Appena la porta si chiuse dietro gli uomini, Julie rimase immobile per qualche secondo, ascoltando il rumore dei passi allontanarsi nel corridoio.
La stanza sembrò improvvisamente più grande, più silenziosa, più pericolosa.
Poi il suo sguardo cadde su una cassa di legno semiaperta contro la parete.
Si avvicinò con cautela, come se anche l’ombra della cassa potesse tradirla.
Sollevò del tutto coperchio.
Dentro trovò abiti.
Una giacca nera con molte tasche, pantaloni scuri, una maglia troppo larga, stivali pesanti.
Abiti da uomo.
Troppo lunghi, troppo larghi, troppo rigidi.
Ma erano abiti.
E soprattutto, non erano la camicia ospedaliera che la faceva sentire esposta, fragile, indifesa.
Julie si tolse il camice e infilò la maglia nera. Le cadeva sulle cosce come un vestito. I pantaloni doveva stringerli con una corda trovata nella cassa. Gli stivali, enormi, le scivolavano un po’, ma avrebbero fatto il loro lavoro.
Mentre si vestiva, il cuore non le rallentava.
Ogni movimento era rapido, istintivo, preciso.
Quando fu pronta, si avvicinò alla porta posò l’orecchio sul legno. All’inizio sentì solo voci lontane. Ordini gridati. Passi che correvano. Qualcuno che urlava “avanti! di qua”
Poi arrivò il suono che la fece irrigidire. Un boato, avevano fatto saltare qualcosa, si seguirono spari, altri boati, e passi pesanti correre lungo il corridoio.
Julie tentò di aprire la porta, ma senza l' impronta di John non si muoveva di un centimetro, i suoi poteri non erano ancora pronti.
Julie trattenne il respiro, ogni muscolo del suo corpo teso come una corda di violino.
Erano sotto attacco.
I suoi aguzzini avevano fatto breccia.
Il pavimento vibrò debolmente sotto i suoi piedi quando una granata esplose in lontananza.
La finestra tremò.
Dalla porta, piccoli granelli di polvere si staccarono e caddero a terra.
Julie rimase totalmente immobile.
In ascolto.
Ogni sparo era un colpo alla sua memoria, un ritorno a quel posto dove l’avevano rinchiusa.
Dove la loro idea di “test” era spararle addosso per vedere quanto velocemente poteva schivarli.
Dove la loro idea di “valutazione” era farle torturare persone per farle parlare.
Chiuse gli occhi.
Per un attimo vide aghi.
Collari elettrici.
Gabbie di vetro.
Odore di metallo e paura.
Ma insieme a quei ricordi…arrivò qualcosa di nuovo.
Un tremito.
Sottile.
Quasi impercettibile.
Come una vibrazione nel petto, un calore lento, gocciolante, che cominciava a risalire lungo le braccia.
Julie aprì gli occhi.
I poteri. Stavano tornando.
Erano lì. Una scintilla che cresceva, pulsava, reclamava spazio. Inspirò lentamente. Lasciò che quel calore si espandesse un po’. Come una bestia che si ridesta dopo mesi di catene. Il suo corpo tremò appena.
Ci voleva solo tempo.
Rimase accanto alla porta, ascoltando attentamente gli spari, il caos, gli ordini gridati. L' unica cosa che contava erano: i suoi poteri.
Appena fossero tornati del tutto…Julie avrebbe fatto la sua mossa, e nessuno l’avrebbe fermata.
Il calore dentro il petto di Julie aumentava, lento ma costante, come una brace che ricomincia a respirare.
Le dita tremavano appena mentre cercava di controllarlo — ma era ancora troppo debole.
Non era il momento.
Non ancora.
Fu allora che lo sentì.
Un rumore secco.
Un clic metallico.
La porta che si apriva leggermente e Julie si irrigidì all’istante.
Si appiattì alla parete, schiena al muro, gambe leggermente piegate, pronta a balzare.Il calore interno vibrò, minaccioso.
