Capitolo 2 – Il Salento e l’amoreDa alcuni mesi Rosario Santacroce si era trasferito nell’amato Salento per un periodo di relax e ne aveva approfittato soprattutto per godersi la compagnia degli anziani genitori. La magia del posto e la loro presenza avevano riportato parecchia pace nella sua vita dove pareva esserci posto solo per riposo, delizie culinarie, buone compagnie e tanto divertimento. Tuttavia non poteva indulgere in gozzoviglie perché in agguato c’erano sempre i chili di troppo e alla linea ci teneva parecchio. Appena arrivato, però, aveva deciso di fare una piccola cura che prevedeva ogni giorno la colazione con il tipico pasticciotto salentino o il cornetto con dentro mezzo chilo di crema. Ci pensava la cugina Etta che, lavorando in pasticceria, si prendeva amabilmente cura di lui conoscendone la cannuzzuteria1. A pranzo invece era la mamma, ottima cuoca, a deliziarlo con i piatti caratteristici della tradizione. Spesso, a dire il vero, era lui a cucinare perché non voleva far stancare quella santa donna che tanto aveva scattatu2 da piccolo per quantu era tristu3. Di solito si lamentava perché ‒ a suo dire ‒ mamma Antonia lo faceva mangiare troppo, ma in realtà era lei a chiedergli di non scatenarsi in cucina. Quando c’era lui a casa, infatti, i due tendevano sempre ad ingrassare per la gioia del babbo che dei chili in più se ne fregava, interessato com’era a deliziare il palato. Tuttavia il destino era in agguato e quella gioia si trasformò in un immenso dolore quando i genitori perirono in circostanze drammatiche. Non fu facile affrontare quella tragedia perché ogni angolo, ogni immagine e ogni gesto gli riportavano alla mente quelle due persone fantastiche. Tanti i ricordi che gli passavano continuamente davanti agli occhi. Molti quelli legati al cibo.
«Fiju meu quannu stai quai faci ne ngrassamu»4 gli diceva spesso la mamma quasi a implorarlo a evitare le ferali tentazioni di cui era capace quando si metteva ai fornelli.
«Ieu? E c’aggiu fattu te male?»5.
«Comu ciai fattu? E c’è bisognu cu mu dumanni? Ieri hai cucinatu a pitta e hai fattu cu macianamu do chili te patate, hai misu menzu chilu te formaggi e cinque ove. È sutu nu tianu per nu sposaliziu e ieri sira s’era già spicciatu. Ca tre fessi simu. Ci continui cusì ne faci murire. Ca tie va fuci e nui a du sciamu?»6.
«Mamma, moi n’imu ca quannu è crai nu sapimu ci simu vivi»7.
«Ci continuamu cusì è sicuru ca a crai nu rrivamu ca ne cciti prima tie cu tuttu stu bene te Diu»8.
In effetti Saru tendeva a lasciare le briglie sciolte quando era in vacanza nella terra natia. Se mamma e babbo consumavano mezzo chilo di pasta in due volte e mezza, quando c’era lui le porzioni erano decisamente abbondanti e di pasta ne cucinava quasi sette etti in un colpo solo. Poi non mancava di lamentarsi non appena si vedeva gonfio allo specchio e doveva raddoppiare gli allenamenti per controbilanciare le calorie ingerite. Era un’ottima forchetta e a tavola faticava a contenersi tant’è che ripeteva spesso che non correva per dimagrire bensì per poter mangiare.
Una volta decise di preparare i pezzetti, la carne di cavallo con il sugo piccante. Ne acquistò tre chili che la mamma pensava di dividere almeno in tre porzioni. La convinse a metterla tutta in padella perché così si sarebbe binchiatu9 e l’avrebbe pruvata10. La donna esitò, perplessa, ma alla fine si lasciò persuadere da quel figlio tanto matto e la cucinarono insieme. Furono costretti a scegliere una grossa pentola perché in quella che usavano di solito non ci stava.
