Irish coffee con molto whisky e molta panna

2674 Parole
Chi da piccolo non ha mai avuto voglia di rubare uno di quegli strani spazzoloni che i commessi delle scuole utilizzavano per spolverare il pavimento? Ogni volta che vedevo il signor Enzo andare avanti ed indietro per il corridoio, spingendo avanti a sé quell’aggeggio, ne avevo una voglia matta. Tredici anni di scuola passati ad immaginare grandi emozioni scaturite da quel fantastico e misterioso spazzolone che beh, inutile di che non irradia nulla di emozionante o avventuroso: è un semplice manico di scopa di legno con al termine un panno lungo e lercio. L’unica cosa che emana questo aggeggio è pura, semplice, disgustosa sporcizia. -Ci sono! - Althea mi corre dietro ed io mi preparo ad ascoltare l’ennesima trovata geniale, senza smettere di fare avanti ed indietro per le corsie con il magico spazzolone -La tua vicina ha una tresca con il tatuatore- Corruccio il volto, avvicinando le sopracciglia in un’espressione disgustata. -Che? No! È fidanzata- -Il fatto che ha un ragazzo non implica che non lo tradisca- Mio Dio, la sola immagine di Inge che va a letto con Elias mi fa venire il voltastomaco: davvero una ragazza così carina, e apparentemente innocente, potrebbe far del male ad Axel? Ma soprattutto sa davvero recitare così bene da riuscire ad apparire così sinceramente innamorata come pensavo? Beh, effettivamente di lavoro fa l’attrice teatrale… La mia collega emette uno strano basso mugolio e torna a scervellarsi su come mai Inge si comporti in modo strano da quella domenica che ho passato con il venticinquenne. In queste settimane di lavoro ho stretto una buona amicizia con Althea: è una ragazza di ventiquattro anni davvero fantastica che sta sperando che la maestra d’arte di qualche scuola elementare dia forfè per poter finalmente iniziare il lavoro dei suoi sogni. In fondo è come me, in attesa di iniziare la propria vera vita, solo che lei lo sta facendo da un anno. -Trovato! Ha una cotta per quel ragazzo- si sistema dietro la schiena la solita piena treccia bionda -Infondo chi non ce l’avrebbe, dai, l’hai visto? - -Sì, l’ho visto è…- -Mi scusi signorina- una donna di mezza età mi interrompe e mi affretto a voltarmi verso la cliente sfoggiando un bellissimo e finto sorriso. -Mi dica- -Mia nipote ha bisogno di questi colori- mi passa un tubetto finito di tempera terra di Siena naturale, uno di bianco di titanio ed un terzo di nero di Marte -mi servirebbero solo questi tre, vorrei evitare di dover comprare un intero set- -Mi segua- le consegno nuovamente i tubetti e la conduco alla zona “self- service”: un reparto di soli distributori, alti tubi di plastica trasparente pieni di tubetti di tempera, di colori ad olio ed acrilici -ecco qua: prema il pulsante del colore che vuole comprare, il colore cade in questo spazio e poi paga alla cassa- La signora mi ringrazia e io le sorrido, per poi dirigermi nuovamente verso la mia collega e rientrare in possesso del super spazzolone. -Non penso che si comporti così per gelosia- ripongo l’arnese nello sgabuzzino. -Pensi che possa essere un maniaco? Un assassino? O peggio un nazista! - Alzo un sopracciglio e scoppio a ridere: sicuramente se Elias fosse una di queste tre cose non sarebbe amico di Inge e degli altri. -Althea, penso che tu debba davvero cambiare lavoro: la tua immaginazione sta un po’ impazzendo- -E se continuate a chiacchierare il lavoro lo faccio cambiare ad entrambe- Ci giriamo e guardiamo Maarten appuntare su un foglio la merce venduta. Scoppiamo nuovamente a ridere. -Ti stai allenando a fare il capo? - gli chiedo continuando a sogghignare. -Io sono già il vostro capo- inarca le sopracciglia e ci guarda dall’alto. Le sue iridi poi schizzano verso sinistra e con un cenno della testa indica Stelling intento a leggere dei moduli davanti ad uno scaffale, proprio a pochi metri da noi. -Sei un lecca culo- lo sfotte Althea. Le sei del pomeriggio scoccano, i colleghi incaricati