Inverno a Genova– No, guarda, io qui non ci sto un minuto di più. Se vuoi resta pure, ma io me ne torno a Genova.
Maria come una belva in gabbia passeggia nervosamente su e giù nella cucina della casa di campagna, lanciando sguardi di fuoco all’indirizzo del marito.
– Stai tranquilla. Cosa ti prende ora?
Francesco cerca di calmarla.
– Ma guarda fuori! Tutta quella nebbia. Gli alberi spogli che sembrano scheletri, non si vede un’anima. E alle quattro del pomeriggio è già buio.
– Guarda che anche a Genova in questa stagione viene buio alle quattro.
– Ma almeno lì ci sono luci, c’è vita, gente per le strade, negozi aperti. E poi ci sono i cinema, i teatri, i musei, le mostre, le conferenze. Lo so, lo so. Tutte cose che a te non interessano. Ma a me sì. Tu, basta che puoi smanettare col tuo PC, che ti frega di essere qui o da un’altra parte! Ma a me sembra di essere sepolta, qui, in inverno. Guarda che non sono ancora morta!
– Proprio ora cha avevo cominciato...
– Cominciato cosa?
– Niente, niente...
– Se non ti va di venire giù puoi anche stare qui, tu. Vado da sola. Non ho mica paura!
– Ma come sei scorbutica oggi, mamma mia! Vengo, dai, vai a prepararti.
Maria non se lo fa dire due volte. Prepara poche cose velocemente e chiude tutto, prima che Francesco cambi idea.
In macchina, in direzione di Genova, tranquillizzata dall’essere sulla via del ritorno in città, Maria ammette con sé stessa il suo malumore di prima.
Cerca di capire a cosa possa essere dovuto. È sicuramente vero che la vita in campagna quando arriva l’inverno è triste e monotona, ma questo non è sufficiente a spiegare l’impazienza rabbiosa che l’ha colta quel pomeriggio.
Deve esserci una spiegazione diversa.
Maria ripensa alla brutta esperienza di un mese prima.
Sola in casa. Notte. Sintomi dell’infarto. Qualche giorno prima ha visto il film ”Questione di cuore”, dove Antonio Abanese si aggira per il pronto soccorso di un ospedale romano, una mano appoggiata sul petto, sostenendo di avere un infarto e nessuno lo caga.
Telefona al 118. Lei, non Albanese. In cinque minuti arrivano i militi e la caricano sulla barella. La portano giù per 147 gradini. Elettrocardiogramma nel portone. Ambulanza. Ricovero urgente. Coronarografia.
Nel corso dell’esame, eseguito con urgenza nel cuore della notte, mentre sta sdraiata con vari tubicini infilati nelle vene, le ritornano alla mente alcune sequenze del film. Antonio Albanse se la cava a buon mercato, ma il suo vicino di letto, vittima di infarto anche lui, impersonato dall’affascinante Kim Rossi Stuart, ci lascia le penne. Non è un bel viatico per stare tranquilla.
Per fortuna dalla coronarografia emerge che, non si tratta di un infarto. Questa è la bella notizia. La brutta notizia è che gli effetti sono gli stessi: una parte dell’atrio sinistro del suo cuore non si contrae.
Dopo cinque giorni di terapia intensiva il cardiologo la fa trasferire in reparto.
– Stia tranquilla signora, è una forma benigna. Non lascia cicatrici, dovrebbe regredire. Il suo cuore tornerà normale.
Queste sono le parole rassicuranti del medico.
– Ah! Bene! – dice Maria – E in quanto tempo regredisce?
– Non lo sappiamo. È una forma scoperta di recente.
– E qual è la causa?
– Al momento non si sa.
– E come si cura?
– Beh, non c’è ancora una vera cura, attualmente la trattiamo come fosse un infarto.
– E che comportamento devo tenete? Posso fare quello che facevo prima?
– Non saprei cosa consigliarle. Faccia quello che si sente.
– C’è qualche cosa che sapete di questa roba o devo arrangiarmi da sola? Mi dica almeno come si chiama.
– Sindrome di Tako-tzubo.
– Tazzo-che?
– No, signora.Tako-tzubo. L’hanno vista per primi i Giapponesi.
– Che culo! Scusi, sa. Ma non potevate mettergli un nome italiano, che quando i miei parenti e gli amici mi chiederanno cosa ho avuto, secondo lei io gli posso dire “Sai ho avuto un Tazzo-kubo”?
– Tako-tzubo, signora!
– Sì. Buona notte!
Maria se ne rende conto. Dal giorno in cui è uscita dall’ospedale, è nervosa. Agitata. Più medici, parenti e amici le dicono che deve stare calma, più lei smania. Le sembra di sprecare il tempo. Ha la sensazione che la vita le scappi di mano. La vita sta passando e lei la lascia andare. Teme di non riuscire a viverla appieno.Teme di perdere occasioni per capire, per scoprire, per provare emozioni. Non è più disposta a mediare, a rinunciare, a rimandare. Vuole vivere, vivere, a tutti i costi. Non come una tranquilla signora di campagna. Ma buttandosi a capofitto nella vita, giorno per giorno, senza paura. Sembra un cavallo che scalpita. E l’unico modo per starle vicino è lasciarla fare. Chi la conosce bene si accorge che è cambiata. Che una luce nuova, diversa si è accesa nel suo sguardo. Che dalla nuova Maria ci si può aspettare di tutto.