Capitolo 3 – Gli amici di BolognaDa quando era tornato nel Salento, Saru andava spesso a trovare gli amici che aveva conosciuto per lavoro a Bologna e che ora il destino aveva portato nella sua terra. Tra questi c’erano il pm De Bellis, che in quel periodo stava coordinando le indagini per la cattura di Rizzello, e il comandante provinciale dei carabinieri che molti anni prima aveva comandato una compagnia sotto le Due Torri.
«Mi fa strano vederti nella mia terra» disse a De Bellis mentre scambiavano quattro chiacchiere nell’ufficio di viale De Pietro.
«Si sta davvero bene. Questa sì che è un’oasi felice: buona qualità della vita a un costo accessibile, bella gente, ottima cucina, clima stupendo, paesaggio da urlo. È un piacere godermelo in moto quando il tempo me lo permette» spiegò il magistrato stiracchiandosi sulla poltrona e intrecciando le mani dietro la nuca.
«Come mai questa scelta?».
«C’era questa opportunità e ho deciso di prenderla al volo. La mia ex moglie non è stato un problema, anzi, quando vuole la faccio pure venire in questo paradiso e i figli sono ormai grandi, non hanno certo bisogno di me. Se ho delle cose da sbrigare a Bologna, ci arrivo in un paio d’ore con i voli low cost. Che dire? Al momento non potrei stare meglio di così».
«Andiamo a prendere un caffè?» propose il cronista.
«Volentieri».
Si recarono in un bar di via Costadura, nei pressi del palazzo di giustizia e della caserma dove un tempo si svolgevano le visite per la naja. La strada si affaccia sulla piazzetta dove fa bella mostra di sé una statua di San Pio da Pietrelcina, un santo a cui Saru era molto devoto. Si ricordò di quella volta in cui doveva andare in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo, ma il fatidico giorno pareva non arrivare mai, neanche si trattasse di un’impresa titanica. Venne rinviato per almeno un paio d’anni finché un pomeriggio soleggiato di maggio non fu lo stesso santo ad andare da lui. Saru stava studiando in camera sua quando suonarono alla porta e nell’aprire si trovò di fronte un tizio che vendeva quadri di Padre Pio. Ebbe come l’impressione che il santo gli dicesse: «Visto che non vieni tu sono venuto io a trovarti». Rimase senza parole e la settimana dopo intraprese quel viaggio verso Foggia a lungo rimandato che lo portò dapprima a San Giovanni Rotondo, poi a Monte San Michele per visitare il santuario dell’Arcangelo e infine alla Madonna dell’Incoronata. Con lui in macchina c’erano anche i genitori, che portava sempre con sé quando era possibile e quando avevano piacere a seguirlo, e Annalisa, la fidanzata con la quale aveva percorso un bel po’ di strada. La visita fu davvero emozionante, gli accarezzò l’anima e gli allietò il cuore. Ci sarebbe tornato molti anni dopo, ma in una condizione e in uno stato d’animo decisamente diversi.
Seduti ai tavolini del bar, Saru e il magistrato chiacchierarono un bel po’. Ripercorsero l’inchiesta sull’omicidio Masoni che De Bellis aveva condotto insieme alla squadra mobile di Bologna e scoppiarono a ridere ricordando alcuni aneddoti piccanti che avevano fatto da sfondo alla vicenda. Nel discorso non poteva non entrare la recente fuga di Rizzello che in quel momento stava catalizzando gli sforzi degli inquirenti.
«Si sa qualcosa sull’evaso?» gli chiese Saru.
«A che titolo me lo chiedi?» ribatté il pm.
«Semplice curiosità personale. Lo sai che in questo periodo sono in pausa di riflessione» lo tranquillizzò il cronista.
«Sarai anche in pausa di riflessione, ma con te non si sa mai visto che vivi per il lavoro».
