Capitolo 9

1207 Parole
«Non è come pensi.» John sollevò le mani, mostrandole i palmi. «La Generale Lowell non è come gli altri. Non ti farà del male. vuole solo conoscerti.» Julie lo fissava, il bastone stretto così forte da farle sbiancare le nocche. Occupava lo spazio tra loro come un confine invalicabile. Una parte di lei voleva colpirlo e scappare, voleva rientrare nel buio dove nessuno poteva toccarla. Un’altra parte, minuscola, odiosa, inspiegabile…voleva ascoltarlo.I suoi occhi si strinsero, indecisi, arrabbiati, feriti. John trattenne il respiro. Non osava muoversi più del necessario. Il rumore di passi fuori dal corridoio, attirarono la loro attenzione, c’erano altri soldati. Altri uomini. Altri potenziali nemici. Il sangue le tornò a pulsare nelle tempie. John si voltò appena, senza mai distogliere lo sguardo da lei. «Chiunque sia lì fuori… non entrerà.» urlò John in modo tale da farsi sentire dai soldati fuori dalla stanza. Julie cominciò a ringhiare, lei sapeva parlare, ma aveva deciso di non fare sentire a nessuno la sua voce, l' avevano trasformata in un animale e lei aveva deciso che si sarebbe comportata come tale, gli animali non parlano, ringhiano e poi attaccano. Non si fidava di nessuno. Non sapeva più cosa significasse fidarsi di qualcuno.Il bastone tremava leggermente nella sua mano. Non per esitazione. Per stanchezza. Per il dolore. Per il potere sigillato dentro di lei costretto e bloccato in una gabbia invisibile e le faceva male fisicamente. John la vide vacillare per un istante. Solo un istante. Ma fu abbastanza. «Julie…» continuò, avvicinandosi di mezzo passo. «Non voglio portarti via con la forza. Non ti toccherò. Ma dobbiamo andare da lei. Tutti e due.» Lei serrò la mascella e grugnì di nuovo, gli occhi pieni di una furia silenziosa.Un avvertimento. Un altro passo, e ti spacco il cranio.John lo capì. E si fermò. «Se potessi evitarlo… lo farei,» disse piano. «Ma se non vieni tu… verranno loro.» Altri passi, altri soldati, Julie distolse appena lo sguardo verso la porta. Un attimo.Un errore. John lo colse subito. Le si parò davanti, era così vicino che Julie poteva vedere una piccola cicatrice sotto il suo labbro, quel piccolo dettaglio seppur insignificante la destabilizzò, perché quella piccola cicatrice sembrava famigliare? chi era John? Poteva veramente fidarsi o sarebbe stata l' ennesima persona a tradirla per usarla? «Ti prometto che nessuno ti toccherà, se vuoi tenere il bastano tienilo, se questo ti fa sentire più tranquilla...ma dobbiamo andare» aggiunse. La voce gli tremò appena, ma non abbastanza da farlo sembrare debole. Julie lo guardò negli occhi, sembrava sincero, la guardava in modo diverso da come era abituata, non riusciva a decifrare il significato di quello sguardo. C'era una battaglia dentro di lei , e John poteva vederlo nei suoi occhi, voleva aiutarla farle capire che lui l'avrebbe protetta con la sua stessa vita, ma sapeva che non era ancora pronta per scoprire la verità. Ti puoi fidare un piccolo pensiero venuto da lontano, una voce piccola che Julie non sentiva da anni. Non è come gli altri. Ti puoi fidare. La odiava, quella voce. Perché anche se non voleva ammetterlo a se stessa, in cuor suo sentiva che era vera. perché si poteva fidare di lui? questa domanda la tormentava. Chi sei John? John fece un altro micro-passo verso di lei. «Decidi tu,» mormorò. John le guardava il viso, cercava qualcosa che gli facesse capire che la sua Julie, quella di un tempo almeno, era lì da qualche parte, nascosta e ferita ma ancora viva. «Io ti seguo.» Silenzio. Julie strinse il bastone al petto e per la prima volta da quando si erano conosciuti fece un cenno di assenso con la testa. Lo stava mettendo alla prova. John trattenne il