alla chiusura abbassano la saracinesca e bloccano l’apertura automatica della porta d’ingresso scorrevole, e noi ci dirigiamo verso lo spogliatoio. -Irish Coffe? - propone il rosso. Possiamo dire che ormai è quasi diventato un appuntamento: almeno due giorni su cinque, a fine turno ci concediamo un qualcosa di caldo accompagnato dalle solite chiacchiere tra colleghi. Le prime volte mi pesava molto, accettavo sempre con un sorriso tirato e la mente che mi implorava di inventare una qualsiasi scusa pur di arrivare prima a casa e lasciare andare tutte le emozioni represse durante la giornata. Ora invece stare in loro compagnia mi fa stare tranquilla e riesco persino a fingere di essere sempre vissuta ad Amsterdam e che loro siano amici del liceo. -Con molto whiskey…- esulto levandomi la maglia della divisa. -E con molta panna- conclude la biondina. La maglietta mi scivola dalle mani e cade sulle piastrelle grigiastre; piego il busto per afferrarla ma uno stivaletto della Timberland marroncino la blocca al terreno. -Molto matura Abigaille- roteo gli occhi e gli volgo un’espressione annoiata. Non dice nulla, leva quell’odiosa scarpa taccata dalla mia divisa e se ne va verso l’uscita, senza dimenticarsi di dedicarmi una bella spallata. -Quella ragazza mi dà sui nervi- sbotta la mia amica al mio fianco, sbattendo nell’armadietto la sua maglietta -non so come tu faccia a non strapparle quegli odiosi capelli ogni volta che ti fa questi giochetti da bulla delle medie- Indosso il maglione ed infilo la maglietta a maniche lunghe nella solita tracolla. -Non so se odi più le mie tette o il fatto che io sia di colore- cerco di scherzarci su, anche se dentro di me la rabbia sta iniziando ad arrostire i miei organi. -Penso la seconda opzione, le tue tette non possono essere odiate- il tono del ragazzo è serio ed è per questo che capisco a scoppio ritardato il contenuto della sua frase. -Sei un cretino- gli tiro una gomitata sul braccio facendolo scoppiare a ridere. Quando usciamo finalmente da quel posto mi si pone davanti una scena che non mi sarei mai immaginata: Abigaille che parla con Elias davanti alla vetrata del suo negozio, o meglio, Abigaille che flirta con Elias. Oppure forse è Elias a flirtare con quella stronza. Sento il mio petto accartocciarsi come un foglio di carta ed una sensazione del tutto nuova si irradia al suo interno: sembra quasi che io stia provando fastidio per ciò che vedo, irritazione nel vedere come la chiarissima pelle di lei gli stringe il braccio mentre finge una risata, come se quel ragazzo le avesse raccontato la storia più divertente del mondo. Scuoto le spalle e distolgo gli occhi: questa sensazione fa schifo ed è senza motivo. Mi porto una sigaretta alle labbra screpolate e me l’accendo, lanciando poi il clipper al mio collega. -Speravo che quel ragazzo fosse un minimo intelligente- sbuffa Althea e la scopro a fissare quei. Tiro fuori le chiavi dalla borsa e slego la mia bici; la tiro fuori dalla grata, in cui la ruota anteriore era incastrata, ed abbasso il cavalletto, nell’attesa che anche gli altri due sleghino le loro due ruote. Mi sento come se fossi delusa, delusa da quel ragazzo che si sta lasciando toccare da quella ragazza tanto bella quanto razzista. Obbligo la mia mente a concentrarsi su qualcos’altro, come se mi vergognassi di me stessa per le sensazioni infantili che sto provando. Aspiro un po’ di fumo che poi butto fuori dalle labbra e dalle narici: è proprio nell’istante di quest’azione meccanica che i miei occhi si alzano nuovamente sul tatuatore e lo vedo con lo sguardo su di me. Nonostante la lontananza di qualche metro la mia pelle rabbrividisce, come se percepisse il freddo che il suo occhio grigio emana. Le mie iridi color miele si incastrano nel suo sguardo, l’angolo sinistro della sua bocca si solleva ed alza a mezz’aria la mano come segno di saluto. Il mio corpo freme imbarazzato, come se sentisse che lui abbia scoperto l’irritazione e la delusione