«Hai ragione, ma con il passare degli anni mi rendo conto che le esigenze e gli obiettivi cambiano sensibilmente. Per venticinque anni ho sprecato la mia vita a rincorrere solo notizie. Non c’erano né feriali né festivi, né orari né altri impegni che non fossero esclusivamente professionali. Si correva come dei matti in ogni dove, sia che ci fosse caldo sia che ci fosse freddo; sia che piovesse o che nevicasse. Poi a un certo punto ti fermi e ti accorgi che la vita ti sta scivolando di mano, che domani potresti anche non svegliarti o magari un male improvviso ti lascia un mese da vivere. Allora pensi che niente di tutto quello che hai fatto è valso realmente la pena...».
«Ma hai quarant’anni, mica sessanta! Un po’ di ottimismo non guasterebbe» lo interruppe il magistrato.
«Perché a quarant’anni non si possono fare certi discorsi? È vietato fare un bilancio della propria vita? Io l’ho fatto e ora mi godo questa giornata a chiacchierare con te in tranquillità senza la preoccupazione di correre chissà dove perché è successo chissà cosa. Mi sto godendo il Salento, finché il destino l’ha permesso mi sono coccolato i miei anziani genitori e sto in parte riprendendo possesso della mia vita. Poi ho incontrato una donna meravigliosa che mi riempie gli spazi che, a pensarci bene, sono sempre rimasti vuoti anche quando credevo fossero pieni. Che cosa potrei chiedere di meglio in questo momento?».
«Se non sbaglio c’è stato anche un periodo in cui hai rincorso più donne che notizie...» lo stuzzicò De Bellis.
«Un’altra interessante e feconda fase della mia vita...» rifletté Saru che cambiò velocemente discorso chiedendogli per la seconda volta se ci fossero novità sull’evasione.
«L’indagine non è facile. Questo è un criminale senza scrupoli che va riportato in carcere se non fosse per il fatto che pare essersi volatilizzato. Se ne sono perse completamente le tracce» iniziò a spiegare il pm.
«Si è capito il contesto in cui è maturata la fuga?».
«Essendo l’unico a sapere dov’è nascosto l’oro, i suoi complici non hanno avuto altra scelta se non quella di farlo evadere per recuperare e dividere il bottino».
«Ne avete certezza o sono solo supposizioni?».
«Ma devi scrivere un articolo?» ribatté De Bellis un po’ titubante e parecchio diffidente.
«Ma quale articolo. Sarà deformazione professionale. Del resto, se mi devi raccontare qualcosa è bene che tu lo faccia con dovizia di particolari, no? Il fatto nudo e crudo lo posso tranquillamente leggere sui giornali».
«Purtroppo le nostre sono solo supposizioni. Le telecamere a circuito chiuso dell’ospedale non hanno ripreso nessuno in volto. Si vede solo la Bmw, tra l’altro risultata rubata e trovata carbonizzata, con tre persone a bordo. Tuttavia presumiamo siano stati i suoi compari ad aiutarlo a evadere per le ragioni suddette».
Verso le 13 squillò il telefono di Saru. Elena aveva finito l’udienza in Tribunale e voleva sapere a che punto fosse per decidere se tornare a casa insieme con lo scooter. De Bellis aveva da fare, così decisero di salutarsi e di rivedersi con più calma, magari per andare a mangiare qualcosa assieme. Il cronista lo avrebbe portato a Carmiano in un piccolo ristorante molto carino e dalla cucina eccelsa come aveva avuto modo di verificare di persona. Il posto gli era stato indicato dall’amico carabiniere Maurizio, un omone di Squinzano in servizio a Bologna col quale era nato un ottimo rapporto che andava al di là dell’aspetto puramente professionale. I due erano andati a mangiare insieme qualche mese prima e il proprietario, amico del militare, li aveva trattati coi guanti bianchi. Per Saru era quindi una tappa obbligata quando invitava qualcuno con cui ci teneva a fare bella figura.