respiro, un piccolo cenno di assenso, fu talmente veloce che pensò di esserlo immaginato, e quando la vide camminare verso la porta, il suo cuore si riempie di gioia. Era un sì, minuscolo, microscopio ma era un si. Era riuscito ad instaurare una sorta di comunicazione. Un piccolo passo e tanti gli bastava. Quando uscirono dalla stanza, Julie si fermò di colpo. Davanti a lei c’erano sette soldati. Sei reggevano delle barelle, pronte a trasportare i corpi stesi all’interno della stanza devastata. Il settimo era lo stesso che aveva parlato prima: il giovane con la voce incrinata e lo sguardo troppo vigile. Ma non era questo a bloccarla. Era ciò che vedeva oltre. Il corridoio — il rifugio che fino a pochi minuti prima credeva una prigione — era in pieno caos. Soldati feriti appoggiati alle pareti, alcuni con fasciature improvvisate, altri sorretti da compagni che barcollavano sotto il loro peso. Detriti ovunque: pezzi di muro crollato, vetri, metallo, fumo che aleggiava nell’aria. E, soprattutto, famiglie. Donne, uomini, e bambini che si stringevano in silenzio, tremanti ma vivi. Le loro lacrime brillavano alla luce tremolante delle lampade. Medici e infermieri correvano su e giù per il corridoio, lanciando ordini, cercando strumenti, bendando ferite, controllando polsi. Ogni angolo gridava disperazione… e sopravvivenza. Julie rimase immobile. Non era preparata a vedere questo. Non dopo ciò che aveva creduto fino a un minuto prima. La base non era solo una fortezza. Non era solo un rifugio militare. Era una casa. Un luogo in cui delle persone comuni — anche bambini — cercavano di vivere nonostante la guerra. La sua mano tremò sul bastone. John la osservò in silenzio, attento a ogni piccolo cambiamento nei suoi occhi. Voleva spiegarle tutto, della base, dei civili, sul loro passato, ma non era il momento giusto. «Andiamo» disse piano, senza toccarla. Julie abbassò lo sguardo, cercando di ignorare i volti che la fissavano. Volti che non esprimevano odio…ma paura. Confusione. Rabbia. La base era ferita e lei, nel suo caos, nella sua rabbia, nel suo dolore… non era più sicura di sapere da che parte della linea si trovasse. I corridoi si fecero più larghi man mano che avanzavano, e la confusione alle loro spalle diminuiva, sostituita da un silenzio rigido, carico di attesa. Julie camminava con il bastone stretto nella mano destra, i muscoli contratti, lo sguardo sempre in movimento. Ogni rumore, ogni ombra, ogni uniforme poteva essere una minaccia. John manteneva la stessa distanza di prima. Era al suo fianco. Non la toccava. Non le camminava davanti. Non la spingeva. Si limitava a esserci. E per Julie questo era un problema, perché non era abituata a quel comportamento, sapeva come reagire o comportarsi quando la portavano a fare gli esperimenti, o quando la portavano nella sala interrogatori. Era abituata ad essere ammanettata e strattonata, malmenata senza motivo. Ma questo? Due persone che camminano una al fianco dell'altra come due persone normali? Civili? le sembrava quasi innaturale. E si chiese cosa c'era di sbagliato in lei. Da quando la normalità era diventata innaturale? Da quando trovava normale essere maltratta e malmenata? questo pensiero la fece rabbrividire. Arrivarono davanti a una porta più grande delle altre, metallica, con i bordi rinforzati e una piccola luce rossa accesa sul lato. Due guardie stavano immobili ai lati dell’ingresso, il volto serio, le armi abbassate ma pronte. Appena videro Julie, si irrigidirono. La mano di uno dei due soldati andò istintivamente verso il fucile. Julie scattò indietro di mezzo passo, ringhiò contro la guardia, il bastone sollevato di pochi centimetri, pronta ad attaccare.
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