La porta si aprì. Avrebbe riconosciuto quella divisa anche al buio, quel simbolo indelebile nella sua mente, cucito sulla divisa del soldato. Quello che aveva visto durante gli esperimenti.
Il soldato la vide. Si bloccò per un istante.
«Soggetto indivuato. Quali sono gli ordi—» Julie non gli lasciò finire la frase. Il potere esplose. Non tutto. Non come una volta.
Non come quando aveva fatto crollare pareti intere. Ma abbastanza.
Un impulso di energia cruda, instabile, feroce, le scattò dal petto e le percorse le braccia. L’aria nella stanza tremò.
Il soldato venne scagliato all’indietro come se l’avesse colpito un’onda invisibile.
La sua schiena sbatté contro il telaio della porta con un tonfo sordo.
L’arma gli volò via dalla mano, scivolando sotto una sedia.
Julie barcollò.
Il potere era tornato troppo in fretta.
Troppo forte.
Troppo fuori controllo.
Le ginocchia le cedettero e si aggrappò al muro per non cadere.
Un secondo soldato entrò di corsa.
«Ha già riattivato i suo po—»
Julie sollevò lo sguardo.
Bastò quello.
Una seconda ondata si liberò da lei come un impulso elettrico incontrollato. La lampada sul soffitto esplose.
Le finestre tremarono fino ad esplodere.
Il soldato fu colpito da una scarica d’aria compressa che lo fece sbattere contro la scrivania, rovesciandola.
Julie ansimò, gli occhi spalancati.
Le vene pulsavano.
Il cuore correva troppo.
Non doveva usare ancora i poteri.
Non così.
Non ora.
Ma non aveva scelta.
Fu allora che la porta, già socchiusa, venne spalancata da un colpo violento.
John.
Arma in pugno.
Voce spezzata dal terrore:
«JULIE!»
I suoi occhi si allargarono nel vedere la scena.
I due soldati a terra.
La stanza distrutta.
Julie in piedi a stento, tremante, pallida, con l’energia ancora frizzante nell’aria attorno a lei come un rumore statico.
Julie fece un passo indietro, non poteva controllarsi e non voleva che lui la toccasse.
«Respira.Va tutto bene.»
Lei scosse la testa. Non era vero. Niente andava bene.
Un terzo soldato entrò nella stanza. Julie vide la bocca del fucile puntata verso di lei.
Il dito sul grilletto. La cosa che la sconvolse di più, fu vedere John mettersi davanti a lei come scudo senza alcuna esitazione. Le domande vorticavano veloci nella mente di Julie. Perché diavolo lo aveva fatto? Lei era un mostro, un soggetto da abbattere, perché John stava rischiando la vita per lei?
una voce rispose per lei: Salvalo!
Il potere dentro il suo petto esplose di nuovo. Incontrollabile. Più forte di prima.
La stanza si riempì di un bagliore violaceo. John vide il soldato librare in aria prima di essere scaraventato a terra inerme.
Julie si rese conto, troppo tardi, che stava perdendo il controllo sul suo potere. Era come se qualcosa dentro di lei avesse spezzato gli argini: il calore nel petto non era più una scintilla, ma un incendio. Un incendio che bruciava tutto.
John la vide spezzarsi.
Il suono che uscì dalla gola di Julie non era un urlo normale. Era un grido grezzo, profondo, che sembrava venire dall’anima e non dai polmoni.
Un urlo fatto di dolore, di rabbia, di anni di umiliazioni e paure incastrate in un solo respiro. John rabbrividì.
Non per perché avesse paura di lei, ma perché aveva paura per lei.
Gli grigi di Julie erano diventati completamente bianchi, stava perdendo il controllo.Il corpo si sollevò da terra, non più sostenuto da muscoli o ossa, ma dalla pura energia che esplodeva dal suo torace.
La testa all’indietro pronta ad esplodere come una supernova.