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Il Sacrificio

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Trafiletto

Julie si risveglia senza memoria in una stanza decadente, con il corpo devastato e una sola certezza: è stata tenuta prigioniera per anni e trasformata in qualcosa che non comprende più.

Braccata da soldati che la considerano un mostro e privata dei suoi poteri, deve fuggire da una fortezza dove ogni porta è una trappola e ogni passo rischia di risvegliare ciò che è stata costretta a diventare.

Mentre tenta la fuga, affiorano ricordi di esperimenti, torture e poteri distruttivi che la spaventano più dei suoi nemici. Perché la verità è semplice e terribile: Julie non sa se potrà salvare sé stessa senza distruggere tutto ciò che la circonda.

Una storia di rabbia, sopravvivenza e identità, dove il pericolo più grande non è fuori… ma dentro di lei.

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Capitolo 1
Quando Julie aprì gli occhi, il terrore le esplose nel petto. Non era il tuono del temporale a spaventarla, né il colpo secco della finestra spalancata dal vento. La vera paura nasceva dal vuoto totale nella sua mente: non aveva la minima idea di dove si trovasse. Si guardò attorno, respirando a fatica. Era stesa su un letto d’ospedale improvvisato, poggiato al centro di una stanza che sembrava appartenere a un antico palazzo reale caduto in rovina. Arazzi strappati pendevano alle pareti, il soffitto era screpolato, e il pavimento di marmo, gelido e bagnato dalla pioggia, rifletteva i lampi del temporale. Qualcosa le pesava sul volto. Istintivamente portò una mano alla guancia e sfiorò la mascherina dell’ossigeno. Se la tolse con un gesto brusco, cercando di tirarsi su. Ogni fibra del suo corpo pulsava di dolore, un dolore sordo e profondo, come se fosse stata schiacciata, ricomposta e poi ferita di nuovo. Con un movimento lento, quasi reverenziale, si sfilò l’ago della flebo dal braccio. Strappò un pezzo della camicia ospedaliera che le avevano messo addosso e lo legò attorno al forellino che iniziava a sanguinare. Appoggiò i piedi nudi a terra. Il freddo del marmo le trafisse la pelle, risalendole la spina dorsale come una lama di ghiaccio. L’acqua piovana aveva già formato una piccola pozza ai piedi del letto, ma Julie non ci fece caso. Attratta dal fragore del temporale, si avvicinò alla finestra spalancata e lasciò che le gocce le bagnassero il viso e le braccia. Inspirò profondamente: erano più di dieci anni che non sentiva l’odore della pioggia, quel misto di terra e libertà che le aveva sempre dato pace. Chiuse gli occhi, abbandonandosi a quella sensazione. Per un istante—solo uno—il dolore e la rabbia che le divoravano l’anima si dissolsero. Ma la tregua fu breve. Una voce attutita, proveniente dall’altra parte della porta, la fece irrigidire. Julie scattò via dalla finestra e si avvicinò lentamente alla porta, trattenendo il respiro. Le voci erano vicine, due uomini. «Tu l’hai vista?» chiese uno, con un tono che tradiva inquietudine. «No… ma dicono che sia un mostro. Che riesca a fare delle cose…» rispose l’altro. Julie sentì il cuore martellare. Sapeva che parlavano di lei. «Che genere di cose?» insistette il secondo, più impaurito. «Non lo so. So solo che è estremamente pericolosa e che non dobbiamo avvicinarla.» Una breve pausa, poi il colpo di grazia: «Se prova qualcosa, l’ordine è di abbatterla.» Seguì un silenzio denso, pesante. Per Julie, quel silenzio valeva più di mille parole. Perché in fondo al cuore sapeva che avevano ragione. L’avevano trasformata in un mostro. Tutto ciò che toccava rischiava di distruggerlo. Lo aveva già fatto. Ed era per questo che l’avevano rinchiusa. Che l’avevano drogata, controllata, temuta. L’istinto prese il sopravvento. Quando un animale si sente braccato, schiacciato in un angolo, allora è la fine. Julie lo sapeva bene. Doveva andarsene. Subito. Prima di perdere di nuovo il controllo, prima di fare del male a qualcuno. Aveva promesso a sé stessa, durante la prigionia, una sola cosa: se fosse mai riuscita a scappare, si sarebbe nascosta in un luogo lontano, isolato, dove nessuno potesse trovare lei… e dove lei non potesse ferire nessuno. Aspettò che le voci si allontanassero, poi iniziò a frugare la stanza in cerca di vestiti o di qualcosa che potesse aiutarla ad aprire la porta. Niente abiti, nessuna scarpa. Pensò di fuggire dalla finestra, ma bastò un’occhiata per capire che era troppo alto, perfino per lei. Poteva saltare due metri senza problemi, ma da quell’altezza non aveva mai