Mentre si dirigeva verso casa gli telefonò il colonnello Massimo Costi. Sapeva che quel giorno Saru era in città e gli avrebbe fatto piacere scambiare quattro chiacchiere con lui. Il cronista accettò l’invito di buon grado e siccome era di strada si fece lasciare in via Lupiae dove aveva sede il comando provinciale dei carabinieri. Al secondo piano della palazzina che ospitava gli uffici dell’Arma c’era ad attenderlo il comandante, raggiante come sempre. Di solito si sedevano sul divanetto color mattone a scambiarsi pareri e informazioni informalmente e in tutta tranquillità, un modo per staccare dagli impegni. Talvolta insieme a loro c’era anche il vice, ma non quel giorno.
Parlarono di un’operazione di una settimana prima che aveva visto i carabinieri eseguire tre ordinanze nei confronti di altrettanti minori responsabili di atti di bullismo e violenza contro un ragazzino disabile loro coetaneo. Per mesi lo avevano preso di mira, seviziandolo e, nell’ultima circostanza, anche filmando quel che gli facevano. Era stato proprio quel video a metterli nei guai dopo essere finito nelle mani dei militari. L’unico neo del lavoro investigativo erano stati i dodici mesi necessari per ottenere gli arresti domiciliari.
Rimasero a parlare per circa mezz’ora, poi, siccome la fame cominciava a farsi sentire, decisero di salutarsi dandosi appuntamento per andare a mangiare assieme. Magari in compagnia del magistrato che il colonnello aveva conosciuto quand’era capitano sotto le Due Torri.
«Buongiorno, marescià, precu trasiti e settatibe1. A cosa debbo questa visita?» domandò la moglie di Rizzello, Rosa Barba.
«Buongiorno, signora. Sto cercando tuo marito e sarebbe opportuno mi dessi una mano a trovarlo. Ho ragione di credere che non sia finito in una situazione migliore del carcere» le spiegò Martella.
«Ma ieu nu sacciu nienzi per taveru, marescià!»2.
«Rosa, tu sei una persona in gamba e se vuoi, puoi. Tuo marito ha molta considerazione di te e ti dà retta. E so anche che sei in grado di capire che più il tempo passa, meno probabilità ci sono di ritrovarlo vivo» proseguì il carabiniere che dava sempre il giusto peso alle parole.
Rosa Barba era cognata di Salvatore Buccarella, lo storico capo della Scu, e la sua famiglia godeva ancora di un certo rispetto. Si era dimostrata molto capace, senza scrupoli ed estremamente intelligente quando era stata chiamata a gestire gli affari del clan nel periodo di maggiore crisi segnato da arresti e guerre fratricide. Rizzello non l’aveva sposata solo perché era “na beddha fija”3, ma soprattutto perché sapeva che in quel modo avrebbe scalato un po’ di posizioni. Non sarebbe più stato sotto Rogoli, ma al suo fianco e non avrebbe più dovuto guardarlo dal basso verso l’alto. La mossa non era sfuggita al padrino che aveva da tempo annusato lo scalpitare del suo killer di punta. Tuttavia gli equilibri si erano dimostrati più importanti. Buccarella era un alleato di ferro, oltre che potente, e se il matrimonio era da fare andava celebrato.
Martella di conseguenza non credeva che la donna fosse all’oscuro di quanto era successo al marito. E se lui era venuto a sapere che con molta probabilità u masciu non sarebbe stato ritrovato vivo, di certo lo aveva sentito pure lei. Da quello che gli inquirenti avevano raccolto era emerso che i complici di Rizzello non avevano apprezzato come era andata la seconda fase dell’assalto al furgone, quando era sparito con il bottino. Si vociferava che avessero anche provato a fare pressione sulla consorte sia per capire se fosse al corrente di qualche segreto del marito sia per convincere lui a parlare del nascondiglio dell’oro, perché il tradimento si lava con il sangue e non c’è famiglia o legame che tenga. Durante i colloqui in carcere i due coniugi non avevano mai toccato quell’argomento né Rizzello aveva mai dato a Rosa qualche pizzino o fatto riferimento a qualcosa che potesse costituire un indizio. A pensar male, si sarebbe detto che i due sapessero che i colloqui venivano intercettati dalla squadra mobile e per questo evitavano di parlare, limitandosi a brevi scambi di pareri sulla famiglia e sulla salute dei loro tre figli piccoli.
