporti e contro il nostro inevitabile mutare. Elena o Emilio? Insomma «E», chiunque fosse dei due, doveva aver deluso questo primo amore lasciandosi trascinare verso un altro amore concreto, matrimoniale e «prolifico» – aggiungerei anche castrante, sul lungo periodo – che aveva spazzato via tutto, compresa la folle, incantevole bellezza di quel «per sempre». Pesco ancora, nel guazzabuglio di oggetti sorprendenti ed emozionanti, un foglio intero di un quotidiano, ripiegato più volte, ingiallito e stropicciato. Quasi mezza pagina di quella che sembra la cronaca locale della vallata è occupata da un articolo con tanto di illustrazione: la foto mostra una moto per terra e un corpo coperto da un telo bianco. «Schianto mortale nella notte…» recita il titolo. Scorro rapidamente l’articolo e, automaticamente, mi tornano in mente le parole della zia sull’amico di papà, morto in un incidente. Benvenuto Donati, questo era il nome per intero. Nell’articolo non c’è traccia delle ipotesi di suicidio fatte dagli amici, si parla solo di asfalto reso scivoloso dalla pioggia e di cattivo stato del manto stradale. Guardo la data del quotidiano in cima alla pagina: 15 marzo 1971. Quell’anno in settembre sarei nata io. Per i miei genitori quel lutto doveva essersi portato via molta della gioia che dovrebbe accompagnarsi all’attesa di un figlio. Mi è quasi inevitabile cercare di immaginare lo stato psichico nel quale doveva essersi trovata mia madre: costretta a letto dalla gravidanza difficile, angustiata dalle preoccupazioni e oppressa dal dolore per la perdita di quello che per lei, e soprattutto per mio padre, era quasi un fratello. Metto via anche questo foglio e continuo a pescare nella scatola. Inizio a provare una specie di stanchezza per effetto della tempesta di sollecitazioni emotive che proviene dal suo contenuto. Mi costringo ad andare avanti. Estraggo ancora un foglio. Si tratta di una lettera. L’aspetto è piuttosto gualcito come se fosse stata presa in mano molte volte per essere letta. La calligrafia è elegante, vergata con sicurezza da una penna nera dalla punta sottile. La busta manca. Faccio uno sforzo di concentrazione e inizio a leggere. Madrid, 22 maggio 1990 Mio caro amore, sono sfinita. Oggi le riprese sono andate a rilento, sembrava che fossero tutti ubriachi, comparse comprese. Quel ciak credo che lo sognerò anche stanotte! Almeno la città è superba, colorata e allegra come tutti gli spagnoli. Mi piacerebbe che tu fossi qui, vorrei mostrarti l’incanto di questo cielo e condividerlo con te, amore mio. Sono questi i momenti in cui rimpiango d’essere stata sempre troppo remissiva con te, di aver assecondato le tue scelte senza protestare eccessivamente. Mi sono fatta bastare l’idea che mi amassi, che io fossi l’amore della tua vita e questo mi ha dato la forza di andare avanti comunque, anche se tu non eri al mio fianco. Sì, anch’io ho la mia parte di colpa, anch’io sono stata un po’ codarda, ma la mia vita è così instabile, così incerta… non potevo decidere anche per te. La tua felicità è sempre stata una responsabilità troppo grande per me, non poteva dipendere solo dalla mia volontà. Doveva essere una scelta cosciente e desiderata da entrambe le parti. E invece abbiamo lasciato le cose come stavano, sperando in un domani che è scivolato via in un batter d’occhio. Tu sei ancora lì, al sicuro, nella tua bella casetta bucolica che guarda l’Ema. E io... io sono sempre la solita «ragazza» impaziente che gira il mondo, tormentata da questa sotterranea inquietudine che non mi ha mai dato pace. Oggi, seduta nella penombra di questa camera d’albergo, mi sembra di aver già vissuto migliaia di vite (quelle dei miei personaggi), e di aver lasciato in sospeso quella più importante, la mia. Ma non è tardi, amore, forse è arrivato il nostro momento, promettimi che ci penserai, adesso che Silvana è donna e può capire. Voglio passare il resto dei miei giorni accanto a te, voglio poterti guardare, toccare, ubriacarmi dell’odore della tua pelle e baciarti, baciarti fino a levarti il respiro, tutte le volte che vorrò. Non ho più voglia di nascondermi, non voglio più dovermene vergognare. La mia vita ha senso solo quando sono con te, solo tra le pieghe del tuo sorriso dolcissimo trovo il conforto e la pace che nessuno, mai più, è riuscito a saziare. Sono stanca di peregrinare, amore mio, voglio tornare a casa, e la mia casa è dove sei tu. Con amore immenso e imperituro. Tua Agnese Ogni frase della lettera mi colpisce come un pugno in faccia ricevuto a tradimento, senza poter opporre alcuna difesa. Le parole (così esplicite!) della donna sembrano non lasciare alcun dubbio sul fatto che mio padre avesse una relazione intima con lei. Una relazione che non aveva potuto esprimersi pienamente perché lui non aveva voluto abbandonare la famiglia per lei. Forse questo spiegava perché egli avesse sempre quell’espressione invariabilmente scontenta, perché fosse così chiuso e scostante con noi. Dopo aver seppellito la sua laurea, aveva ancora avuto la forza di rinunciare a un amore appassionato e ricambiato per rimanere ligio al mestiere di padre e di marito. Era per questo che la nostra vita famigliare gli era risultata così inappagante? Mi chiedo per quanto tempo sia andata avanti questa storia e perché non si fosse deciso a seguire quella donna quando io ero, ormai, già grande. Lo aveva fatto per mia madre? Lei avrebbe capito, credo. Era una donna troppo generosa per pretendere di tenerselo accanto al prezzo della sua sofferenza. E soprattutto mi chiedo se, dopo la morte di mia madre… Il rapporto odioso che si era stabilito tra noi quando eravamo rimasti soli era forse una strategia originata, anche solo inconsciamente, per liquidare l’ultimo vincolo famigliare e lasciare libero corso a una relazione lungamente sacrificata?
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