Il pranzo fu davvero eccezionale. Il sugo di pomodorini freschi maturati sotto il sole del Salento, il peperoncino piccante e i capperi contribuirono a dare un sapore incredibile a quella carne già di per sé morbida e tenera. I tre chili furono spazzolati via e con loro anche un chilo di pane e mezza bottiglia di vino primitivo. A fine pranzo il babbo, che pure non si lamentava mai quando mangiava, cominciò ad avvertire qualche tremolio tanto si era ingozzato. La mamma, nonostante avesse cercato di limitarsi, non riusciva più nemmeno ad alzarsi in piedi. Saru faceva fatica addirittura a respirare da tanto che era pieno. Decise di fare quattro passi per cercare di dare una mano alla non facile digestione, ma senza risultati apprezzabili. Quattro ore più tardi andò a correre, ma quel giorno l’allenamento si rivelò un supplizio. Era come se il cavallo morto avesse deciso di vendicarsi. Più provava ad andare avanti, più l’animale divorato lo spingeva all’indietro. Gli sembrava quasi di sentirlo nitrire anche se probabilmente erano solo allucinazioni. Dovette fermarsi parecchie volte per riprendere fiato finché non decise di tornarsene mestamente a casa come uno che non avesse mai corso in vita sua. Mentre faceva la doccia, provò a dare un’occhiata in basso, ma la pancia gli impediva persino di vedere il suo ‘alter ego’. La sera, com’era prevedibile, non toccò cibo e lo stesso fece la mamma, a differenza del babbo che si lamentava di avere fame e “na frisedda se la suppau”11.
La bella stagione cominciava a dare i primi segni di risveglio e andare al mare anche solo per sedersi sugli scogli, perdere lo sguardo all’orizzonte e respirare quel profumo inebriante era davvero un piacere. I pensieri, liberi di vagare, inondavano lo spirito di pace e serenità, dissipando qualsiasi nube sempre in agguato per intossicare l’esistenza. Apprezzava parecchio quel dolce far niente circondato dal silenzio interrotto soltanto dal rilassante suono prodotto dalla risacca delle onde. In quel periodo dell’anno era piacevole godersi il mare in solitudine, senza le urla di bambini insolenti, gli starnazzi e l’inquinamento acustico. Certi giorni era possibile vedere anche le coste della Calabria che un tempo, sotto l’impero romano, era stata una regione unica denominata Apulia et Calabria. Era un pugno allo stomaco vedere lo stato di crisi in cui versava la Magna Grecia, terra di grande cultura e tradizioni. Molti dei suoi figli erano stati costretti a emigrare e con il sudore della loro fronte avevano fatto la fortuna della gente del Nord che, come ringraziamento, li aveva dileggiati e insultati. Loro che nel Dna avevano l’ospitalità, l’accoglienza e la fratellanza, che erano stati sempre pronti ad aiutare chi approdava sulle loro coste fuggendo da fame e disperazione, ora non trovavano quei sentimenti nel loro stesso Paese, a poche centinaia di chilometri di distanza dalla terra d’origine.
Il Salento era anche stato la culla della cultura e della lingua italiana, ma aveva come l’impressione che si fingesse di ignorarlo. A Otranto era stata fondata la prima grande scuola all’interno del Monastero di San Nicola di Casole nel 1098, a ridosso della Prima Crociata. Lì si respirava il sapere a pieni polmoni con libri provenienti da ogni parte del mondo; ricevevano ospitalità studenti di ogni dove che avevano la fortuna di studiare su testi che non avrebbero mai potuto trovare altrove. Tra quelle mura magiche nacque il volgare che Dante consacrò nella Commedia. Qui i Templari in partenza per la Terra Santa trovarono ristoro e sentimento fraterno. Qui nel 1095 ricevettero la benedizione i dodicimila crociati che al comando di Beomondo I d’Altavilla partirono alla conquista del Santo Sepolcro. Qui il monaco Pantaleone nel 1163 realizzò il mosaico impregnato di significati esoterici che si può ancora ammirare in tutta la sua maestosità nella cattedrale idruntina. Tante le gioie, ma parecchi pure i dolori se si pensa che i salentini avevano sperimentato per primi la malvagità degli arabi che avevano trasformato quel lembo di terra in campi di razzia. Vi avevano sparso sangue innocente, colpevole soltanto di non aver voluto rinnegare la propria fede per abbracciare l’Islam. Ne furono uccisi 813 a Otranto nel 1480 al termine di un barbaro assedio che non segnò solo la resa dei salentini ma anche la rovina degli stessi Ottomani che nel 1571 furono sconfitti e cacciati per sempre dal Mediterraneo dopo la battaglia di Lepanto. Fu allora che quella terra tornò alla vita e diede inizio al proprio Rinascimento che trova l’espressione più importante proprio nell’arte barocca. I danni, tuttavia, ormai erano stati fatti perché gli arabi, nella loro foga di distruggere e cancellare le civiltà diverse dalla loro, avevano raso al suolo quella miniera di sapere che era stata San Nicola di Casole, lasciandosi dietro solo pezzi di mura tra l’erba.