Alle voci e alle confidenze Martella dava sempre la giusta importanza e prima di prenderle per buone era solito verificarle. Perciò, non sapendo quale fosse il reale ruolo della donna, adottò l’arte dell’equilibrista dando “nu corpu alla utte e unu allu tampagnu”4.
«Possibile che tuo marito non ti abbia mai detto o fatto capire niente durante i vostri colloqui in carcere? Possibile che non abbia trovato il modo di farti recapitare un pizzino? Che so, per metterti in guardia da qualcuno, farti sapere dove sono i lingotti, parlarti di sospetti, informarti del piano per l’evasione» provò a insistere il militare guardandola fisso negli occhi per cogliere eventuali espressioni del volto o tic.
«Marescià, te l’ave già ditta ca nu sacciu nienzi e nu te dicu bugie5. La costante dei miei incontri in carcere cu lu Steu era u silenziu tombale su a vicenda. Ho provato a parlargli, cosa credi? Ho a cuore le sorti dei nostri tre piccinni6, ma non ha mai risposto alle mie domande. L’unica cosa strana che mi viene in mente è che mi cantava spesso una canzone dei Pooh, quella con lo stornello che fa “Dio delle città e delle immensità”, ma di più non so dirti».
«Dio delle città e delle immensità? Ma che vuol dire?» domandò Martella.
«Non lo so, lo giuro».
«E i pizzini? Non ne hai mai ricevuto uno? Non ti ha mai fatto visita un amico di ritorno dal carcere?».
«Niente, marescià. Steu non si fidava più di nessuno».
Martella se ne andò poco convinto di quelle parole, invitando Rosa a contattarlo se avesse avuto qualcosa di importante da riferirgli, tanto il suo numero di cellulare lo aveva. Lungo il tragitto rifletté su quanto gli aveva detto e se quella canzone dei Pooh potesse avere un senso oppure fosse l’ultima trovata di un burlone che aveva pensato di accomiatarsi dalla vita in quel modo. Perché ‒ e di questo Martella era certo ‒ difficilmente sarebbe ricomparso vivo. Rosa sosteneva di non aver mai ricevuto pizzini dal marito perché non si fidava di nessuno. Eppure qualcuno lo aveva aiutato a organizzare la fuga. La talpa probabilmente era da cercare nella casa circondariale di Borgo San Nicola e non tra gli amici di Rizzello, perché altrimenti avrebbe fatto contattare la moglie. Chi era allora la quinta colonna? Chi era colui che vestiva la casacca dello Stato e una volta in campo si vendeva la partita? In quel momento i riflettori degli investigatori erano puntati sul medico che aveva prescritto l’esame. I controlli sulla cartella clinica dell’evaso forse avrebbero potuto fornire qualche spunto ulteriore in una vicenda che pareva molto complessa. Se fosse emerso che u masciu non aveva realmente bisogno di quell’accertamento, si sarebbe dovuto procedere a un controllo accurato della vita del dottore alla ricerca di eventuali somme o versamenti anomali sui conti correnti, all’esame ai raggi X dello stile di vita, delle proprietà e dei beni mobili, per poi passare a pedinamenti, intercettazioni e quant’altro si fosse rivelato necessario per le indagini.
Note Capitolo 31 Buongiorno maresciallo, prego entrate e accomodatevi
2 Ma io non so niente per davvero, maresciallo
3 Una gran bella ragazza
4 Un colpo al cerchio e uno alla botte
5 Maresciallo, te l'ho già detto che non so niente e non ti racconto bugie
6 Piccoli