Il Giudice dei Malefici

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Il Giudice dei MaleficiIl Giudice dei Malefici era seduto sullo scranno nella Prima Curia e, con espressione annoiata, controllava con il Cancelliere il verbale di una inquisizione, quando giunse una guardia dalla piazza dei Banchi ad avvisarlo che in via dei Camilla era stato compiuto un delitto. – Ancora un delitto. Che noia. E non riusciamo a prendere alcun assassino, mai. – No Messer Giudice. Questa volta l’assassino lo abbiamo preso. Le guardie lo hanno immobilizzato col pugnale in mano grondante del sangue delle sue vittime. – Una novità! Sarà d’uopo andare, Messer Cancelliere. Di mala voglia il Giudice dei Malefici si alzò per seguire la guardia, imitato dallo Scrivano. Albino Piacentini, di mezza età, né alto né basso, barba brizzolata con la quale sperava di aver acquisito un’aria più autorevole, era un uomo ambizioso, ma amareggiato. Nato da una famiglia in vista del Ducato di Milano era stato costretto ad accettare l’incarico di Giudice a causa delle ristrettezze economiche in cui si trovava la sua famiglia. Non gli piaceva assolutamente dover andare di persona sul luogo dei misfatti, ma doveva pur guadagnarsi quei miseri 15 soldi che gli davano per ogni ricognizione. Fece avvisare il Procuratore e si avviò per gli stretti vicoli. Camminava lentamente per via della gotta che lo affliggeva. Avrebbe dovuto farsi fare quanto prima un salasso dal suo cerusico. E gli sarebbe costato un terzo del guadagno per quella ricognizione, ma sperava che l’avrebbe fatto stare meglio. Il clima non lo aiutava. Soffriva l’aria di mare e odiava la puzza di pesce che gli arrivava dalla finestra della sua casa, vicino al mercato. Aveva lasciato la sua dimora ampia e comoda con rammarico e non riusciva ad abituarsi agli spazi ristretti delle abitazioni e delle vie di Genova. Anche la casa che gli avevano assegnato non gli piaceva, nel chiuso di un vicolo, lui che era abituato alle residenze ampie, in mezzo a grandi parchi luminosi e aperti. E rimpiangeva la possibilità che aveva nel suo territorio d’origine di procurarsi con facilità contadine che per pochi soldi erano disposte ad assecondare il suo piacere, cosa che in questa città non era ancora riuscito a ottenere. Non aveva potuto individuare nessuno di cui fidarsi e che gli procurasse una prostituta a domicilio. Le meretrici erano fino a qualche tempo prima, tutte relegate nel quartiere di Monte Albano, ma lui, vista la carica che ricopriva, non poteva farsi vedere in quel luogo. Ora era ancora più difficile riuscire a raggiungerle. Le avevano fatte sgomberare. Si parlava di un colossale progetto. Il terreno era stato lottizzato e venduto per la costruzione di palazzi per i ricchi genovesi. Sarebbe sorta lì la strada nuova. Provò un moto di invidia per quelle fortunate famiglie e rammarico per non essere riuscito a conquistarsi il favore qualche donna compiacente. Si sarebbe accontentato di qualche servetta, anche di una schiava, ma non poteva permettersela. Tutto quello che era riuscito ad avere era una vecchia che fungeva da cuoca e da fantesca. Era una donna sporca e senza denti, che metteva troppe bacche di ginepro nelle carni arrosto che gli cucinava. Sospettava che fosse per nascondere meglio il sapore di carne andata a male. Doveva avere una tresca col macellaio. Lui smerciava la carne avariata a prezzo inferiore, lei intascava la differenza in barba a lui che pagava il prezzo intero. Probabilmente in questo modo serva e macellaio si dividevano il guadagno. Doveva svolgere qualche indagine nella sua cucina se non voleva morire avvelenato, un giorno o l’altro, e se voleva salvaguardare le sue scarse risorse economiche. Scacciò dalla mente questi pensieri e si concentrò sul compito che lo aspettava. L’incarico più sgradevole era l’ispezione riguardante le vittime di omicidio. Il sangue gli faceva ribrezzo. Nel caso in cui i cadaveri venivano scoperti parecchi giorni dopo la morte, l’odore e la vista della putrefazione lo disgustavano assolutamente. Se almeno lo Scrivano fosse stato un poco più flessibile e un po’ meno meticoloso, avrebbe potuto procedere in modo un poco più sommario. Invece era un vecchio notaio scrupoloso e pedante. E per giunta godeva di troppe conoscenze tra i personaggi che contavano. Con Ludovico Alessi non c’era da scherzare. Avrebbe potuto nuocergli. Si fermò ammirato a osservare il palazzo. Non appariscente, ma di una sobria eleganza. Non avrebbe mai capito i