Saru amava la storia e ancor più quella della propria terra perché, come amava ripetere, prima di andare alla conquista del mondo occorre conoscere bene le proprie origini. Lui che aveva viaggiato tanto definiva Otranto la Piccola Gerusalemme, tanto gli pareva somigliasse alla città santa. Quella terra restava esempio attuale della ferocia degli Ottomani e del non facile, se non impossibile, percorso verso l’integrazione. La storia e la cronaca avevano dimostrato che i musulmani non hanno mai inteso la relazione con gli altri popoli in termini di civile e pacifica convivenza. Per loro è sempre esistita solo una civiltà in lotta con tutte le altre considerate miscredenti e destinate a soccombere. Con molta probabilità il pensiero unico massificato non lo avrebbe mai compreso per via della malsana propensione a cercare la propria identità in un’improbabile coniugazione del termine integrazione. E a nulla sarebbe valso il sacrificio di quegli 813 martiri cristiani, rei solamente di aver giurato fedeltà al proprio Dio.
Nel Salento non pensava solo a mangiare mettendo a dura prova la propria forma fisica con i deliziosi manicaretti che preparava. Aveva anche molti amici, alcuni emigrati per studio o per lavoro e poi tornati con l’idea, che lui condivideva, di far crescere la terra natia. Non mancavano le amiche che gli volevano bene e che apprezzavano la sua interpretazione junghiana della vita che vedeva l’anima bisognosa di attenzioni, coccole e lussuria per la propria elevazione. Anche se, a dirla tutta, il buon Saru in quel periodo non era più lo sciupafemmine di qualche anno prima. L’amica Rossana, brava con i temi astrali, in tempi non sospetti gli aveva predetto che avrebbe incontrato l’anima gemella. Non le aveva creduto o quantomeno non aveva dato importanza alla cosa. All’epoca era un libertino senza la minima intenzione di costruire qualcosa di serio e quanto gli aveva riferito Rossana era finito su un foglio appoggiato su uno scaffale della libreria. Se pure dava l’impressione di non dare peso a certe cose, se le annotava comunque con cura per poi utilizzarle eventualmente a tempo debito. Quell’anima gemella profetizzata anni prima finì per incontrarla davvero e nel momento in cui meno se l’aspettava.
Strano ma vero, tutto quello che gli era stato annunciato si rivelò giusto: segno zodiacale, ascendente, lavoro, periodo di incontro, luogo d’origine. La donna che sarebbe diventata l’inseparabile compagna comparve una sera di primavera. Era Bilancia ascendente Capricorno, faceva l’avvocato ed era del Sud come lui che rimase di stucco quando andò a controllare tra le carte scoprendo che tutto corrispondeva alla perfezione a quanto predetto. Per la prima volta dopo tanto tempo, il single impenitente e licenzioso vacillò e si innamorò sul serio, riuscendo a tenere sotto controllo gli istinti che aveva sempre amabilmente assecondato. Evidentemente era giunto il momento in cui il suo Io e la sua anima gli chiedevano qualcos’altro che non fosse lussuria pura. E questo coincise con l’arrivo nella sua vita di Elena, una bella donna che aveva conosciuto per lavoro circa quindici anni prima e della quale aveva apprezzato la professionalità ma soprattutto l’onestà. Non si erano mai frequentati con costanza prima, ma non si erano neppure mai persi di vista. Fu pertanto molto naturale lasciarsi catturare da quel sentimento profondo che si chiama amore.
Note Capitolo 21 Ghiottoneria
2 Esasperato
3 Per la sua vivacità
4 Figlio mio, quando sei qui ci fai ingrassare
5 Io? E cosa avrei fatto di male?
6 Come cosa ha fatto? C'è bisogno che tu me lo chieda? Ieri hai cucinato il gateau e ci hai fatto macinare due chilogrammi di patate, hai messo mezzo chilogrammo di formaggi e cinque uova. Pareva che avessimo preparato un piatto per tutti gli invitati a un matrimonio e ieri sera era già finito. Che tre fessi siamo. Se continui di questo passo ci farai morire. Che tu vai a correre e noi dove andiamo?
7 Mamma, adesso possiamo permettercelo perché del domani non c'è certezza
8 Se continui di questo passo è sicuro che non arriveremo a vedere la giornata di domani perché ci ucciderai prima tu con tutta questa abbondanza
9 Sazio
10 Ben gustata
11 Inzuppò una frisella