che dominano nel mio ventre; sorrido lievemente anch’io, facendogli un cenno con la testa per salutarlo, guadagnandomi un’occhiataccia della ragazza dai capelli neri, che fa diventare la mia pelle cartavetrata. -Dai, andiamo- Pedaliamo lungo la pista ciclabile che costeggia una degli stradoni principali, per poi svoltare e costeggiare il Prinsengracht già illuminato dalle varie luminarie. -Andate pure a sedervi, io devo comprare un po’ d’erba- ed entro dall’ingresso del negozio; compro i soliti cinque grammi e vado poi dai miei amici. -Maya! - sento urlare alle mie spalle, mentre sono intenta a levarmi il giaccone e a sistemarlo sullo schienale della sedia. -Ciao Jasper- gli sorrido e lascio che mi baci una guancia e che saluti anche gli altri due. -Com’è andata oggi dal signor Stelling- si butta lo strofinaccio su una spalla e con la coda dell’occhio intravedo la solita bava che cola dalla bocca di Althea. -A meraviglia- gli risponde con gli occhi sognati ed io trattengo una risata. -In verità è stato un lunedì come qualsiasi altro lunedì- contraddico la bionda che non sembra neanche accorgersi delle mie parole. Jasper ride e mi posa una mano sulla spalla, stringendola leggermente. -Vi porto i vostri tre Irish Coffe con molto whiskey e molta panna- e se ne va per poi ritornare con tre bicchieri di vetro fumanti. Afferro il mio stringendolo con entrambe le mani e lo ringrazio, sentendo il calore subito entrare nel circolo sanguigno e dar sollievo al mio corpo, intirizzito per il freddo. -Ancora un po’ che lo guardi in quel modo e prima o poi scivolerà sulla tua bava- la sfotte Maarten beccandosi un calcio sotto il tavolo. -Lasciami ammirare la perfezione, che non mi caga minimamente- corruccia il volto in una smorfia buffa prima di tuffare le labbra nella panna semi-montata. Spostiamo la conversazione su altro mentre facciamo girare una canna e deliziamo le nostre gole con il gusto caldo e amaro del cocktail: ogni tanto la mia mente tende a distaccarsi e a concentrarsi sulla leggera musica classica che riempie il locale. -Semplicemente non ha senso: i motorini sulle piste ciclabili non hanno un senso! - agito in aria la sigaretta creando dei cerchi di fumo. -Ha senso invece- -Sono dalla parte di Maarten- -Ma… cosa?! Voi olandesi siete dannatam…- -Maya- Sobbalzo al suono della sua voce, il fumo mi va di traverso e la bevanda, fortunatamente raffreddata, va a sporcare per l’ennesima volta i miei jeans; inizio a tossire in modo scomposto. -Elias, cazzo, smettila! - mi volto e lo vedo in piedi dietro di me, con le mani nelle tasche dei cargo beige e quel sorrisetto attira pugni. -Che ho fatto? - Ruoto gli occhi al cielo e mi tampono i pantaloni con un inutile fazzolettino da bar; Althea mi tira calcio sotto il tavolo e la guardo mentre con gli occhi mi indica il mio vicino di casa. -Ah, sì, Elias loro sono Althea e Maarten- riporto la mia attenzione sulla macchia -Ragazzi lui è Elias, il responsabile dell’enorme pila di pantaloni che sarò costretta a lavare- gli rivolgo un’occhiata con la speranza che le mie pupille inizino magicamente a sparare laser. Il moro rivolge ai miei due colleghi un sorriso tirato a labbra strette, per poi riportare la concentrazione su di me. -Che ci fai qua? - -Ci vengo da quando Jasper ha comprato questo posto- mi guarda confuso sollevando il sopracciglio decorato dal piercing. Alzo gli occhi al cielo cercando di non manifestare a pieno la mia irritazione. -Quando torni a casa vieni da me- -Qui in Olanda conoscete i punti interrogativi o sei solo tu ad ometterli? - -Non era una domanda era un’affermazione- Gonfio i polmoni d’aria e volgo un fugace sguardo al rosso che contrae il volto in un’espressione infastidita. -E perché dovrei venire? - -Perché non dovresti? - sorride nuovamente, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. -Perché Inge mi ha fatto una ramanzina per una semplice visita ad un museo con te e, qualsiasi sia la causa, non voglio essere