provato. Provò a evocare i suoi poteri. Nulla. Nessun calore che le nasceva nel petto, nessuna energia che le bruciava nelle vene. Le avevano sicuramente messo un bloccante nella flebo. Doveva agire “alla vecchia maniera”, come quando era ancora normale… prima che tutto cambiasse. Un brivido la scosse. Tra pioggia e vento, la stanza diventava sempre più gelida. Nella sua ricerca disperata, lo sguardo le cadde sull’asta della flebo. Poi sulla porta. Un’idea. Afferrò l’asta, si posizionò davanti alla porta e attese. Il temporale tremava sulle pareti. E quando un tuono esplose sopra la fortezza, Julie colpì con tutta la forza che aveva. La porta si spalancò. Si affacciò con cautela oltre l’arco in penombra. Davanti a lei il corridoio sembrava libero. Fece un passo, poi un altro, avanzando nell’ombra in cerca di una via d’uscita. Più proseguiva, però, più si rendeva conto di essere intrappolata all’interno di una vecchia fortezza di pietra: muri spessi, odore di umidità e un silenzio che sembrava trattenere il respiro. Raggiunse una balconata che affacciava su una piazza quadrata. Al centro, un pozzo dalle pietre consumate spuntava tra ciuffi di erba alta e un piccolo giardino lasciato a se stesso, dove il vento faceva frusciare foglie secche. Scese lentamente due rampe di scale, il suono dei suoi passi quasi soffocato dal muschio che ricopriva i gradini. Quando arrivò al piano terra, il cuore le balzò in gola: proprio davanti a lei c’era una porta d’uscita, massiccia, con una feritoia arrugginita. Si avvicinò trattenendo il fiato, ma bastò un colpo d’occhio per capire che era bloccata da un pannello elettronico. Senza il codice non avrebbe fatto un metro più in là. Una serie di imprecazioni le salì alle labbra. Si ritrasse in fretta, schiacciandosi contro una colonna di pietra. Poco più avanti, dall’altra parte della sala, due guardie avanzavano in ronda, le armature che tintinnavano a ogni passo. Julie sentì il panico serrarle lo stomaco. Non aveva scelta. Con un balzo controllato, si infilò nella prima stanza che trovò aperta, richiudendo la porta alle sue spalle prima che qualcuno potesse notarla. Le serviva un’arma. Qualcosa, qualsiasi cosa, che le desse almeno un’illusione di difesa. Aprì i cassetti uno dopo l’altro, le mani tremanti, il respiro corto. Ogni vano era pieno di oggetti inutili, strumenti rotti, vecchie garze. Stava quasi per rinunciare quando, in fondo all’ultimo cassetto, vide il bagliore metallico di un bisturi. Non era molto, ma era affilato, preciso. Poteva bastare. Stringendolo nel pugno, Julie tornò alla porta. La aprì appena, quel tanto che bastava per guardare oltre. I due soldati si erano separati, pattugliando direzioni opposte del corridoio. Perfetto. Le serviva solo un attimo. Un istante di distrazione. Un respiro fuori posto. Doveva essere paziente. La libertà era in gioco. La libertà che aveva sognato per dieci interminabili anni—anni passati su un lettino di metallo, mentre le infilavano aghi ovunque, mentre le iniettavano sostanze sconosciute, mentre la lasciavano senza cibo per giorni per vedere se i suoi poteri si attivassero comunque. Anni di torture silenziose, scientifiche, calibrate. E lei, ogni notte, chiudeva gli occhi e immaginava di correre via, di respirare aria pulita, di essere di nuovo… umana. La rabbia le montò dentro come un’onda nera. Profonda. Viscerale. Accecante. Per un attimo temette che potesse travolgerla. E, paradossalmente, fu grata che le avessero bloccato i poteri. Perché se in quel momento li avesse avuti attivi… la fortezza non sarebbe rimasta in piedi. Il soldato stava tornando verso di lei. Julie sentì il proprio corpo irrigidirsi, la mente farsi tagliente. Doveva restare calma. Doveva controllarsi. Ogni rumore diventò più chiaro: il tintinnio dell’armatura, il passo pesante, il fruscio del tessuto. Aspettò. Aspettò ancora. E quando lui le diede le spalle, scivolò fuori dalla stanza come un’ombra. In due passi gli fu addosso. Gli puntò il bisturi al collo, freddo contro la pelle. Sentì il soldato irrigidirsi, poi deglutire. L’arma che aveva in mano fino a un secondo prima gli pendeva di lato. Julie non disse una parola. Non serviva. Gli indicò la porta con un cenno deciso. «Io… io non ho il codice» balbettò lui, la voce rotta dalla paura. «Solo i superiori ce l’hanno.» Julie avvertì la sua tensione, il modo in cui respirava male, a scatti. Era terrore puro. «Ma… posso farti uscire» continuò lui, quasi implorando. «C’è un passaggio nascosto, ok? Ma non farmi del male.»

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