Genovesi. Anche i più ricchi non eccedevano mai in ostentazione delle loro ricchezze. Abitavano in quei palazzi alti, belli, ma estremamente sobri e addossati gli uni agli altri, quasi nascosti dalle abitazioni vicine. Se lui avesse avuto molti mezzi avrebbe voluto mostrare la sua ricchezza il più possibile. Che gusto c’era ad essere ricchi e non farlo vedere? Quale maggiore soddisfazione che leggere l’invidia sulla faccia livida dei concittadini? Il palazzo di pietre di promontorio, lavorate a gradina e rifilate a scalpello, presentava al piano terreno un porticato con grandi archi a sesto acuto, ed era stato chiuso per ospitare alcuni laboratori. Il primo piano si apriva sulla loggia di rappresentanza, ufficio e studio per conversare e trattar negozi. Eleganti bifore lasciavano entrare la luce da sud, tappeti ornavano i pavimenti, arazzi i muri. Adiacente, si apriva la caminata, la stanza con il grande camino in pietra ove era allestito il desco e si stava comodi nelle giornate più fredde. Ambienti eleganti, ma essenziali nella loro semplicità. Sul retro, dalla parte opposta di un cortile interno, erano situati i locali della servitù e le cucine. La guardia lo condusse al secondo piano dove lo fece entrare in una stanza ben arredata. Qui, nel cuore segreto della casa, nella parte intima e privata, l’opulenza era manifesta. Sul pavimento erano appoggiati preziosi tappeti. Sui tavolini vasellame d’argento mandava bagliori come una luna notturna. Grandi tende di velluto blu oltremare e pareti rivestite di tappezzerie damascate in azzurro e oro, facevano da scenario al letto posto al centro della stanza, coperto con un copriletto di damasco azzurro ricamato in oro e sormontato da un padiglione di seta guarnito di pizzi e sorretto da colonne. La famiglia Spalla si compiaceva di un evidente benessere economico. La ricchezza di cui godeva le derivava dalla produzione e dal commercio delle sete. Faceva parte di quel ceto di nuovi ricchi che avrebbe, prima o poi, avuto accesso a uno dei cinque Alberghi, riservati ai nuovi nobili. Il Giudice dei Malefici si avvicinò al letto. Dalla finestra, i cui tendaggi erano di poco scostati, entrava una lama di luce che andava ad illuminare la scena. Sul letto erano stesi due corpi. Uno accanto all’altra giacevano ormai privi di vita una donna giovane e bella e un uomo di poco più grande. La donna, Donata Monticelli moglie di Gelasio Spalla, aveva la testa appoggiata sul cuscino su cui i lunghi capelli biondi facevano corona attorno al bel viso esangue. Le labbra piene e sensuali, pur nel pallore della morte, erano leggermente dischiuse a lasciare intravedere le bianche perle dei denti. Conservava nel corpo l’abbandono dolce dell’oblio a cui induce Morfeo e nel viso l’impronta serena di un bel sogno. Le gambe, lunghe e ben tornite, erano lasciate scoperte da una camicia sottile e delicata che mostrava più che coprire le belle forme. L’ombra più scura dei capezzoli si intravedeva sotto la trama sottile della stoffa. La pelle della giovane donna splendeva dentro quel raggio di luce. L’immagine sarebbe stata incantevole se non fosse stato per quella rosa scarlatta che si apriva oscena in mezzo al petto. Doveva essere stata uccisa nel sonno e su tutto quello splendore l’ala orribile della morte aveva steso un manto rosso che cominciando dal petto si allargava sui candidi indumenti, sulle morbide lenzuola, sul prezioso damasco del copriletto. La stessa sorte era toccata al giovane, Lizzio Spalla, fratello di Gelasio, steso accanto alla donna. Un giovane vigoroso, con una capigliatura di folti ricci bruni e un viso dai lineamenti forti. A lui era stata recisa la gola. Da un ampio squarcio che si apriva nel collo il sangue era sceso copioso sul torace nudo, sulle braccia, colando in un rivolo lungo il bordo del letto fino a raggiungere gli splendidi mosaici del pavimento. E in piedi, circondato dalle guardie, stava Gelasio. Lo sguardo smarrito e attonito, che si posava ora sul corpo senza vita della moglie, ora su quello del fratello. Le mani sporche di sangue che stringevano convulsamente un pugnale. Il Giudice lo guardò. Gelasio non disse nulla. Albino Piacentini scambiò il suo silenzio per la tacita ammissione della colpevolezza. Interpretò lo sguardo vacuo come una dimostrazione di arroganza. Pensò che l’immobilità rigida dell’uomo fosse una sfida diretta a lui. Al di là delle prove, in ogni caso evidenti, dentro di sé lo aveva già condannato.
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