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Tela Nera

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Trafiletto

Tutti trascinano dietro di sé una tela nera, la mia è più chiara di altre ma più scura di altre ancora.

La mia tela nera è carica del mio passato, uno schifo di passato, responsabile di ogni mio problema, paura e pensiero. Responsabile della mia ostinazione a non voler dormire, dei miei attacchi di panico e responsabile della mia fuga dal mio paese natale: l’Italia, un posto meraviglioso ma troppo carico di ricordi che vorrei solo riuscire a coprire con altre pennellate, ma purtroppo non riesco a camuffare con altro nero la mia tela.

Così io, Maia Sturm, ventitrè anni, ho deciso di andarmene e trasferirmi nella città natale di mia madre, una meravigliosa città solcata da canali e calpestata da bici che saettano veloci: una città che avevo visto solo nella mia immaginazione, aiutata dai bei racconti di mia madre. Sono partita dalla stazione dei pullman di Bergamo portandomi dietro la mia radicale passione per l'arte e la mia ostinata voglia di dimenticare, inconsapevole di ciò che mi potrebbe aspettare e inconsapevole del fatto che anche un paio di occhi bicromatrici possano davvero farmi cabiare idea su sentimenti, emozioni e soprattutto farmi capire che, dopo tutto, anch'io merito di innamorarmi.

Così sono partita verso Amsterdam, trascinado la mia tela nera e la speranza di rinascere.

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Sono Maia
Tutti trascinano dietro di sé una tela nera, la mia è più chiara di altre ma più scura di altre ancora. La mia tela nera è carica del mio passato, uno schifo di passato, responsabile di ogni mio problema, paura e pensiero. Responsabile della mia ostinazione a non voler dormire, dei miei attacchi di panico e responsabile della mia fuga dal mio paese natale: l’Italia, un posto meraviglioso ma troppo carico di ricordi che vorrei solo riuscire a coprire con altre pennellate ma purtroppo non riesco a camuffare con altro nero la mia tela. Nonostante tutta questa tragicità mi sono appena laureata con cento in restauro all’Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano, con quasi un anno di anticipo: com’è possibile? Ah, questo non lo so, penso sia stato un mix tra la metà secchiona del mio animo, la mia passione per l’arte e il mio grande desiderio di scappare e iniziare una nuova vita. Dopo un’ora e mezza di pullman arrivo all’aeroporto di Bergamo, da qui prenderò un altro pullman su cui viaggerò per ben quattordici ore. Mi siedo su un muretto ben illuminato da uno dei lampioni e mi accendo una sigaretta; tutt’intorno è deserto e silenzioso, c’è la classica nebbia lombarda e l’aria è umida e fredda. È davvero difficile capire che finalmente me ne sto andando, che poche ore fa ho servito l’ultima birra ma soprattutto che non rivedrò mai più quel palazzo, che non sentirò mai più la puzza che c’era nell’appartamento e che lui non mi farà mai più del male. Scoppio a ridere: una risata di felicità carica di sollievo. È la risata più bella di tutta la mia vita. Mi chiamo Maia Sturm, ho ventitré anni e come potete aver capito sono un agglomerato di sfighe, paure e vita di merda. Mia madre era metà olandese e metà italiana, mio padre invece era brasiliano ma di lui so soltanto che uno dei suoi viscidi spermatozoi ha fecondato la cellula uovo di mia madre: questa mescolanza mi ha dato una carnagione mulatta, capelli castani, occhi ambrati e una buona padronanza delle lingue straniere. Fin da piccola sono stata fissata con l’arte e una grande appassionata di tutto ciò che mi permettesse di sporcare un foglio o una tela: una passione che si è tramutata poi in ancora di salvezza per non cedere, per non mostrarmi debole, per non andare alla deriva. Sono incazzata? Disegno. Sono felice? Disegno. Sono triste? Disegno. Ho paura? Disegno. Sono in ansia? Disegno Non so cosa fare? Disegno Sembra forse più una mania che una passione. Quando mia madre è peggiorata con la sua malattia e dopo la sua morte, ho capito che le emozioni e i sentimenti non ti portano da nessuna parte se non li domini, e io ce l’ho fatta, riesco perfino a bloccare gli attacchi di panico se sono in presenza di persone e a lasciarli sfociare quando finalmente sono da sola. Non sono apatica, provo ogni cosa ma semplicemente riesco a non mostrarlo, e in questo l’arte ha il pieno merito. Sono di bassa statura, ho un problema ad arrivare in orario e ho una profonda passione per la birra e l’erba, quella che si fuma, non del prato. Non ho molti tatuaggi, ma ognuno è stato disegnato da me e poi impresso sulla mia pelle da Davide, il mio tatuatore di fiducia e responsabile anche di tutti i piercing che ho alle orecchie, di quello all’ombelico e dello smiley. Sento rumore di rotelle che strisciano sul cemento, sento un chiacchiericcio che si avvicina e noto una donna seduta sul muretto dove sono io, che si stringe al petto la borsetta. I fari del pullman si accendono e la donna con la borsetta si alza ed incomincia ad incamminarsi verso la folla che si sta creando, trascinandosi appresso un trolley rosso rigido. È luna e mezza del mattino e tra poco me ne andrò. Butto il mozzicone a terra, afferro dallo zaino il barattolo di Provigil e mando giù una pasticca senza acqua: poi metto in spalla lo zaino, prendo in mano un sacco della spazzatura con dentro i miei vestiti e lo scatolo di cartone, per andare a mettermi in coda. La persona davanti a me sale e il conducente sbadiglia chiedendomi il biglietto per poi sorridermi e urlare “il prossimo!” Metto un piede sul gradino e sorrido: sono finalmente libera.

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