coinvolta nei vostri casini - Le sue scure e folte sopracciglia si uniscono, andando a creare delle rughe d’espressione fra esse; le sue labbra diventano serie ed i suoi occhi perdono per un’istante quella bellissima luce che solitamente li invade. Rimango sorpresa per questo suo cambiamento e questo porta a consolidare l’idea che ci sia veramente qualcosa sotto. Ma cosa? Anzi, no, qualsiasi sia il loro problema me ne terrò alla larga. L’istante dopo il suo volto si rilassa, le sue iridi si illuminano e ritorna ad assumere la sua solita espressione beffarda, che non ti fa mai capire se ti stia prendendo in giro o meno. -E va bene, passo dopo cena- cedo nuovamente alla bellezza del suo sguardo e ciò mi fa dannatamente girare le ovaie. -Perfetto- fa spallucce -ci si vede in giro ragazzi, a dopo Bijtje- mi fa l’occhiolino e lo guardo allontanarsi con la sua solita camminata strascicata. -Lo odio- ringhio fra i denti voltandomi nuovamente verso i miei colleghi. -Io ho sentito profumo di flirt- insinua la bionda, alzando e abbassando le sopracciglia più volte. -Io ho sentito puzza di sbruffone- -Oh, ma smettila- Althea lo riprende scocciata -è un ragazzo sexy che ti ha invitato a casa sua per provarci- -Oh forse per scoparti- L’affermazione seria di Maarten mi fa rabbrividire ma la mia mente non torna a Milano, al tocco delle mani di quell’uomo sulla mia pelle nuda e contratta per il terrore. Mi immagino invece la mano di Elias, accarezzarmi la schiena gentilmente, come ha fatto ieri, al museo: analizzo bene le emozioni che sento in questo medesimo istante ed individuo paura ed eccitazione. Paura ed eccitazione? Possono davvero andare a braccetto insieme? Ho sempre vissuto la sola e unica pura paura, mai accompagnata da emozioni forti e positive. No, no. Non so se potrei mai avere un rapporto sessuale con quel ragazzo senza far uscire i miei sentimenti e per questo non deve mai succedere: un conto è andare a letto con qualcuno che non vedrai mai più, con cui puoi anche avere un attacco di panico nel bel mezzo della scopata, che, per quanto imbarazzante ed orrendo sia, almeno hai la certezza di non incontrarlo un’altra volta. Ma far sesso con qualcuno che abita nel mio stesso palazzo e per di più un quasi amico… Scuoto le spalle e mi lascio sfuggire una smorfia di disgusto, anche se sinceramente nella mia testa si stanno prendendo a pugni emozioni del tutto diverse; sì, perché Elias è davvero un gran figo, o come si dice, ed io ho ventitré anni, di conseguenza dovrei avere tutto il diritto di sparlare di ragazzi ed immaginarmi scene porno anche con un colpo di fulmine incontrato sull’autobus. Ne ho tutto il diritto eppure, il solo immaginarmi nuda nel letto di quel ragazzo mi fa sentire sporca ed in colpa, come se non potessi, come se dovessi tenermi alla larga da certe fantasie, poiché il mio corpo è ormai stato rovinato da quell’uomo. Lo sbuffo rumoroso di Althea crea nuovamente il collegamento testa-realtà. -Maarten sei davvero noioso- alza gli occhi al cielo e beve l’ultimo sorso di Irish Coffe. -Il fatto che io riesco andare oltre l’apparenza non fa di me un ragazzo noioso- -Sì, sì, solo perché ti senti sminuito dal suo aspetto. Voglio vedere se quel ragazzo fosse stato una sventola alta, tettuta e con il culo tondo, senza smagliature e cellulite, come la tua apparenza riesca ad andare oltre- -Io non mi sento sminuito dal suo aspetto, perché poi dovrei esserlo? - Ammetto di iniziare davvero a sentirmi a disagio, la foga del loro battibecco li ha portati ad aumentare notevolmente la velocità con cui parlano e questo mi complica davvero la traduzione mentale. -Sei uno stereotipato- -Non è vero, è solo che quel ragazzo mi puzza di merda- -O forse lo sono le tue ascelle- gli rivolge uno sguardo divertito di sfida. -Ok- irrompo nella discussione prima che il rosso riesca a dar voce alla sua bocca già aperta -chi ha voglia di un altro giro? -
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